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Sei qui: HomeATTUALITA'La bellezza del mare e quell'incubo chiamato plastica monouso

La bellezza del mare e quell'incubo chiamato plastica monouso

Pubblicato in ATTUALITA' Sabato, 16 Febbraio 2019 08:09

di Giusi Mauro - Partiamo da un dato e da una data, il 70% dei rifiuti che finiscono nei nostri mari è costituito da plastica monouso. Entro il 2050, il peso di questi rifiuti, supererà quello dei pesci. Questo dato ha costituito il ‘campanello d’allarme’ per tutta l’Europa tanto che, lo scorso 24 ottobre, il Parlamento Europeo, con 571 voti favorevoli ha approvato una normativa che sancirà il divieto al consumo nell’Unione europea di alcuni prodotti in plastica monouso, «la nuova normativa – stabilisce l’UE- vieterà a partire dal 2021 la vendita di articoli in plastica monouso, come posate, bastoncini cotonati, piatti, cannucce, miscelatori per bevande e bastoncini per palloncini». Il problema, però, non è solo la plastica- anche se rappresenta l’80% dei rifiuti presenti nelle spiagge e negli oceani – è più in generale il nostro modo di vivere.

Il quotidiano. Apparentemente, quello delle plastiche, microplastiche, che a causa di un sistema di smaltimento non efficiente o dell’inciviltà dell’uomo, finisce per disperdersi nel mare, non è solo un problema ambientale o di inquinamento marino ma riguarda l’intero sistema sociale. il tempo di smaltimento di una bottiglia di plastica, come ci spiega Lidia Liotta di Legambiente, è di “450 anni, quello delle stoviglie di plastica è di circa 50 anni e di 10/20 anni il tempo necessario a smaltire le buste di plastica non biodegradabili. Ora, se consideriamo i tempi ambientali, la data del 2050 diventa spaventosamente vicinissima. E quello che si deve fare per scongiurare che questo accada richiede un impegno notevole”.

Impegno che, come dicevamo, coinvolge non solo il buon senso del cittadino all’adeguarsi al riciclo ma, interessa: azioni governative, con l’applicazione di norme e leggi mirate al controllo della produzione di materiali che siano effettivamente biodegradabili o compostabili, una corretta catena di smaltimento dei rifiuti, depurazione dell’acqua. Questo particolare potrebbe sembrare irrilevante ma, come chiarisce Liotta, “l’acqua che è un bene primario dovrebbe essere garantito, in più utilizzando l’acqua del rubinetto si diminuirebbe la produzione di bottiglie di plastica.

Purtroppo in molte città, l’acqua non è potabile come da noi e questo contribuisce al non diminuire la produzione”. Altra azione che favorirebbe la riduzione della produzione di materiali non bio-degradabili potrebbe essere l’incentivare le aziende e produttori attraverso politiche economiche favorevoli per convertire la produzione di plastica da non degradabile a bio-degradabile. L’educazione dell’individuo, dice Liotta, “è fondamentale perché basta pensare che la forchetta di plastica, il bicchiere, la bottiglia lasciata sbadatamente in spiaggia, finirà nei nostri piatti. Le bottiglie composte da petrolio una volta a contatto con il sale del mare, il cloro, rilasciano sostanze nocive e difficilmente riutilizzabili. Una volta scomposta e dispersa nelle acque, quel frammento microscopico di plastica viene ingerito dai pesci che, pescati, finiranno nei supermercati e mercati e sulle nostre tavole. Solo questo –prosegue- ci dovrebbe indurre a ripensare alle nostre abitudini e prestare molta più attenzione a ciò che acquistiamo”.

Non solo, l’ingestione di particelle di plastica impedisce la digestione degli alimenti normali e può favorire la presenza di inquinanti chimici tossici nel loro organismo e anche la loro estinzione. Infatti molte sono le specie marine estinte. I rifiuti di plastica causano inoltre una perdita economica per quei settori e quelle comunità che dipendono dai prodotti ricavati dal mare, inclusa l’attività manifatturiera: solo il 5% del valore degli imballaggi di plastica resta nell’economia - il resto viene letteralmente gettato via, rendendo ancora più evidente la necessità di un approccio incentrato sul riciclaggio e sul riuso. È stato approvato il divieto totale per gli oggetti di plastica monouso di cui esiste una versione alternativa già disponibile sul mercato: cotton fioc, posate, piatti, cannucce, bastoncini mescola bevande e bastoncini da palloncino. Gli eurodeputati hanno aggiunto alla lista dei prodotti da vietare anche i contenitori per cibo da fast-food in polistirene.

La lista dei prodotti da ridurre è molto più ampia. Legambiente, puntuale e attenta al problema si occupa di monitorare le spiagge e le acque italiane, nel 2018, su 78 spiagge monitorate, “su 400mila mq di spiagge abbiamo trovato –dice Liotta- ogni 100 metri, circa 620 tra bottiglie e altro materiale di plastica”. Un dato preoccupante. Secondo il Parlamento europeo, «Gli Stati membri dovranno ridurre il consumo dei prodotti in plastica per i quali non esistono alternative del 25% entro il 2025. Tra tali articoli figurano le scatole monouso per hamburger e panini e i contenitori alimentari per frutta e verdura, dessert o gelati. Altre materie plastiche, come le bottiglie per bevande, dovranno essere raccolte separatamente e riciclate al 90% entro il 2025. Gli Stati membri dovrebbero elaborare inoltre piani nazionali per incoraggiare l’uso di prodotti adatti ad uso multiplo, nonché il riutilizzo e il riciclo».

L’Italia fortunatamente è tra le Nazioni più sensibili e all’avanguardia in materia come ha ricordato in un suo intervento il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani: « L’Italia, può vantare una indiscussa leadership normativa, essendo stato il primo a mettere al bando gli shopper di plastica, i cotton fioc e le microplastiche nei cosmetici, misure riprese nella proposta di direttiva europea. Un primato che auspichiamo venga mantenuto anche nel futuro recepimento della direttiva con i piani nazionali. Un primato che auspichiamo venga mantenuto anche nel futuro recepimento della direttiva con i piani nazionali”.

Rc 16 febbraio 2019

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