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Una notte con Alfa e Omega

Pubblicato in ATTUALITA' Venerdì, 16 Maggio 2014 09:31

Di Franco Arcidiaco - Quanto dura un ricordo? Quale è l’estensione del suo dominio, la sua forza di persistenza davanti al vuoto panico della dimenticanza?

 

Come cronista ho già tradito due regole semplici del giornalismo. Primo: mai iniziare un articolo con una domanda (e qui sono addirittura due!). Secondo: la poesia deve stare alla larga da ogni parola.

Ma è impossibile trattenersi dopo aver assistito ad una magia sorprendente come quella andata in scena al Teatro Primo di Villa San Giovanni. LA MORTE ADDOSSO non si limita ad essere teatro, ma diventa pretesto metafisico, sguardo implacabile sulla natura umana. La storia parte in modo semplice, al capolinea di una fermata d’autobus, ma poi si complica, con l’incontro-scontro delle protagoniste, due portatrici sane di disperazione, che si svelano poco a poco, in un racconto che va avanti e indietro nelle loro vite, tra tensioni e leggerezze, in un susseguirsi di minacce, sorrisi, balletti e canzoni, mentre aspettano un treno o un autobus, un marito o un cliente, che come un principe azzurro arrivi a salvarle dal mondo e da se stesse, soprattutto da se stesse. C’è sovrabbondanza di emozioni, in questa partitura di disperazione, e queste due meravigliose figure femminili ti prendono il cuore, ti innamori di loro, vorresti alzarti dal tuo posto in sala per salvarle, per gridare loro che sarai tu a prenderti cura di loro. E tutto questo coinvolgimento si deve ad una serie di motivi perfettamente incastrati tra di loro: la qualità del testo, scritto a quattro mani da Domenico Loddo e Maria Milasi, le trovate registiche di Americo Melchionda, la minimalistica scenografia di Luigi Maria Catanoso, le luci lievi di Guillermo Laurin Salazar e soprattutto le straordinarie interpretazioni delle due attrici, Kristina Mravcova e Maria Milasi, che si sono cucite addosso come una seconda pelle i loro personaggi, Alfa e Omega, archetipi di una umanità sconfitta che spera ancora in una speranza che porti ad un qualche lieto fine.

Questo è un lavoro sopraffino che merita tanti altri palchi e molto altro pubblico. Tutti dovrebbero vederlo, per specchiarsi e rivedere se stessi, come monito a raddrizzare in qualche modo la propria vita prima dello schianto finale. “Il mio esistere ha mai fatto la differenza per qualcuno?” sussurra ad un certo punto Alfa, e diventa un invito a farcela tutti, questa domanda. Continuiamo a vivere come niente fosse, in “modalità provvisoria”, un “passo avanti al presente”, ripetendo noi stessi, le nostre abitudini, giorno dopo giorno dopo giorno, e nessuno si prende la briga di cambiarsi, di rendersi migliore, per “vivere all’altezza della vita”

Questo spettacolo è stato contagioso. Te lo ritrovi dentro anche a distanza di giorni dalla sua esecuzione, ti arriva una frase, una citazione o una minaccia e allora tu ti volti, come me, mentre fai la spesa, avendo la netta sensazione che Alfa e Omega siano in fila là, da qualche parte, e tu andresti volentieri loro incontro, ad abbracciarle.

Lo spettacolo, una produzione Officine Arti (www.officinearti.it) è andato in scena al Teatro Primo di Villa San Giovanni il 3 e 4 maggio scorsi.

Per dar prova della grande capacità linguistica degli autori Domenico Loddo e Maria Milasi, riportiamo integralmente questa loro folgorante nota:

“Una nota de-nota l’intento, con-nota il significato, tenta una via d’uscita, una fuga, dall’inspiegabile. Ma può una parola spiegarne un’altra? Come se da sola non bastasse a se stessa, risultando inadeguata al proprio significato. Le parole sono segni segnati o pronunciati, forme conficcate in un foglio o naufragate in un tozzo d’aria, a disvelare misteri ed emozioni, o, ancora meglio, a stanare il mistero di una emozione. La Morte addosso parte da un titolo ed un assunto pirandelliano, ma poi diventa cosa altra, piccolo contenuto di spazio con un grande contenuto di tempo, là dove il tempo è sostanza e lo spazio dominio. Questo testo nasce come territorio maschile, un testo-sterone, ma poi vira e si (e)vira su coordinate femminee, così che ad ogni rigo fa capolino una identità femminile che si insinua tra gli spazi bianchi del racconto, e lo ispira, lo dirige, lo arricchisce, e più d’ogn’altra cosa, lo rende vero. Scrivere a quattro mani equivale alla concitata pratica dell’autoerotismo con un intruso tra le parti (intime), e non sai mai dove comincia uno e finisce l’altra, come un Alfa e una Omega che si scambiano i ruoli, fino a condividerne la sorte: Alfa e Omega come l’inizio e la fine di cosa?

Il teatro ha finito col reclamare questo testo, cucito addosso alle due attrici come un sarto chino sopra le trame del fato, a imbastire drammaturgie di sorrisi e lacrime. Una fermata sperduta testimonia lo smarrimento di queste due esistenze in rovina, sospese tra le tenebre della notte e un’alba che forse non arriverà più, come due piccoli segni d’inchiostro mischiati a quel grande scarabocchio che è l’esistenza, tragiche eroine archetipo di una umanità in parossistica migrazione senza meta, dove ogni singolo individuo cerca il proprio ruolo al centro del palcoscenico o anche su una sedia vuota tra il pubblico, accontentandosi persino di stare in piedi dopo l’ultima fila, per non ritrovarsi chiusi fuori dal teatro, nel gelo siderale di un capolinea senza speranza.”

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