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Il Terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908: egoismi anche nella tragedia

Pubblicato in CalabriaIgnota Giovedì, 27 Dicembre 2018 10:34

Il Terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 - Testo: Vito La Colla (capitolo IX) - EGOISMI ANCHE NELLA TRAGEDIA
Verso le undici apparve all'ingresso del porto di Messina il piroscafo Washington.

L'Agenzia Stefani comunicò l'indomani che, al momento del terremoto, la nave si trovava vicino alla costa, a capo Peloro. Un forte scrollone fece pensare al capitano che il piroscafo si fosse arenato. La potente luce del faro si spense, e così le luci sulla costa calabra. Una polvere, simile a nebbia, avvolse la nave, oscurò le stelle, e indusse il comandante Ribaudo a fermare le macchine, in attesa dell'alba. Poco dopo le otto una barca si avvicinò al Washington, comunicando che Messina era quasi completamente distrutta, che vi erano vittime e distruzione ovunque. Altre barche, altri pescherecci si avvicinarono sotto le murate, e invocarono, inutilmente, soccorso.

Verso le nove e mezzo, da Ganzirri, arrivò sotto bordo una barca con un delegato del sindaco del piccolo centro. "Abbiamo mille morti e cinquecento feriti!" gridò il delegato, ma il capitano fece salire a bordo solo un ferito. Dopo più di un'ora il piroscafo si avvicinava alle banchine semidistrutte del porto di Messina, e Ribaudo ebbe l'invito, dalle autorità provvisorie, di recarsi subito a Catania, per imbarcare truppe da portare sul posto dell'ecatombe. La nave si diresse a tutta forza verso Catania, ma senza imbarcare nessuno delle centinaia di feriti o di moribondi, che gemevano e imploravano aiuto sulle banchine del porto! Solo tre baldi giovani, tre militari ebbero la fortuna di trovare una barchetta e furono accolti, quasi per obbligo, sulla nave, subito prima che levasse le ancore. La folla, sulle rive, tumultuava e si accapigliava, per poter scappare da quell'orrenda carneficina, ma la nave Washington proseguì imperterrita, carica di soli quattro scampati! Panico, codardia, indecisione, elenca Attanasio nel suo libro. Non vi fu nessuna seria inchiesta per questa gravissima prova di egoismo, di fronte ad una tragedia così grande. Forse il capitano temeva di far sporcare la sua bella nave?

Nel porto, una nave danese fu costretta a bloccare le macchine: stava partendo di gran corsa, per sfuggire alle richieste di aiuto. Un piroscafo delle Messageries Maritimes, di nome Orenoque e diretto a Marsiglia, forzò lo Stretto, senza nemmeno accennare a rallentare. C'erano segnali marittimi che lo invitavano a farlo, e c'erano le terribili scene di distruzione sulle due rive opposte. Anche un'altra nave passò senza fermarsi: il commercio e gli affari avevano il sopravvento su qualunque emergenza...

Il Washington con solo i quattro giovani fortunati arrivò verso le ore 16 nel porto di Catania, dove le autorità della città appresero finalmente la verità sulla catastrofe. Fino ad allora solo voci, testimonianze per sentito dire, accenni vaghi. Il fatto che sia il telegrafo sia la ferrovia non fossero in condizioni di funzionare subito, ma necessitassero di riparazioni, produsse l'eccezionale effetto che, a soli cento chilometri da Messina, la sorella Catania per molte, troppe ore non aveva saputo quasi nulla di quanto era successo veramente.

SI CHIEDE L'AIUTO DELLE FLOTTE BRITANNICA E RUSSA
Il sindaco Console si mise subito all'opera, con estrema solerzia. Avvisò tutti i Prefetti delle altre provincie siciliane e molti sindaci, per mezzo del telegrafo. Invitò a far pervenire subito con speciali convogli ferroviari, senza indugio, viveri e medicinali, e molti medici. Mobilitò i funzionari del Comune, che si misero a raccogliere in tutta fretta materiale per i soccorsi. Il sindaco di Siracusa, Toscano, aveva subito preso contatto con i comandanti delle navi britanniche, che si trovavano ormeggiate nel Porto Grande. Nel contempo telefonò al collega di Augusta, invitandolo a fare lo stesso con il comandante della flotta russa che era in rada. L'invito venne accolto con prontezza e generosità. Le navi delle due flotte straniere si mossero verso lo Stretto non appena furono caricate di ogni cosa che potesse servire per salvare vite umane. Erano in tutto sette, fra corazzate e incrociatori, pronte a salpare verso Messina. Partirono di notte, per non dover arrivare in tutto quel caos durante le ore notturne, e furono in vista del porto di Messina l'indomani, 29 dicembre, verso l'alba.

Medicinali, viveri, ma anche picconi, vanghe, scale, corde, barelle, vennero caricate sulle navi straniere. C'era fra i russi un ufficiale con una cinepresa, di quelle a manovella, di recentissima costruzione. ll cinema era stato inventato da poco più di dieci anni. Era allora pochissimo diffuso l'uso di cineprese. Ma la flotta russa le aveva probabilmente per poter filmare i movimenti delle navi inglesi, e poi riferire al loro Comando notizie sulle caratteristiche di battaglia e di manovra di questi mezzi navali. La cinepresa fu usata, imprevedibilmente, per testimoniare il soccorso alle popolazioni colpite dalla sventura, lo scavo dei marinai, il trasporto delle vittime, la medicazione dei feriti sui tavolini di marmo del lungomare, ad opera di ufficiali medici russi dai lunghi camici bianchi. Alexander von Burger, il colonnello medico di una nave russa, organizzò l'ospedale di fortuna, all'aperto, e operò lui stesso molti feriti.

Queste pellicole russe, rimaste per decenni nascoste in qualche archivio, vennero alla luce solo negli anni Novanta, e furono visionate e poi diffuse, in cassetta, destando emozione e commozione, per le scene ben inquadrate, riprese professionalmente. Oggi sono una veramente eccezionale testimonianza di questo terrificante evento, la morte di migliaia di messinesi, le rovine di questa bella e storica città, l'opera generosa e altruista di questi marinai stranieri, per caso fortuito arrivati poco prima delle navi italiane nel teatro orribile dello Stretto di Messina.

LE PRIME VENTIQUATTRO ORE DOPO IL TERREMOTO
Ecco la cronaca dei fatti che si susseguirono in quel terribile lunedì di cento anni or sono.
I soccorsi che uno potrebbe immaginare fossero organizzati in breve tempo dalle residue autorità cittadine semplicemente non vi furono, perché le stesse Forze dell'ordine erano state decimate dai crolli, numerosi altri poliziotti e carabinieri erano feriti o non in condizione di operare. Gli ospedali erano distrutti, erano morti decine e decine di dottori e infermieri, oltre che numerosissimi ricoverati: da lì ogni soccorso era impensabile. Inoltre le strade erano in gran parte intasate da montagne di macerie, che rendevano quasi impossibile organizzare, da parte dei pochi volontari che si muovevano sul luogo della tragedia, un'ordinata opera di soccorso e di salvataggio dei feriti.

Gli incendi, i crolli alle scosse di assestamento - numerosissime; la ricerca spasmodica da parte di molti cittadini dei propri cari, recandosi di nuovo sul luogo dove sogeva la casa, e chiamando e frugando fra i calcinacci; la ricerca del cibo, dell'acqua e di indumenti per proteggersi dal freddo invernale; la ricerca di un riparo qualunque per la sera e la notte; il buio che avvolgeva, dopo le 17, ogni luogo, e che era interrotto solo dagli incendi spontanei ma anche dai roghi improvvisati, per ottenere calore e luce, con legna raccolta dalle case crollate; l'occupazione di piazze e giardini, unici punti "sicuri" e protettivi; e non ultima la preoccupazione per le quasi sicure aggressioni, appena fosse calato il buio, ad opera di ladri, galeotti evasi, tipi poco raccomandabili. Che approfittavano della situazione: brutti ceffi che pensavano solo a mutare la tragedia universale in un'occasione per arricchirsi, asportanto gioielli, denaro, oggetti di valore.

Tutto questo insieme di preoccupazioni, aggiunte al terribile choc della tregenda nella notte, alla perdita dei propri parenti e amici, al crollo improvviso di tutti i loro sogni, all'incertezza sul domani e sul futuro di Messina e di Reggio Calabria, unite al panico che attanagliava tutti nel vedere che non arrivavano navi di soccorso dal resto d'Italia e che la popolazione era completamente abbandonata a se stessa; tutto ciò creava nell'animo di migliaia di messinesi e reggini, e in tutti gli scampati dal macello nei paesini che attorniavano le due città sullo Stretto, una morsa di angoscia mortale, di senso di abbandono, di terrore per le ore che dovevano seguire.

Capitolo 10
LA DISPERAZIONE ATTANAGLIA I SUPERSTITI
Molti scampati si rifugiarono nei vagoni ferroviari alla stazione o nelle vicinanze: offrivano un riparo abbastanza sicuro, non sarebbero crollati ad un'eventuale nuova forte scossa, riparavano dalla pioggia e dal vento. Altri, con feriti anche gravi, portati su barelle improvvisate - porte, scale, materassi - si diressero all'ospedale, per ricevere i primi soccorsi. Ben consci che anche lì avrebbero trovato confusione, mancanza di medicinali, magari pochissimo personale scampato al disastro. Ma certamente un posto dove ricevere un benché minimo aiuto. Era una misera processione di persone seminude, coperte di stracci, sporche di polvere e bagnate fradicie, doloranti e spesso insanguinate, che si trascinavano, fiduciose, verso l'edificio oggetto di tante speranze. Ma l'immagine che si presentò, quella mattina, ai loro occhi che tanto avevano pianto, li lasciò sbigottiti e increduli. L'ospedale, anch'esso, non era altro che un enorme ammasso di rovine, pietre su pietre, solo qualche muro, in attesa di sbriciolarsi anch'esso.

La disperazione più nera attanagliò gli animi dei derelitti, che si abbandonarono, esausti, per terra, aspettando e invocando la morte. Attanasio scrive: "Presto le strade che circondavano l'ospedale frantumato: via Maffei, via di Porta Imperiale, via Conti, si trasformarono in un immenso campo di agonizzanti, in un'orrenda distesa di cadaveri".

Questa era la tragedia di Messina e Reggio, e dei numerosi paesi schiacciati dalla forza della natura. Gente che moriva, a centinaia di persone al minuto, senza che quasi nessuno li soccorresse.

Oltre la fame li tormentava la sete: man mano che progredivano le ore, i superstiti, coperti di polvere, di fango e di stracci, cercavano disperatamente da bere. Tutte le tubazioni ovviamente erano andate distrutte. Da qualche fontanella, miracolosamente, usciva un filo di acqua fangosa: si accesero violente risse, rese ancora più tristi dall'aspetto di chi vi partecipava. Poi qualcuno si accorse che al porto erano pronte, per la partenza, moltissime casse di arance e di mandarini. Vennero prese d'assalto, nei magazzini, dalla folla che si dissetò e si nutrì provvisoriamente in questo modo. Molti altri bevvero l'acqua delle pozzanghere, o raccolsero con mezzi di fortuna le gocce di pioggia che cadevano abbondanti, quasi un pianto disperato della natura di fronte a quello spettacolo miserevole.

Molti barili che galleggiavano sul mare, nel porto, vennero ripescati e disposti sulle banchine. Essi sono visibili in molte fotografie di quei giorni. Servivano anche come barriere, per isolare i medici che apprestavano i primi soccorsi ai feriti gravi, utilizzando, oltre ai tavolini dei caffè davanti alla Palazzata, anche rudimentali tavoli operatori, mediante porte e tavole disposte su sostegni improvvisati.

Man mano che passavano le ore, i sopravvissuti notavano con angoscia che non arrivavano i soccorsi. Solo i marinai di qualche nave che era nel porto - primi fra tutti una decina di marinai della nave tedesca Salvadòr - o di altri piroscafi invitati a fermarsi nelle acque di Messina, erano riusciti a dare un veramente minimo aiuto, e solo nelle zone prospicienti la costa. I viveri che fortunosamente si trovavano in mezzo alle macerie, magari contenuti in qualche armadio sventrato, erano subito preda dei poveretti, che vagavano senza meta, disperati. Molti negozi vennero assaltati, dopo la rottura delle vetrine, e la gente si disputò selvaggiamente una forma di pane, i salumi, la frutta, le bevande imbottigliate.

Ma il freddo e la pioggia continua (era iniziata poco dopo le scosse mortali della notte) reclamavano per le persone all'addiaccio coperte e vestiti di fortuna. Ovviamente nessuno si riparava, come si fa normalmente, sotto i muri o le porte di qualche casa. Molti si industriarono a costruire alloggiamenti provvisori, utilizzando porte divelte, travi, materassi e mobili. La necessità, il terrore di non essere soccorsi, l'incertezza sul domani rendevano tutti frenetici, e alla ricerca disperata di cibo e riparo, per loro e i propri cari.

È agevole constatare, dalle foto e dai filmati dell'epoca, che molti palazzi non crollarono, le facciate, anche di 4-5 piani, rimasero in piedi. Certo, dietro alcune di esse si celava il vuoto, le scale crollate, i pavimenti accatastati uno sull'altro. Ma è anche vero che molti delle migliaia di cittadini che si salvarono, colpiti solo dallo spavento e la disperazione per i lutti, abitavano in case che rimasero in piedi, pur tremando e scuotendosi violentemente.

LE CONDIZIONI TRAGICHE DEI VIVENTI SOTTO LE MACERIE
Queste note vanno bene per qualunque terremoto che fa numerose vittime. Le storie che si sentono raccontare, o che si immaginano senza fatica, sono sempre le stesse.

C'erano, dunque, cittadini intrappolati sotto cumuli di detriti, che non erano feriti, ma erano solo incastrati, magari con le gambe e il bacino bloccati, vivi ma destinati a spegnersi lentamente, per il freddo e la fame, se qualche soccorritore non riuciva a trovarli, prima, e a dissotterrarli poi.

V'erano poi persone con gravi fratture, impossibilitati a muoversi, a trascinarsi; altri che perdevano copiosamente sangue dalle ferite; individui con il torace compresso dalla sabbia e dal cemento, che semplicemente non potevano più respirare normalmente, e ben presto morivano di asfissia. Poveretti che erano inermi, magari solo con qualche graffio, ma intrappolati in uno stanzino bloccato, o protetti da un tetto formato da un letto matrimoniale rovesciato, o un armadio robusto, o una trave che sorreggeva montagne di massi e blocchi di cemento. Loro si muovevano cautamente nelle tenebre, cercavano qualche alimento, dell'acqua; pensavano, speravano, gridavano e urlavano per attirare i soccorritori: ma nessuno rispondeva mai. Piano piano si spegnevano, nella disperazione, per l'inedia e per il freddo. Fino all'ultimo speravano, si aggiravano nel buio completo del rifugio provvidenziale ma nello stesso tempo spietato, magari parlavano con una persona al di là dei cumuli di macerie, ugualmente viva e in attesa del miracolo.

Da ultimo, abitanti di Messina e Reggio all'aperto, ma in luoghi alti e inaccessibili, senza lunghissime scale, lenzuola da annodare o corde robuste. Su cornicioni pericolanti, su balconi semidistrutti, su angoli esigui di pavimento, che erano parti di una stanza crollata. Aggrappati a ringhiere, inferriate. Sfiniti, si lasciavano andare: per stanchezza, per un malore, per sfuggire alle fiamme, o semplicemente per istinto suicida, dettato dalla disperazione; e precipitavano, proprio come le povere vittime dei due grattacieli newyorchesi, l'11 settembre 2001.

L'IMPIEGATO DEL MUSEO CIVICO
Un episodio, piuttosto toccante, capitò alla famiglia di Gaetano La Corte Cailler, impiegato al Museo Civico. La vigilia di Natale la moglie aveva dato alla luce una piccola, cui venne assegnato il nome Maria. Dopo la terribile notte, pur in mezzo ai calcinacci, alle travi divelte e ai soffitti sgretolatisi, la famigliola riuscì di pomeriggio a uscire quasi indenne dalle rovine, usando lunghe scale di legno precarie e legate le une alle altre. Mancava, purtroppo, solo la piccola neonata, rimasta bloccata chissà dove. Risultava introvabile, in quella indescrivibile confusione. Con la morte nel cuore la famiglia, unitasi ad altri parenti, riuscì fortunosamente ad installarsi in un vagone ferroviario, un vagone merci. Il resto del pomeriggio lo dedicarono alla ricerca di cibo e di vestiti, o almeno coperte.

Passata bene o male la notte, l'indomani tornarono nella disastrata via Cardines, muniti di picconi, vanghe e corde. Lavorarono a lungo, per recuperare la salma della piccola sfortunata. Avevano con sè anche una piccola cassetta, per deporvi il corpo della bimba. Una ragazza, Domenica Costa, ad un certo punto ritrovò Maria. Sotto un soffitto di canne, il corpicino avvolto in uno scialle di lana. Ma era viva! L'incannucciato aveva parzialmente resistito e le aveva salvato la vita. Piangeva per la fame, e subito una popolana, che aveva perso il suo bimbo, si offrì di allattarla, chiedendo poi in lacrime di poterla tenere con sè. Infatti non sapeva che i genitori erano vivi, e l'avevano da poco ritrovata, considerando la cosa un vero miracolo.

La Corte Cailler, poi nominato direttore provvisorio del Museo, ha scritto diverse pagine di testimonianze sue e di suoi conoscenti, che sono risultate utilissime per la ricostruzione dei fatti di quelle terribili giornate.
Un altro caso di questo tipo avvenne all'imprenditore Bonanno, pure a Messina. Nel pomeriggio, spacciandosi per un cugino del console onorario russo, che era deceduto sotto un palazzo, Bonanno aveva ottenuto, al porto, che una squadra di marinai russi lo aiutasse a scavare nelle rovine della sua casa.

Ecco le efficaci parole di Sandro Attanasio: "Là sotto erano la moglie Rosina, figlia del famoso etnologo palermitamo Giuseppe Pitrè, e la figlioletta. Il corpo della donna non era stato trovato ma, alla fine, la bambina venne tratta fuori. Il padre pazzo di gioia afferrò la piccola e se la strinse forte forte al petto. Baciandola e accarezzandola l'avvolse in un lenzuolo per proteggerla dal freddo e la portò via, in cerca di un sicuro riparo. Bonanno corse come un folle. Piangeva, rideva. Parlava alla ritrovata creatura. «La depongo, ma non si muove...la scuoto, la chiamo. Era un cadavere. L'avevo portato meco senza accorgermene, senza aver coscienza di ciò che facevo»".

27 dicembre 2018 (continua)

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