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Il Terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908: i soccorritori scavano fra le rovine

Pubblicato in CalabriaIgnota Sabato, 29 Dicembre 2018 10:49

Il Terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 - Testo: Vito La Colla (Capitolo XI) I SOCCORRITORI SCAVANO FRA LE ROVINE
Il re rimase in Sicilia e in Calabria fino al 3 gennaio, segno del suo interessamento a che tutto scorresse nel migliore dei modi. Visitò tutti i centri, anche i più piccoli, e con la sua presenza rianimò non poco la popolazione, e impresse forza e velocità nelle opere di salvataggio e di ordine pubblico.

Prima di partire firmò, il 2 gennaio, il decreto che istituiva lo stato d'assedio, cioè la legge marziale, nelle due città dello Stretto e nel loro circondario. La comunicazione ufficiale che accompagnava il decreto affermava che la situazione fosse ''per certi versi identica e per altri piu' grave di quella che si verifica in territori in stato di guerra".
Intanto la regina, che in un primo tempo era rimasta sulla nave Campania, per organizzare le cure ai feriti e assistere con dedizione i poveretti ivi ricoverati, si trasferì sulla nave a lei dedicata, la Regina Elena. Anche lì era stato organizzato un piccolo ospedale, e i salvati dalle macerie venivano curati e confortati. Un giorno un tizio, esaltato e quasi pazzo, riesce a salire sulla nave. Gridava: "È il finimondo! La terra s'inabissa! Si salvi chi può...". Forse lo stesso movimento della nave aveva scatenato questi assurdi timori. A queste parole una donna ferita che giaceva febbricitante in un letto si alza con l'intenzione di buttarsi in mare. La regina, che era presente alla scena, le si para dinnanzi a braccia distese, bloccando la porta d'uscita sul ponte. La poveretta si lancia a testa bassa contro il petto e la testa di Elena, che stramazza al suolo con la bocca insanguinata. L'incidente per fortuna non ebbe conseguenze per la sovrana, ma testimonia quei giorni di follia e di esasperazione.

Un po' di scompiglio regnava nel porto di Messina. La nave Jonio, partita da Napoli con a bordo un battaglione di bersaglieri, dopo essere giunta nei pressi del porto il 29 mattina, dovette rimanere bloccata, all'ormeggio, per un intero giorno. Attorniata da numerosissime barche con a bordo feriti e scampati, attese gli ordini e solo il 30 mattina, dopo ventiquattro ore di inconcepibile perdita di tempo e di risorse, ebbe l'autorizzazione ad imbarcare i profughi. I bersaglieri però non potevano sbarcare, portando con sè il notevole materiale di soccorso: mancavano le scialuppe. Alla fine l'aiutante maggiore Morozzo riuscì a convincere i russi, che arrivarono con le loro lance e fecero sbarcare le truppe italiane!
Gli uomini del soccorso giravano senza soste fra le rovine, alla ricerca di un segno, di un lamento, che li potesse indirizzare verso qualche sopravvissuto, ancora in grado di chiamare, di gridare. I cadaveri giacevano, schiacciati e seminudi, e affioravano dovunque: un numero impressionante. Un orrore continuo. Ma gli sforzi, a due giorni dal sisma, erano tutti per le ricerche di persone da aiutare, di persone ancora vive.

Un lezzo mortale avvolgeva ormai tutta la città. I soccorritori, che giungevano ormai a centinaia e centinaia, ogni giorno - anche da Palermo, Catania, dall'interno della Sicilia - avevano sistemato sulla bocca garze imbevute di sostanze disinfettanti. Ma l'odore atroce pervadeva tutto, e attraversava anche le garze inumidite. Corvi, gatti e cani randagi si aggiravano, cupi, fra le rovine.
Attanasio: "Quando si udiva un gemito, quando si credeva di aver sentito un lamento, cominciava il lavoro febbrile ma prudente di scavo. Sotto muri pericolanti, con le rovine che tremavano. Bisognava spostare grossi massi, travi, sfondare pareti e pavimenti, scavare buche, togliere mattoni, calcinacci, masserizie infrante. Poi, finalmente, la fatica del soccorritore veniva premiata dall'apparizione di un braccio, di una gamba. Si tiravano i corpi gonfi, incollati alle lenzuola, alle coperte. Con croste dovute alla sanie, al sangue, al pus. I soldati sfilavano con il macabro carico delle barelle dalle quali penzolavano cenci, braccia, gambe putrefatte".

Una prosa sconvolgente, rabbrividente: questo è il seguito di ogni grave terremoto, e quello di Messina e Reggio era il prototipo di ogni terremoto. Il terremoto dei terremoti, come titola un libro sull'argomento, uscito in questi giorni.
"Quando si tiravano fuori persone ancora in vita, avevano gli occhi gonfi, le palpebre tumefatte, la bocca riarsa, piena di terriccio. Le sole parole che pronunciavano era "Haiu siti". Domandavano di bere e di morire."

Le isole Eolie erano rimaste quasi indenni, senza alcuna vittima. Solo parecchie abitazioni erano lesionate.

Il 31 dicembre sera, al finire di quell'anno che si era concluso inopinatamente in modo dolorosissimo, una nave (l'Ophir, dell'Orient Line) venne bloccata da una torpediniera, mentre tentava di procedere senza fermarsi dopo l'invito ricevuto. A Reggio fu costretta ad imbarcare 230 feriti e mille profughi.

IL PAPA PIO X
In Vaticano grande impressione aveva provocato la catastrofe dello Stretto. Il Pontefice era tentato, considerato il fatto enormemente grave, di interrompere la quasi quarantennale prigionia volontaria nei Sacri Palazzi, e accorrere, paterno e partecipe, sui luoghi dell'ecatombe, per pregare pubblicamente per i numerosissimi defunti, e per i molti feriti e debilitati nello spirito.

Sarebbe stato un fatto clamoroso: allora i Papi non viaggiavano (occorrerà aspettare per un fatto simile Giovanni XXIII, nel 1962). Inoltre, a causa dell'occupazione di Roma da parte delle truppe italiane, nel settembre del 1870, il Pontefice per protesta si era chiuso volontariamente in Vaticano, e non ne usciva per alcun motivo. Dopo Pio IX, anche i due successori, Leone XIII e Pio X, si erano rigorosamente attenuti a questa rinuncia polemica.

Certo, un treno speciale, o una nave apposita, avrebbe potuto trasportare il Santo Padre, con tutti gli onori del caso, fino alle località dello Stretto.

Ma, si commentava nelle sale dei Palazzi pontifici, come sarebbe stato interpretato politicamente il fatto? La Santa Sede con questo gesto inatteso riconosceva l'Italia, che aveva con le sue truppe occupato Roma e di fatto relegato il Papa nella sua cittadella? Il significato di questa uscita, pur provocata dall'enormità della sciagura naturale, sarebbe stata certamente interpretata come un cedimento da parte del Pontefice, una mano tesa al Governo italiano e al Re per accordarsi e mettere una pietra sopra l'annosa Questione Romana. I prelati consiglieri del Papa furono concordi nello sconsigliare vivamente il viaggio: si disse, pubblicamente, che il motivo era da ricercarsi nella volontà di Pio X di non recare intralcio alle opere di soccorso, e di non distogliere ingenti forze di polizia e dell'esercito dalla loro attività nelle zone colpite. D'altra parte il Papa, personalmente, si dimostrò contrario anche alla sola sua uscita dai sacri Palazzi con destinazione la basilica di Santa Maria Maggiore, per incontrare ivi gli sfollati dalle zone colpite.
GLI SCIACALLI - I MARINAI RUSSI FUCILANO - LO STATO D'ASSEDIO
Rimane ancora da parlare, in questa fitta ma incompleta rievocazione della catastrofe dello Stretto - che si interessa solo al giorno del sisma e a quelli immediatamente successivi - degli sciacalli, che imperversano, in ogni parte del mondo, laddove c'è stata una grave sciagura, una tragedia immane.

Subito dal giorno del terremoto, quel sinistro 28 dicembre, si aggiravano fra le macerie persone in cerca di denaro, gioielli, o anche solo di oggetti vari, che rappresentassero un valore. Oltre a tutti quelli che frugavano per trovare un po' di cibo, dell'acqua, delle coperte, delle tavole per proteggersi dalle intemperie. La proprietà era pressocché tramontata, ogni cosa era di tutti, del primo che arrivava. Il caso di forza maggiore di un sisma di tale portata, che aveva spento d'un colpo la civiltà e l'ordine costituito, e soprattutto l'essere abbandonati a sè stessi, spingeva a questa ricerca continua di alimenti per placare la fame e di oggetti che potessero servire.

Gli sciacalli si arrampicavano sulle rovine e, se trovavano una donna incastrata fra le travi, impossibilitata a muoversi, non solo ignoravano le sue implorazioni, e non la aiutavano, ma le toglievano gli anelli o, dietro promessa di aiuto, si facevano dare i soldi che avventurosamente la poveretta era riuscita a portare con sè.
Non di rado, poi, uccidevano le persone derubate, per non essere in futuro riconosciuti. A molti cadaveri rubavano dalle mani gli anelli, e, se le dita erano gonfie, non esitavano a tagliarle con un coltello. Stessa sorte, purtroppo, toccò in alcuni rari casi anche a donne ancora vive: orrore nell'orrore.

Si è detto che i marinai russi si prodigarono instancabilmente per il soccorso ai poveri fratelli italiani, immersi nell'inferno che era diventata Messina. Erano bene organizzati, muniti di tutti gli strumenti indispensabili, erano grandi lavoratori, avevano coraggio, anche sotto le rovine pericolanti, e si fermavano raramente per riposarsi. Ma, di contro, eseguirono diverse condanne a morte, lì per lì. Certo, su ordine degli ufficiali che li comandavano, e che forse avevano avuto questa consegna dall'ammiraglio che stava sopra di loro. Fucilarono, dopo poche secche domande, in italiano stentato alcuni, in russo o in inglese gli altri, dei tipi che avevano trovato mentre rovistavano dentro un appartamento distrutto. O mentre scappavano, con un sacco pieno di refurtiva. Ora, il commento non puo' che essere negativo.

Questo soprattutto avvenne nel martedì 29, perché nei giorni seguenti arrivarono notevolissimi rinforzi di carabinieri, poliziotti e finanzieri italiani. Ma ci si domanda sgomenti, come puo' accadere che militari di un Paese si arroghino il diritto di uccidere persone in territorio straniero, anche se sottoposto ad un'emergenza inconcepibile, e immerso in un'anarchia irragionevole? Non potevano limitarsi ad arrestare questi criminali, e consegnarli alle autorità italiane appena fossero arrivate (e che anzi il 29 mattina già erano presenti a Messina)? Non si era in guerra, anche se in una piena e drammatica emergenza. Inoltre molti di questi cittadini italiani scoperti a frugare, potevano benissimo essere abitanti di quell'edificio parzialmente crollato, che cercavano disperati qualche oggetto caro, o dei soldi nascosti nei cassetti, o del cibo che loro sapevano dove trovare. Come potevano spiegarsi, nel loro magari stentato italiano, con militari duri e spietati, che parlavano un'altra lingua?

Capitolo 14
TRAGEDIE NELLA TRAGEDIA
In realtà episodi tristi di questo tipo avvennero, nei giorni successivi al 29 dicembre, anche da parte di militari italiani. Ma almeno loro facevano parte della forza pubblica regolare, non erano truppe di passaggio, appartenenti ad un altro Paese. Equivoci, tensione spasmodica, orrore, disgusto per certe persone prive di scrupoli, avevano indotto anche alcuni esponenti delle Forze dell'ordine o dell'Esercito a compiere atti di violenza e di sopraffazione.

Lo stato d'assedio, come accennato più sopra, venne deciso con decreto reale il 2 gennaio 1909. Il generale Francesco Mazza, comandante del XII Corpo d'Armata, divenne Commissario Straordinario, con pieni poteri.

All'inizio Mazza si mise all'opera con rapidità e decisione, ma ben presto il peso enorme della nuova responsabilità gli fece fare numerosi errori. La stampa non tardò a denigrarlo e a criticarlo.

Egli si atteneva agli ordini che gli pervenivano dal Governo, attraverso le linee telegrafiche riattivate. Spesso queste disposizioni dall'alto non tenevano conto delle priorità, non risolvevano problemi imminenti. Arrivavano navi con a bordo molti militari: ma spesso erano prive di vettovagliamento per la truppa, senza scialuppe, o senza una meta precisa. Le provviste accumulate servivano allora per le truppe di salvataggio. Si verificavano accavallamenti di interventi, ritardi inconcepibili. Quasi sempre era difficilissimo o impossibile recarsi a bordo delle navi, per riferire bisogni e richieste agli ufficiali preposti agli sgomberi. Poi la burocrazia, militare e non, allungava in maniera insopportabile i tempi delle iniziative. Permessi, pratiche presentate all'attenzione di colonnelli e generali: intanto il tempo passava, e tutto si complicava sempre più.

La legge marziale, che sempre si associa alla proclamazione dello stato d'assedio, prevedeva che vi fossero dei tribunali militari che, nei processi a rei di sciacallaggio o di altri delitti, potevano emanare la pena capitale. Si cercava così di ridurre drasticamente i moltissimi gravi reati: furti, rapine, arricchimenti illeciti, ferimenti e percosse; talvolta per rubare oggetti anche di poco valore. A presiedere il Tribunale straordinario di guerra fu chiamato il colonnello Ferri, del 98° Fanteria.

Ci sono testimonianze di persone degne di fede, che videro file di soldati trasportare in luoghi sconosciuti, e non nei magazzini governativi, scatole e casse con parecchia argenteria, rinvenuta in una gioielleria distrutta.

Il 4 gennaio, il Giornale di Sicilia annunciava che il Tribunale militare aveva inflitto diverse condanne a morte. Erano stati fucilati sia popolani, sia soldati. "Non vi dico queste esecuzioni della giustizia marziale, quanto accrescano il terrore e rendano ancora più truce lo spettacolo di morte e di distruzione". Dopo due settimane il quotidiano denunciava "Il flagello dello stato d'assedio grava sulla città distrutta dal terremoto". Lo stato d'assedio fu tolto agli inizi di febbraio.

LE REAZIONI IN ITALIA E NEL MONDO, IL TRISTE GENNAIO 1909
Appena la popolazione apprese, dai giornali del 30 dicembre, la tragica realtà delle coste sullo Stretto, dopo i vaghi accenni, i "si dice", le notizie contraddittorie, si iniziò una stupefacente gara di solidarietà. Tutti erano toccati profondamente da questa disgrazia, che colpiva le terre del sud, già emarginate e povere di per sè. E poi colpiva violentemente la grandiosità terribile della catastrofe. Due città distrutte, decine di migliaia di vittime, gente che nelle prime ore moriva per strada in assenza di soccorsi. Raccolte di fondi, invio di materiale vario, le famiglie dei poveri superstiti accolte negli edifici pubblici di Catania e Palermo; quest'ultima accolse fraternamente sedicimila profughi. Mentre migliaia di scampati calabresi furono dirottati su Napoli, generosa e umana oltre ogni dire.
In tutta Italia, e poi in tutta Europa, negli Stati Uniti e in molti altri Paesi d'oltremare, la gente, scioccata dai titoli di scatola dei quotidiani, si mobilitò in una corsa infinita di aiuti e di generosità.

Ma nel nord Italia, molto lontano in tutti i sensi dai luoghi della tragedia, alcuni egoisti e senza cuore, non ebbero la forza di annullare o rinviare manifestazioni festose, in vista del nuovo anno.

Ecco le parole, piuttosto forti, di Sandro Attanasio:
"Infine, la sera del 30 dicembre 1908, in piena tragedia nazionale, si manifestò l'altra faccia dell'Italia, quella vile ed egoista, tronfia per il troppo denaro. La grassa borghesia milanese, l'aristocrazia dei quattrini, quella sera non volle rinunziare al divertimento. Si riunì in quel «Tempio dell'Arte» che è la Scala di Milano per godersi il famoso Ballo Excelsior... Quella sera l'elegante pubblico rutilante di gioielli, che affollava i palchi e la sala del teatro più famoso del mondo si è divertito, ha passato un'ora e mezzo fra ridenti visioni di un elegante caleidoscopio".

Mentre la grande maggioranza dei veglioni di fine anno vennero cancellati - anche se tutto era pronto - in alcune città d'Italia si decise di non soprassedere al divertimento, e la gente affollò, forse un po' meno spensierata degli anni precedenti, forse con una sottile amarezza nel profondo della loro coscienza, le sale da ballo e i ristoranti eleganti.

LE MANIFESTAZIONI RELIGIOSE
A Messina l'arcivescovo D'Arrigo, fratello del sindaco deposto dal re, fece visita diverse volte alle zone disastrate della sua città; con i suoi sacerdoti, in cotta bianca e indossando pesanti stivali, si recò vicino ai cumuli di macerie, benedicendo con l'aspersorio il cimitero dei molti, troppi morti che giacevano lì sotto. Molti preti si arrampicarono sulle rovine, e anche là alzarono la mano nel segno della croce.

Il 6 gennaio mons. D'Arrigo, indossati i paramenti più solenni, aveva guidato una processione fra le macerie, portando alto l'ostensorio con il Santissimo, cui le squadre di soccorso militari, con gesto spontaneo e commovente, "presentavano" le vanghe e le zappe, al posto dei fucili, lasciati in caserma.

Da molti si sosteneva che occorreva bombardare le macerie, coprirle di una pioggia di disinfettante, bruciare, e ricostruire la città in un altro luogo. Ma nei giorni successivi, più a mente fredda, queste sconclusionate proposte sullo spostamento di Messina scomparvero. Dopo aver rintracciato ancora, miracolosamente, alcuni superstiti, in anditi e celle create dalle travi e dai mobili, si decise di interromepere definitivamente la ricerca. Vennero poi fatti cadere i muri pericolanti, con la dinamite, e cominciò l'opera di spianamento delle macerie, che nascondevano nelle loro viscere i corpi di migliaia di sventurati. Per molti altri fu eseguita una cristiana sepoltura, in grandi fosse comuni, sia accanto alle due città che nei dintorni dei paesini del circondario.

L'epidemia fu fortunatamente bloccata, con questi energici interventi.

Messina e Reggio erano ora due città abbandonate, morte. Due ex città.

Nell'ansia di riportare un po' d'ordine, di eliminare i muri cadenti e le scale pericolanti, furono distrutte anche molte chiese, che avrebbero poturo perpetuare la loro testimonianza di arte dei secoli passati. Così avvenne anche per molti begli e storici palazzi, che la cariche di dinamite trasformavano in pochi istanti in enormi cumuli di rovine.

Più tardi grandi quantità di baracche di legno, in tutti i quartieri dei due centri e nei paesi vicini, fiorirono e accolsero abbastanza degnamente i gruppi famigliari che erano rimasti in vita. I bambini rimasti orfani vennero avviati a collegi e istituti; molti di loro vennero adottati da famiglie anche molto lontane, anche in Paesi europei.

Dal bel libro di Attanasio: "La rinascita di Messina ebbe il suo definitivo suggello il Venerdì Santo del 1909. Tutta la popolazione superstite partecipò ad una processione che per ore sfilò sulle rovine, attraverso la città morta".

Il sismologo Valenzise, già citato più sopra, afferma: "Passerà un altro millennio prima che si riverifichi un evento del genere, anche se qualcuno pensa che, visto che viviamo in una zona altamente sismica e visto che più o meno ogni 100 anni c’è stato un terremoto di grande portata, vedi quello del 1783 e quello del 1624, allora adesso subiremo nuovamente una catastrofe perché è già passato un secolo".

ALCUNI TITOLI DI GIORNALI
Giornale di Sicilia, 29 dicembre: Messina allagata e distrutta? Terremoto e maremoto in Sicilia e Calabria?... Borgate scomparse - paesi gravemente danneggiati - edifici crollati e vittime... Da Messina non si è potuta avere alcuna notizia, giacché sono interrotte le comunicazioni telegrafiche, telefoniche e ferroviarie.

(Notizie della notte del 28, ancora frammentarie)

L'Ora (Palermo), 29 dicembre, edizione straordinaria: Messina distrutta dal terremoto e dal maremoto. Il più orrendo disastro che la storia delle umane sciagure abbia mai registrato! Si calcolano i morti a 50 mila... Innumerevoli persone impazzite. Episodi terrificanti... Lo Stretto è ostruito dai rottami e dai cadaveri di uomini e animali. Si vedono galleggiare grappoli di cadaveri denudati.

(L'Ora usciva di pomeriggio, e perciò il 29 dicembre aveva più notizie dell'altro quotidiano palermitano)

Giornale di Sicilia, l'indomani, 30 dicembre: Una sciagura di quelle incommensurabili che la mente umana si rifiuta di percepire. Un cataclisma millenario: orribile e terrificante spettacolo.
Corriere della Sera, 30 dicembre:

ORA DI STRAZIO E DI MORTE. Due città d'Italia distrutte. I nostri fratelli uccisi a decine di migliaia a Reggio e a Messina.

Renato Simoni, inviato nello Stretto dal "Corriere della Sera", 1° gennaio 1909

«Tra le rovine di Messina, di Reggio, di Palmi, di Bagnara restano dei superstiti. Ci sono ancora degli uomini che respirano sotto i monti di rottami, degli uomini pesti, laceri, imprigionati, che da tre giorni impazziscono vedendo oscillare, avanti alla loro mente stravolta, la speranza e la disperazione. Affamati, assetati, spasimanti per le piaghe che s’incancreniscono, questi sepolti vivi sentono a pochi metri, a pochi centimetri da loro, passare il calpestio della fuga, suonare le voci degli uomini che vorrebbero salvarli; e chiamano fiochi e non odono risposta o raccolgono poche parole rotte che si perdono dentro le macerie…»

Il Mattino, 3 gennaio: Una delle scene più strazianti è stata lo scempio dei bambini che erano ricoverati all'Infanzia abbandonata presso il monastero di Montalto. Si vedevano quei bambini pencolare ancora vivi dalle travi dell'edificio distrutto, ed era impossibile salvarli.

Giornale di Sicilia, 5 gennaio, dichiarazioni del senatore Paternò, vice presidente del Senato del Regno: "I morti saranno lasciati sotto le rovine stesse, le quali non possono essere rimosse nemmeno dopo tre o quattro anni di lavoro organizzato sapientemente. Si tratta di chilometri e chilometri di superficie".
Giornale di Sicilia, 11 gennaio: Un macellaio vivo dopo 14 giorni. Dopo sette ore di sforzi incessanti fu dissepolto ancora in buone condizioni il macellaio Benedetto Brusaia, di anni 45... Narrò di aver assistito alla morte della moglie e di quattro figli.

Sul Corriere della Sera del 18 gennaio, Luigi Barzini riferisce in un toccante articolo: "Avevo la moglie e tre bambini. Dormivano. Io mi ero alzato per andare al lavoro. Quando il terremoto è venuto mia moglie ha gridato: soccorso, Dio, è la fine del mondo. Lei dormiva con il bambino più piccolo, di due anni. Mi sono gettato su di loro, abbracciandoli. Un momento dopo tutto è crollato. Siamo stati coperti dalle macerie... quando l'ho toccata ho sentito il suo capo fattosi pesante. Il bambino piangeva piano piano e l'ho preso in braccio, l'ho accarezzato. Mi sono seduto in terra, tenendolo ora sul braccio destro, ora sul sinistro. Mi chiedeva acqua e mi chiedeva da mangiare e io piangevo, dicendogli: aspetta. Poi non ha parlato più, ma per tanto tempo ha respirato con affanno, e alla fine non ha respirato più. Io l'ho chiamato tanto, l'ho baciato finché l'ho sentito tutto freddo. Allora soltanto mi son ricordato degli altri due figli più grandicelli. Ho posato il cadaverino e li ho cercati. Li ho trovati ma erano morti anche loro. Mi sono buttato per terra e ho pregato l'Ecce Homo di Calvaruso di non farmi soffrire più...".
Giornale di Sicilia, 28 gennaio: Una bambina di cinque mesi salvata dopo quattro giorni. Nel villaggio di Gallico, frazione di Villa San Giovanni, sotto le macerie di una casa distrutta dal terremoto, quattro giorni dopo il disastro fu rinvenuta una bambina, Angelina Caminiti, perfettamente incolume. Era ancora attaccata al seno dell'infelice sua madre, spirata qualche ora prima che giungessero i soccorsi.

Dopo tutto è stata più fortunata di quei trentacinque pargoletti del brefotrofio di Reggio che, scampati al pericolo di essere schiacciati dalle macerie, perirono per mancanza di allattamento.

Dopo tre mesi, Giornale di Sicilia del 24 aprile: I cadaveri dissepolti ascendono al numero di circa 25 mila. Si calcola che ne rimangono ancora sotto le macerie circa 45 mila.

Ma la vita, nonostante tutto, continua:

Giornale di Sicilia, 28 gennaio: Dacché è stato ripristinato l'ufficio dello Stato civile si sono avute 30 denunzie di nascite, sei richieste di matrimonio.

FINE
29 dicembre 2018 – il testo Il Terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 di Vito La Colla è stato pubblicato per prima da Globalgeografia https://www.globalgeografia.com/not_found.htm

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