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Il Terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908: il maremoto

Pubblicato in CalabriaIgnota Lunedì, 24 Dicembre 2018 09:14
Il Terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908: il maremoto foto tratte da Reggio 1908, dal disastro alla rinascita

Il Terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 - Testo: Vito La Colla (Capitolo III)

IL MAREMOTO

Coloro che abitavano nella Palazzata, una monumentale cinta di edifici che costeggiava per un chilometro e mezzo la Marina, o che dimoravano nelle case che davano sul mare, corsero negli spazi liberi, e senza pericolo di crolli, vicino alle banchine. Si ritenevano, così, al sicuro. Ma ignoravano che lì si annidava un pericolo ancora maggiore, e forse più spietato. Ben presto il mare si ritirò di diversi metri, e subito dopo ondate spaventosamente alte si abbatterono sulle due coste, travolgendo tutto. A Messina scavalcarono il molo, su cui si ergeva una fortezza, trascinarono e sbatterono contro gli edifici barche e battelli di notevoli dimensioni, si avventarono contro le centinaia di poveretti, alcuni feriti gravemente, che si trovavano nei pressi della riva. E trascinarono poi tutto con sè, in mare aperto: tronchi, massi, cadaveri, persone vive, barili, relitti di imbarcazioni, travi, carretti, animali. Le onde erano alte parecchi metri, forse più di quattro, ed erano di una violenza inaudita. Nessuno poteva resistere loro.

L'acqua del mare in rivolta si aprì un varco fra le strade che si addentravano in città, proseguì mugghiando all'interno. Attraversò i varchi monumentali che si trovavano ogni tanto nel cordone della Palazzata, risalì per buon tratto i letti dei torrenti, sconvolse le navi nel porto, strappò le ancore dal fondale, spinse i piroscafi uno contro l'altro, sfasciò numerose imbarcazioni.

L'onda si ritirava, dopo avero portato lutti e rovine, e dopo un po' si ripresentava, leggermente meno alta e meno violenta, ma sempre terrificante. Tre, quattro ondate di tsunami si susseguirono nello Stretto, andando da nord a sud. E occorre ricordare che tutto ciò si verificava nel buio più totale, e rendeva quei momenti ancora più catastrofici.

Le banchine del porto di Messina scesero dagli originari due metri sopra il livello del mare a mezzo metro sotto.

Anche nei paesini a nord della città siciliana, nei piccoli centri sul mare, che portavano nomi sereni e quasi poetici (Paradiso, Contemplazione, Pace, Mortelle, S.Agata) il maremoto aveva distrutto le abitazioni, che sorgevano a pochi metri dal mare, in posizione pittoresca.

Nei giorni successivi, agli inizi del 1909, relitti e cadaveri furono avvistati addirittura lungo le coste della Turchia e della Siria.

Comunque, contrariamente a quanto è ritenuto da molti oggigiorno, il maremoto dello Stretto uccise molte meno persone di quelle morte per il crollo delle migliaia di case provocato dal sisma. Forse la scena apocalittica fa più impressione, forse la compassione per chi si era avventurosamente salvato ma che poi viene annientato dai gorghi ed annega in mare aperto suscita maggior partecipazione.

Ma le vittime del maremoto furono senza dubbio in numero molto ma molto minore di quelle del terremoto vero e proprio.

Bisogna fra l'altro tenere conto del fatto che era estremamente difficile per i sopravvissuti, tranne quelli che abitavano proprio sul lungomare, raggiungere in quei momenti di tregenda, nell'oscurità totale, in mezzo alla polvere e alla caduta continua di materiale, le aree lungo la banchina, a pochi metri dal mare. Le altissime onde dello tsunami arrivarono dopo una decina di minuti: troppo poco per permettere un notevole assembramento di folla in quei luoghi. Anche se poi il mare penetrò violentemente nelle zone dietro la Palazzata e trascinò con sè altri poveretti.

Oggi, forse per il ricordo del recente tsunami nel Golfo del Bengala (26 dicembre 2004) si tende a ritenere che Messina sia stata distrutta dal maremoto, soprattutto da parte di giovani che si accostano per la prima volta a questa immane sciagura di un secolo fa, come ho letto recentemente in domande apparse in Forum dedicati all'avvenimento.

Recentemente, all'inizio del 2008, si è avanzata l'ipotesi che, a scatenare il violento maremoto nel piccolo specchio d'acqua dello Stretto, non sia stato direttamente il sisma stesso, bensì una frana sottomarina, nei pressi di Giardini, vicino a Taormina. Infatti da studi e testimonianze (studiosi dell'Università di Roma e di quella di Messina) l'onda violenta colpì prima la costa in corrispondenza di questa località (2-3 minuti dopo la scossa tellurica) e solo dopo una decina di minuti raggiunse le coste di Messina e di Reggio. La frana, molto imponente, fu in effetti scatenata dalle scosse sismiche ma, se non ci fosse stata, non si avrebbe avuto un maremoto di quelle proporzioni. Infatti gli tsunami, in genere, sono prodotti da sismi di intensità superiore al nono grado della Scala Richter; mentre quello di Messina e Reggio Calabria superò di poco il grado settimo. Il maremoto del dicembre 2004, in Indonesia, fu provocato da un sisma di inaudita violenza, superiore al 9° grado Richter.

TESTIMONIANZE DI QUELLE TERRIBILI ORE
Il capitano della nave "Washington" seguì la catastrofe dal mare e così ne racconta:

"Facevamo rotta da Palermo a Messina; nei pressi del faro messinese, alle 5.20, il mio vascello sussultò tremendamente e fu sollevato in alto; le onde in quel momento non erano alte e io credetti che avessimo urtato contro uno scoglio. Ma nello stesso istante il faro di Messina si spense, sul mare si abbassò una strana nebbia, secca, come fosse polvere, e perdemmo di vista sia il porto di Messina che la costa calabra. Continuai a procedere lentamente, con ogni precauzione, inquieto, percependo che a terra stava accadendo qualche disgrazia.

Alle 5 e 25 un nuovo scossone sul vascello e un rombo sulla costa. Le scosse e i boati si ripeterono a terra alle 6 e 15, 6 e 40, 6 e 45, accompagnati da fracasso e strepito. Alle 7 stavamo alla fonda immersi nella foschia, la quale diradandosi lentamente ci permise di vedere il faro diroccato. Si avvicinò una barca che ci informò della disgrazia e chiese soccorso. L'imboccatura dello Stretto era ingombra di battelli capovolti, barche, mobili, pezzi di legno. Avvicinandoci alla riva scorgemmo al posto della città mucchi di rovine e dappertutto case diroccate".


Il farmacista Fulco dice:

"Mi trovavo sul ferry-boat che collega Messina e Reggio. Erano le 5 e 20 del mattino. All'improvviso risuonò un forte boato, il livello del mare si abbassò, l'acqua si ritirò, tanto che il vascello toccò il fondo, dopodiché fu sollevato in alto a più di otto metri sopra il livello normale. Vidi dal ferry-boat come l'acqua irrompeva e allagava la stazione, i magazzini, il forte della Cittadella, dove si trovava la brigata d'artiglieria, nella quale, come seppi dopo, morirono quasi tutti i soldati che vi si trovavano. Sulla città si sollevò una densa nebbia, come non si era mai vista, impenetrabile anche alle luci dei riflettori. Appena albeggiò corsi a riva, ma riuscii a muovermi con grande difficoltà: dappertutto vi erano macerie. Non incontrai quasi nessuno. Cercai, con alcuni soldati-artiglieri sopravvissuti che mi erano venuti incontro quasi nudi, scalzi e tremanti per il freddo, di darmi da fare per dar soccorso sotto le macerie, ma ci riuscì di tirar fuori solo due uomini, in quanto intorno a noi crollava ogni cosa, e la polvere dei calcinacci e il fumo degli incendi impediva di respirare".

Dalla nave illuminata dalle luci di bordo si poteva scorgere qualcosa sulla banchina: ecco perché Fulco può affermare di aver visto l'onda mostruosa dello tsunami abbattersi sul porto e sugli edifici vicini. Un'altra testimonianza dice che la bella e ricca città e i suoi dintorni accoglievano più di centocinquantamila abitanti; adesso era ricoperta da una nuvola di fumo e polvere, le sue rovine bruciavano, e tra esse, macabri scheletri, si ergevano gli enormi edifici del municipio e dell'albergo "Trinacria". Quasi tutti i palazzi, l'Università, la Posta, sono scomparsi; la stazione ferroviaria è distrutta fino alle fondamenta, e i ferrovieri e gli operai sono morti schiacciati.

Dei quattrocento soldati in servizio doganale ne sono morti trecentocinquanta, e quasi tutti i fanti dell'83° e dell'80° reggimento sono rimasti sotto le macerie della caserma... I soldati dormivano, dopo qualche minuto avrebbero dovuto alzarsi... I sopravvissuti raccontano che la loro caserma dapprima si spaccò in due, quindi le due metà si riaccostarono con un terribile urto e si sbriciolarono seppellendo i militi. Alcuni saltarono dalle finestre del pianterreno, sugli altri adesso si è innalzata una collina di pietre e calcinacci. Sono morti tutti gli ufficiali, e le famiglie che vivevano con loro in caserma.

L'onda del maremoto, alta una decina di metri, si rovesciò sul lungomare, completando la distruzione degli edifici prossimi alla riva già squarciati dalle scosse del sottosuolo e trascinò in mare la gente. Nello Stretto galleggiavano centinaia di cadaveri, riuniti in orribili grappoli sballottati dalle onde.


Un uomo di Reggio racconta:

"Nel sonno fui gettato a terra dal letto, e su di me crollarono non so quali pesi; ferito alla testa, al collo e alle gambe perdetti conoscenza, e quando tornai in me riuscii con grande sforzo e sofferenza a trascinarmi fuori del cumulo di macerie acuminate, che mi incidevano la pelle e il corpo. Per la strada vidi un maestro di mia conoscenza, che, barcollando, mezzo svestito, portava sulle spalle la madre e teneva per mano la moglie; tutti e tre tacevano. Ad un tratto, inciampando tra le macerie, egli cadde, lo aiutai a rialzarsi e insieme continuammo attraverso le barricate di rottami verso una piazza, sobbalzando e cadendo di continuo per le scosse del terreno, coperti di polvere, assordati dal fracasso degli edifici che crollavano.

Giunti in piazza, incontrai un mio conoscente; piangendo, ci abbracciammo fortemente, e solo allora notai che entrambi eravamo quasi nudi. Davanti a noi giacevano le rovine di un orfanotrofio, qualcuno mi disse: 'Tutti i bambini sono morti'. Per un qualche miracolo un balcone era rimasto intatto, e da lì un'ombra bianca ci gridava: "Aiuto! Qui ne sono sepolti sette!". Ma quasi nello stesso istante il muro, inclinandosi, crollò lentamente, e l'uomo, dopo un ultimo grido, tacque. La polvere eccitava la sete, e la gente si gettava sulle fontane, ma queste erano asciutte. Corsi verso la stazione telegrafica, ma ormai era già stata distrutta, e ciò che rimaneva si disfece sotto i miei occhi.

Si udì un rumore sordo proveniente dal sottosuolo, e sentendo come la terra tremava sotto i piedi, mi lanciai verso il Corso, ma fui fermato da soldati della dogana che mi pregarono di aiutarli ad estrarre un ferito da sotto un mucchio di calcinacci. Iniziammo l'impresa, ma una nuova scossa lasciò cadere sul ferito altre pesanti pietre che lo schiacciarono. Da sotto le rovine giungevano urla e lamenti. Con incedere tranquillo e misurato passò innanzi a me un uomo avvolto in un lenzuolo, gli chiesi qualcosa, ma egli né rispose né si fermò, e guardando il suo volto impassibile percepii che era impazzito. Qui e là si muovevano lentamente persone febbricitanti, vestite sommariamente; scavando con le mani tra le macerie, i figli cercavano i padri e le madri, le ragazze singhiozzavano, i bambini piangevano, le donne gridavano, imprecando Dio.

Qualcuno mi disse che dei 105 malati dell'ospedale se ne erano salvati 12, ma questi stavano morendo per il freddo e soffocati dal fumo degli incendi. Ricordo due militari, che a rischio delle loro vite, si arrampicarono sulle rovine per salvare una famiglia, ed avevano già portato in salvo sette persone. Tutte le case intorno erano abbattute. Il capostazione mi disse che il mare si era prima ritirato per una trentina di metri, e quindi, sollevandosi in un'onda dalla grandezza diabolica si era scagliato sulla riva distruggendo tutto, e ritirandosi nuovamente aveva trascinato in mare persone e macerie; furono gettati sulla riva due battelli a vapore e alcune imbarcazioni a vela, i cui equipaggi perirono. I magazzini del porto furono vuotati, e lungo la riva galleggiavano casse, latte di petrolio e sacchi di pane".



Capitolo 4
PER LE STRADE, ALL'ALBA
Ecco il racconto di uno dei medici messinesi sopravvissuti:

"Vivevo in alcune stanze ammobiliate, al quarto piano. Quella mattina fatale fui svegliato da una scossa terribile, volevo scendere dal letto, ma fui scaraventato a terra, tra bottiglie, sedie, tavoli e armadi che volavano da ogni parte. Raccolsi qualcosa e mi infilai un vestito, accesi un fiammifero e aprii la porta per cercare di salvarmi, ma mi dovetti fermare, perché non vedevo più nulla, avvolto in una nuvola soffocante di polvere.

La triste esperienza del 1905 mi indusse a fermarmi, anche se il terremoto continuava con un rumore sordo. Iniziavano a cedere i muri divisori, quindi divenne necessario scappare nel corridoio. Gli inquilini dei diversi piani comunicarono che la scala era ancora intera, e prendendo il coraggio a due mani, iniziammo a scendere. Uscimmo nel cortile. Aprendo il portone ci scontrammo con una massa di macerie, attraverso le quali riuscimmo a passare con difficoltà. Solo allora comprendemmo la serietà di ciò che stava accadendo. Iniziavano ad andare in rovina interi palazzi. Io fui ferito ad una spalla da un frammento. Imperava una piena oscurità, e da tutte le parti giungevano grida di aiuto, urla e lamenti dei moribondi, dei feriti e di chi era impazzito dal terrore.

Io ed altre persone cercammo di procedere oltre, ma risultò impossibile e ci riunimmo in una stalla che si trovava di fronte all'edificio nel quale vivevamo. Fin quando non sorse il sole vivemmo momenti terribili. Era angosciante ascoltare le invocazioni di aiuto e non poter fare nulla. Appena iniziò ad albeggiare decidemmo di andare a piazza del Municipio e, aggirando gli ostacoli delle macerie, dei fili del telefono e del telegrafo, che da ogni parte ci tagliavano la strada, lentamente penetrammo attraverso le nuvole soffocanti, pregne di polvere. Di tanto in tanto, lungo il cammino, con un gran fracasso, crollavano gli edifici. Era impossibile per noi aiutare i sopravvissuti rimasti sui balconi, appesi agli infissi o ai cornicioni, in quanto non avevamo le scale e, principalmente, la forza. Procedevamo in questo modo, tra il terrore e la disperazione.

Contro le nostre aspettative, in piazza non trovammo che poche persone. La piazza era invasa dall'acqua, a causa della rottura in più punti dei tubi delle condutture. Ci avvicinammo allo splendido palazzo del Municipio; la stupenda scalinata in marmo si presentava come un cumulo di rovine e di polvere. Il palazzo dei pompieri, di fronte, era completamente distrutto e ingombro di macerie. Cercammo di andare verso Corso Garibaldi, ma la strada in quella direzione era del tutto ingombra. Col far del giorno la piazza iniziava a riempirsi sempre più di gente, e ognuno raccontava nuovi fatti terribili. Le case intorno continuavano a crollare ed a sfasciarsi. Da una di queste giungevano grida di aiuto: un uomo e una donna stavano davanti a una porta, al terzo piano,senza riuscire a oltrepassarla, e noi vedemmo come caddero insieme con la casa.

Andammo in Via Marina, e anche lì non vi erano molte persone, ma già dall'incrociatore 'Piemonte' giungevano barche con marinai e si iniziavano a raccogliere i feriti. Tutto il porto era coperto dai resti della stupenda Palazzata, che lo cingeva. Lungo la strada raccogliemmo una giovane donna, nuda e morente.

Ci presero a bordo. Il comandante dell'incrociatore ordinò ad una nave mercantile di raccogliere i feriti e trasportarli a Villa San Giovanni. La nave riuscì a muoversi con grande difficoltà in quanto tutto lo Stretto era pieno di barili di olio, cassette di arance e datteri, piccoli vascelli, barche di pescatori rovesciate, pezzi di legno. Dall'incrociatore vedemmo crollare la cattedrale e ardere lingue di fuoco in diversi posti della città. Alcuni dicevamo che bruciavano i depositi di kerosene, altri che era esploso il gasometro. Così lasciammo la Sicilia".
LETTERA DI UN SACERDOTE AI CARABINIERI
"Messina, 2 febbraio 1909
On.le Comando dei Reali Carabinieri - Messina

Essendomi dedicato all'opera di salvataggio dopo la tremenda catastrofe del 28 dicembre u.s. ho avuto occasione di conoscere il coraggio dei nostri bravi Ufficiali e soldati che mi aiutarono nell'opera eminente umanitaria.

Ma ciò che ha destato soprattutto la mia meraviglia è stato un salvataggio che posso dire miracoloso operato dal Capitano dei Carabinieri signor Pietravalle insieme ad un carabiniere ed un bersagliere dei quali non ho potuto avere il nome.

Trattavasi di una ragazza, certa Maria Pier stata a servizio della famiglia Palermo abitante accanto alla mia chiesa parrocchiale Annunziata dei Catalani.

Detta ragazza trovavasi sotto le macerie cadute dai piani superiori, e appunto trovavasi sotto una delle arcate inteme della chiesa gravemente pericolante.

Nessuno si sarebbe fidato scendere lì, ma il detto capitano con vera abnegazione ed ammirabile esempio mette a repentaglio la propria vita, affronta il pericolo, scende nella chiesa unitamente al carabiniere ed al soldato, e malgrado che le scosse di terremoto si succedessero, egli ed i suoi subalterni estraggono dalle macerie la ragazza e la mettono in salvo dopo parecchie ore di faticosissimo lavoro.

Ammirato da tale coraggio di un ufficiale della Benemerita Arma, volevo renderlo subito di pubblica ragione per mezzo della stampa, ma la modestia del Capitano, a cui chiesi il nome che non volle declinare e che poi ho saputo per mezzo di altri, me lo impedì ma malgrado ciò io per debito di coscienza lo indico a cotesto Onorevole Comando, come indico i subalterni che lo aiutarono nella impresa come quelli che non curarono la propria vita per la salvezza di una infelice che sarebbe senza dubbio perita sotto le macerie.

Per la verità scrivo la presente per darne ragione a chi spetta.

Sacerdote Parroco Placido Macrì".

NON ARRIVA NESSUNO
Gli scampati, i feriti, i moribondi, i bambini rimasti soli, i vecchi attendevano nella mattinata di lunedì che arrivassero i primi soccorsi. Il compito era immane. Dissotterrare dalle macerie i poveretti intrappolati, che chiamavano e si lamentavano. Spostare le macerie per aprire vie di comunicazione in quell'inferno. Far cadere muri pericolanti, che spesso si abbattevano dopo una delle tante scosse di assestamento. Indirizzare i feriti, cominciando dai più gravi, verso il porto, dove si attendevano l'arrivo di navi. Curare anche sommariamente i feriti, legare con legni di fortuna le fratture, bloccare le emorragie, confortare, assistere amorevolmente.

Ma non si vedeva nessuno. Come abbiamo visto, nel resto d'Italia nessuno sapeva niente di quel disastro, e Reggio e Messina giacevano nel dolore e nella rovina senza che alcuno arrivasse per portare aiuto.

Solo da Catania e da qualche altro centro delle coste ioniche e tirreniche, dove le scosse avevano destato tanto allarme, arrivarono poche imbarcazioni. L'unica via era il mare, fortunatamente c'era il mare e le località terremotate erano sulla costa. Le strade erano quasi tutte interrotte, mentre la ferrovia Messina-Catania funzionava, dopo alcune riparazioni, e qualche treno arrancava lentamente verso lo Stretto. Invece la linea ferroviaria calabra, verso il nord, era interrotta da frane e crolli di ponti e gallerie. Così pure la Messina-Palermo.
Verso le ore 16 arrivò nel porto di Catania il piroscafo Washington, con pochi superstiti e feriti raccolti nella mattinata davanti alla Palazzata. Subito il comandante si premurò di avvisare le autorità portuali e quelle cittadine della terribile tragedia che si era abbattuta sulla città vicina, e sicuramente anche sulla parte opposta dello Stretto. Altre due navi, il Montebello e l'Avvenire giunsero quando il sole era già calato, e pure loro portarono le accorate testimonianze delle rovine sulle coste dello Stretto. La notizia del sisma si diffuse in pochissimo tempo in città.

Il sindaco Console inviò subito a tutte le prefetture dell'isola la notizia allarmante. Si invitavano i sindaci a organizzare in fretta treni di soccorso, e raggiungere al più presto Messina. Dallo Stretto arrivò, alle 21, un treno, partito alle 9 dai binari di Messina, e che aveva viaggiato lentissimamente e prudentemente, mentre in alcuni punti della linea ferrata operai e tecnici cercavano di rendere i binari sicuri e stabili. Il convoglio era stracarico di persone, feriti, bambini senza genitori, scampati in preda al terrore, e desiderosi soltanto di allontanarsi il più possibile dalla città dell'orrore.

I numerosi profughi e i feriti, alcuni dei quali in fin di vita, furono accolti amorevolmente e curati.

Ma tutto si risolveva in questi aiuti minimi: tre navi semivuote e un treno barcollante. La maggior parte dei messinesi e dei reggini, e di tutte le minori località adagiate sulle rive dello Stretto, rimanevano in attesa spasmodica di aiuti organizzati, di numerosissime persone che provvedessero a riportare la situazione fuori dall'anarchia e la distruzione più completa. In mattinata era ricominciato a piovere, e il freddo di dicembre si faceva sentire su persone balzate dal letto, e scappate con gli indumenti leggeri di chi si corica. Poi la fame, la sete, la disperata ricerca di aiuto; capire cosa fosse esattamente successo, e fin dove. La distruzione quasi totale della città faceva infatti temere a più d'uno che il terremoto avesse colpito una regione vastissima dell'Italia meridionale, magari fino a Napoli, e così i soccorsi sarebbero tardati per giorni e giorni. Oggi abbiamo la radio, e potremmo sapere, anche in assenza di corrente elettrica, con le radioline a pila, le notizie che ci potrebbero rassicurare.

24 dicembre 2018 (continua)

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