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Il Terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908: la situazione sulla sponda calabrese

Pubblicato in CalabriaIgnota Mercoledì, 26 Dicembre 2018 10:27

Il Terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 - Testo: Vito La Colla (Capitolo VII)
LA SITUAZIONE A REGGIO E SULLE SPONDE CALABRE
A Reggio Calabria si soffrivano le pene dell'inferno. Qui il maremoto nel buio era stato anche più atroce, forse per la disposizione della costa, in alcuni casi normale alla direzione da cui provenivano le ondate. O forse per l'imponente frana sottomarina, avvenuta, secondo recentissime indagini, proprio di fronte alle coste calabresi, a Giardini.

Lo spettacolo che si presentava ai soccorritori era terrificante. Sulla riva del mare decine di barche giacevano a pezzi, le rotaie della ferrovia erano divelte e come attorcigliate, i vagoni capovolti e trascinati lontano, i moli e le banchine del modesto porto sfondati e maciullati. C'erano anche piccoli navigli e pescherecci, scagliati ben all'interno dalla forza del mare ribelle. Grovigli di assi, barili, cadaveri, piante, carri, barche, carogne apparivano agli allibiti soccorritori. Il tutto era impastato di melma e fango. Anche un pesantissimo ponte metallico della ferrovia era stato divelto e trascinato, tutto intero, su per il torrente Fiumarella.
Il sismologo Valenzise ha recentemente detto: "Che a Messina si siano contati più morti che a Reggio dipende esclusivamente dal fatto che quella città era ed è molto più estesa territorialmente rispetto a Reggio. Vorrei sottolineare che nessuno dei terremoti precedenti è stato come quello del 1908, diciamo pure che nella storia della Calabria non si è mai registrata una scossa così potente".
È doverso citare un breve elenco dei paesi calabri devastati dal sisma o dallo tsunami.
Lazzaro, Bocale, San Leo, San Gregorio, Gallico Marina, Santa Caterina Calabra, Catona, Archi, Villa San Giovanni, Cannitello. Più ad est, sul Tirreno, Scilla, Bagnara, Palmi. E, sulle montagne, Gallico, Catona, Rosalì, Africo, Condofuri, Melito, Motta San Giovanni, Cardeto, per citare i nomi più noti. E ancora Delianuova, Melicuccà, Seminara, Sant'Eufemia, Cinquefrondi, Polistena, Oppido. E molti altri, paesi minuscoli o molto popolati. Su tutti si abbattè la furia sismica. E furono proprio questi piccoli centri ad essere raggiunti e soccorsi con molto ritardo, anche dopo diversi giorni; molto spesso a causa delle strade di accesso disastrate, franate, impraticabili. Quante morti furono dovute alla mancata assistenza medica, nei giorni seguenti...

Dal libro di Sandro Attanasio: "A Villa San Giovanni... il capo stazione, che era sotto la tettoia, venne afferrato dal mare e si salvò nuotando come un disperato fino a quando le acque si ritirarono e lo lasciarono mezzo soffocato in un campo a centinaia di metri dalla ferrovia. Il futuro sergente Tarascio e i suoi camerati riuscirono a mettersi in salvo correndo col cuore in gola dietro ad una guardia di Finanza che aveva le ali ai piedi. Incalzati dall'onda omicida, riuscirono a raggiungere la parte alta dell'abitato con una terribile corsa attraverso il paese che crollava".
"LA PROVA GENERALE DELLA FINE DEL MONDO"
Il piccolo centro di Pellaro, situato oggi all'estrema parte sud di Reggio, era stato colpito in maniera particolarmente veemente dallo tsunami notturno. Anche a Pellaro la costa era disposta lungo un parallelo, e offriva il fianco alle ondate del mare impazzito. Si calcola che qui l'onda del maremoto abbia raggiunto e forse superato l'altezza di dieci metri.

Addirittura, di numerose casette a pianta quadrangolare che si trovavano in prossimità della riva, era rimasto solo il pavimento, leggermente sopraelevato sulla soletta. Pavimenti in genere a quadri bianchi e colorati. Tutto il resto, comprese le imposte, i mobili, le tegole e i massi delle macerie, era stato trascinato senza pietà nello Stretto. Solo i patetici pavimenti quadrettati, in mezzo al suolo completamente ripulito anche di alberi e vegetazione, rimanevano a testimoniare che lì vivevano famiglie, esseri umani.
I piccoli centri, sia del messinese che del reggino furono, come detto prima, quelli soccorsi con maggior ritardo. Le autorità, e forse è anche comprensibile, smistavano i pochi mezzi appena arrivati nelle due città, dove il disastro era più imponente e i feriti da salvare e portare via erano molto più numerosi.

Molte di queste località, come già accennato, erano state messe in ginocchio da due altri terremoti, nel 1905 e nel 1907, che sembravano la "prefazione" alla catastrofe del 1908.
Conclude Attanasio: "Decine e decine di paesi, di frazioni, di gruppi di case, in trenta secondi furono tramutati in cimiteri. Rovine percosse da un vento impetuoso, battute da una pioggia insistente che infieriva sui derelitti superstiti che il destino capriccioso aveva lasciato in vita, ma che avrebbero voluto essere morti. Accanto ai loro cari seppelliti nelle case schiantate. Perché la catastrofe non solo aveva frantumato città e paesi e assassinato uno spaventoso numero di esseri umani, ma aveva cancellato i sogni e le speranze di tutti. E spezzato il cuore a coloro ai quali aveva risparmiato la vita e si aggiravano senza forza e senza volontà in mezzo ai luoghi toccati dall'Apocalisse. Trenta orribili secondi, che erano stati la prova generale della fine del mondo, avevano tolto ai superstititi anche la voglia di continuare a vivere".

Le lunghe strade di Reggio, parallele alla costa del mare, erano tutte un ammasso di macerie. Fiamme si levavano anche qui in vari punti. Il maremoto che investì, con onde molto più alte di quelle scagliatesi sulla costa messinese, tutta la costa calabra dello Stretto, riuscì anche a spostare navi di un certo stazza. La nave mercantile Quirinale venne spinta dalle onde del maremoto verso l'esterno, poi rientrò in porto, venne risucchiata di nuovo in rada e ritornò alla fine accanto alle banchine semidistrutte. Si era incagliata sui fondali, ma le stesse onde riuscirono a sollevarla, e il comandante Vicari guidò la sua nave, nel buio più totale, in una zona meno sconvolta dalla ribellione del mare.

Le case della piccola città (45.000 abitanti) erano più modeste di quelle messinesi, costruite con ancor minore osservanza delle elementari regole di sicurezza. Crolli su crolli, strade intasate da montagne di macerie, migliaia di cadaveri affioranti dalle rovine.

La caserma Mezzacapo era diventata l'atroce tomba di circa 400 soldati. I loro corpi giacevano, uno accanto all'altro, nelle vaste camerate. Solo centocinquanta militari erano scampati al crollo parziale dell'imponente edificio e potevano essere utilizzati per i soccorsi.

Nel brefotrofio di Reggio ben trentacinque neonati scamparono sì al crollo, e rimasero miracolosamente illesi, ma in poco tempo morirono tutti perché non c'era più nessuno che li allattasse.

Il prefetto della città Orso e il sindaco Mezzatesta, più alcuni ufficiali dell'esercito e dei carabinieri si riunirono nel pomeriggio di martedì, e presero le prime importanti decisioni. Fra i problemi da affrontare immediatamente vi era, oltre al soccorso ai feriti e ai moribondi, quello di disciplinare il saccheggio dei negozi distrutti. Non c'era altra via, per il momento, per nutrire e dissetare i sopravvissuti, e occorreva un minimo di disciplina per permettere a tutti di impossessarsi del vitto e degli indumenti necessari. Inoltre bisognava vigilare sui detenuti delle carceri, che in molte prigioni si erano ammutinati, e volevano guadagnare l'aria aperta per non far la fine dei topi. Diversi soldati, armati di tutto punto, erano alla guardia delle casseforti delle banche, soprattutto quella della Banca d'Italia, parzialmente distrutta. Si temevano incursioni di predoni senza alcun rispetto per la situazione di estrema emergenza.

Il mattino del 29 arrivò a Reggio Calabria la prima nave di soccorso, la corazzata Napoli; e fu l'unico piroscafo italiano che giunse nella città calabrese all'indomani del sisma. Giunsero anche due navi militari inglesi, della flotta che aveva stazionato a Siracusa.

La corazzata britannica, senza alcun indugio, si attivò per caricare a bordo quanti più feriti poteva. L'ammiraglio Cagni fece poi una relazione, nella quale fra l'altro diceva che erano rimasti in città solo tre carabinieri ancora in grado di operare. La città venne divisa in tre settori, affidati ad altrettanti corpi armati. L'indomani 30 dicembre giunsero in vista della disastrata costa reggina altre navi italiane, e un provvidenziale corpo di 290 guardie di Finanza, incaricate di tenere l'ordine pubblico.

Capitolo 8
IL NUMERO DELLE VITTIME
Il numero esatto delle vittime del sisma del 28 dicembre 1908 non è mai stato accertato con esattezza. Infatti nei crolli e negli incendi dei vari palazzi municipali, nelle due città e in altri centri minori, erano andati distrutti e persi per sempre i documenti dell'anagrafe. A Roma non esistevano copie di questi elenchi; inoltre il fatto che intere famiglie erano scomparse, impediva spesso che qualcuno potesse denunciare la morte dei propri cari. Molti sopravvissuti, inebetiti e assenti, erano stati trasportati altrove, molti bambini orfani erano stati presi amorevolmente da famiglie italiane.

Da un calcolo approssimativo, tenendo conto dell'entità dei crolli di interi quartieri, si arrivò a ipotizzare queste cifre: 80.000 in Sicilia e 40.000 in Calabria. Centoventimila vittime. Un numero veramente impressionante, "asiatico", da alcuni contestato per eccesso, da molti altri per difetto. Alcuni giornalisti o studiosi, o funzionari dei ministeri, facevano ammontare il numero complessivo di morti a 90.000, altri a 200.000.

La cifra di 120.000 è molto vicina alla realtà, secondo molti studiosi di questo avvenimento.

Ripeto, in nessuna sciagura naturale europea, a memoria d'uomo, si è arrivati ad una cifra così spaventosa. Questa è la caratteristica che pone il terremoto di Messina e Reggio fra gli eventi di primaria importanza, nella storia recente dell'uomo.

20.000 SALME SOTTO LE MACERIE
A Messina, quando ci si convinse che nessuno poteva ancora essere vivo, là sotto, le ricerche si fermarono e si pose il problema. Rimuovere le migliaia e migliaia di tonnellate di macerie, solo per recuperare i corpi dei poveretti sepolti? Oppure spianare tutto, e fare del suolo della futura rinata città di Messina un enorme ossario? Sì, con dolorosa ma quasi inevitabile decisione delle autorità, i muri pericolanti furono fatti crollare con cariche di dinamite, le macerie spianate con apposite macchine, il suolo di Messina si alzò così di circa due metri, e sopra furono edificate le nuove case antisismiche. Nei punti in cui si trovavano antichi palazzi o chiese, non demoliti dal sisma di fine 1908, il suolo rimase ovviamente l'originale. E' il caso dell'antica e robusta chiesa della Santissima Annunziata dei Catalani, che rimase in piedi, anche perché aveva muri di largo spessore, ed era stata costruita con molte cure ed attenzione. Oggi, per accedere all'ingresso del tempio, occorre scendere in una specie di grande cortile, sottomesso rispetto al piano stradale (come il suolo delle rovine di largo Argentina, a Roma).

Le migliaia di cadaveri recuperati, quasi sempre senza prima poterli identificare - talvolta erano così mal ridotti che era francamente impossibile farlo - furono deposti in enormi fosse comuni. A Pellaro e in altre zone della Calabria le salme vennero cremate, all'aperto, per evitare peggiori danni provenienti da epidemie.

Si calcola che circa ventimila cadaveri rimasero così insepolti, si disfecero con gli anni, e oggi sotto la moderna Messina si trovano altrettanti scheletri, ossa sparse, poveri resti degli Innocenti del 28 dicembre.

LA POLIZIA, I CARABINIERI E LE AUTORITA' CIVILI SONO DECIMATE
Quello che più colpisce chi legge o ascolta il resoconto del terremoto di Messina e Reggio è la quasi totale assenza, nel primo giorno, della forza pubblica. Ma non perché fossero dispersi, spaventati, fuggiti. No. Erano morti anch'essi, i carabinieri, i poliziotti, i finanzieri, i vigili. Nelle sciagure siamo abituati ad aspettare che arrivino le squadre di soccorso locale, prima della messa in moto della macchina organizzativa esterna, diretta dai Ministeri. Dopo un'ora arriva un camion con degli agenti, che prestano i primi soccorsi, qualche ambulanza, un gruppo di medici e infermieri, che danno coraggio e speranza con la sola loro presenza. No. Quel maledetto lunedì mattina nessuno arrivava a recare conforto e aiuto. Gli agenti delle Forze dell'ordine erano morti, o feriti, o impossibilitati ad agire, a soccorrere. Anche loro, come le autorità, come i sindaci, come i medici, come gli infermieri, anche loro sfracellati sotto muri crollati, anche loro intenti ad implorare aiuto e soccorso per il terribile dolore delle ferite, per le emorragie, per le ossa spezzate.

Certo qualche soldato, qualche poliziotto arrivò. Ma che poteva fare, in mezzo a centinaia di poveretti, laceri, feriti, terrorizzati, tremanti di freddo, che si rivolgevano all'uomo in divisa, credendo che lui sì, poteva tutto.

Si organizzarono, ad opera dei pochi agenti e di molti generosi volontari, salvataggi di persone in pericolo, rimozione cauta delle macerie, se sotto si sentiva un'implorazione o un lamento. Molti aiutarono molti, la solidarietà umana in questi casi viene esaltata. Molti altri, però, erano come inebetiti, vagavano con lo sguardo allucinato fra i ruderi, scappavano al primo vicino crollo, non agivano, erano inerti e scioccati. Magari avevano perso, come Gaetano Salvemini, tutta la famiglia. Erano apatici, preda del cosiddetto "inebetimento", che è prodotto dalla reazione catastrofica. Attanasio spiega meglio questa reazione, che a molti suonava incomprensibile. "I giornali del nord riportavano indignati « ...i superstiti, fiacchi, avidi, indolenti, non alzano un dito per aiutare, non vogliono nemmeno interrarsi i cadaveri... stanno a guardare mentre le squadre scavano. Al momento del disseppelimento il congiunto superstite annuisce con il capo e dice stancamente: lo riconosco»".

A Messina, il sindaco D'Arrigo era scappato lontano, preda di un terrore inconsulto. Il prefetto Trinchieri era incolume, e venne salvato da una squadra di soccorritori. Del comandante del porto, Passino, non si aveva nessuna notizia.

Le poche autorità efficienti erano alcuni ufficiali dell'Esercito e della Marina, qualche funzionario comunale o prefettizio, qualche medico, qualche amministratore scampato a questa "livella".

Erano rimasti uccisi il questore Caruso, il generale Cotta, il procuratore generale Repellini. Moltissimi poliziotti e carabinieri, tecnici, avvocati e ingegneri, insegnanti e alunni, commercianti e sacerdoti.

Qualche medico generoso, che aveva messo da parte la sorte della sua famiglia, andava in giro a medicare. Sui tavolini di marmo di un caffè, lungo la Palazzata, erano distesi feriti gravi, su cui i medici, con mezzi di fortuna, cercavano di fissare le fratture con legni trovati qua e là, di lavare le ferite, anche con l'infetta acqua di mare. Molti volontari, animati da spirito di umanità e di dedizione, si affannavano a soccorrere o almeno rincuorare i feriti, le persone scioccate per la perdita dei loro cari e della loro casa.

Oltre i dieci marinai tedeschi della nave Salvador, quasi nessuna autorità era presente, appena arrivò l'alba, a dirigere le opere di soccorso.

LE PRIME INIZIATIVE UFFICIALI
I capitani di corvetta Cerbino e Ciano avevano quasi subito preso il comando e l'organizzazione degli aiuti da parte delle navi da guerra che, fortunatamente, si trovavano nel porto. La moglie e la figlia di Ciano erano perite nel crollo della casa; ma, con la morte nel cuore, lo spirito di disciplina militare aveva preso il sopravvento. Cerbino invece si era salvato con la famiglia (entrambi gli ufficiali dormivano a casa, con i loro familiari, in quella tragica notte). Ciano era l'ufficiale in seconda dell'incrociatore Piemonte, da tempo fermo nel porto per riparazioni. I due radunarono, con il maggiore dell'Esercito Graziani, un certo numero di soldati (dei trecento che formavano il plenum), e così ebbe vita un'unità di emergenza. Erano le prime ore di luce, e bisognava velocemente prendere alcune decisioni, di fronte all'inimmaginabile che era davanti ai loro occhi. Alcune squadre furono mandate a terra, per prestare i primi soccorsi, e trasportare sulle navi alla fonda i feriti gravi, i bambini, gli anziani.

Una squadra, dopo un po' tornò riferendo che il comandante del Piemonte, Passino, era morto nei crolli: allora Ciano prese il comando della nave, mentre Cerbino, più anziano in grado, si mise al comando della squadra di emergenza.

La primissima cosa da fare, come si è detto prima, era avvisare le autorità del Governo, a Roma. I due decisero di inviare la corvetta Serpente (e non la Spica, come dicono le cronache; questa torpediniera era stata gravemente danneggiata dal sisma) lungo la costa tirrenica della Calabria.

A cinque ore dalla tragedia, finalmente qualcosa si mosse. I profughi cominciarono ad essere portati, mediante scialuppe, sulle navi alla fonda. I miserabili, scioccati e resi quasi pazzi da quello che avevano provato e visto, terrorizzati dalla città che si rivelava per loro una trappola mortale e un luogo pieno di pericoli, si disputarono selvaggiamente il posto sulle barche. Vi furono tremende risse e tafferugli, che nessuna autorità poteva sedare. Molti calpestarono i feriti, molti camminavano sui cadaveri, molti caddero nelle acque del porto. Alla fine il Piemonte, acciaccato e privo di un'elica, si mise lentamente in navigazione verso ovest, per attraccare al primo porto funzionante.

ll mare era molto agitato, e la navigazione avvenne con estrema prudenza e lentezza. Solo alle ore 19.30 i marinai attraccarono al porto di Milazzo, centro risparmiato abbastanza dalle scosse.

La nave Montebello, della società di Navigazione Italiana, raccolse circa cinquecento persone, scampati e feriti. Ma la ressa era tale e il terrore di quello che era successo era così forte, che solo i più giovani, i più forti riuscirono a salire.

Un treno, messo su con estrema fatica dai pochi ferrovieri rimasti, partì dopo le dieci, pieno fino all'inverosimile: persone sul tetto delle carrozze, in precario equilibrio, scampati che stavano nel tender e nella locomotiva, o abbarbicati ai respingenti. Destinazione Catania. Il viaggio, eseguito con estrema lentezza per le condizioni dei binari e dei ponti, a sud della città martoriata, durò ben dodici ore, anziché due. Catania, allertata, accolse con meravigliosa organizzazione e dedizione i poveri feriti e gli scampati, dando subito alloggio, vitto, medicazioni.

26 dicembre 2018 (continua)

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