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Il Terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908: la violenza dilaga tra le rovine

Pubblicato in CalabriaIgnota Venerdì, 28 Dicembre 2018 10:40

Il Terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 - Testo: Vito La Colla (Capitolo XI) - LA VIOLENZA DILAGA FRA LE ROVINE
La prima giornata terribile e senza speranza, seguita alla scossa notturna, aveva ridotto migliaia di persone, ancora vive, in esseri senza volontà, senza forze, talvolta inebetiti. La sciagura era stata troppo terribile, la società civile non esisteva più, ognuno cercava di arraffare quanto più poteva, e difendeva con i denti il suo piccolo tesoro. Homo homini lupus.

Attanasio scrive queste parole: "Nella città distrutta intanto dilagava la violenza. All'opera della morte, della distruzione si era aggiunta la ferocia degli uomini dettata dalla paura, dalla spietata legge per la sopravvivenza. Persone di ogni ceto e di ogni età, in preda alla disperazione e al terrore si disputavano furiosamente il cibo, l'acqua, gli indumenti, i ripari contro la pioggia e il freddo. I più deboli, i feriti, perduta ogni speranza e assaliti dallo scoramento si lasciavano scivolare a terra e si abbandonavano alla morte liberatrice".

Dopo le visite ai negozi semidistrutti, dopo aver "prelevato" (talvolta con scontri fisici e prepotenze con i vicini di sventura) cibo, indumenti, coperte e tavole, la gente si preparava a passare la notte. Buio, spavento; tutto questo tra continui brontolii, scosse improvvise, schianti di mura pericolanti che cadevano, e gli incendi che si propagavano sempre più. In quelle ore centinaia di feriti o intrappolati fra le macerie morivano bruciati vivi, invano urlando per essere recuperati in tempo, prima dell'arrivo delle fiamme, e portati in luogo sicuro. Era una scena dell'Inferno. Era una scena dantesca.

Molti pensavano alla fine del mondo, perché per ore e ore avevano atteso, dal mare, l'arrivo di navi soccorritrici, e non avevano visto proprio niente.

A CATANIA
Nella città sotto l'Etna la forte scossa delle 5.21 aveva svegliato tutti. Le pareti delle case avevano oscillato per lungo tempo, i vetri delle finestre avevano vibrato sonoramente, le campane delle varie chiese si erano messe a suonare in modo spontaneo. La cittadinanza, svestita e impaurita, si riversò subito per le strade. Alla Marina, onde di maremoto alte un paio di metri avevano invaso la parte della città vicina al mare, e due donne erano annegate in un "basso". La gente, un po' rincuoratasi per lo scampato pericolo, osservava che il mare si innalzava periodicamente, per circa tre metri, e poi retrocedeva lentamente, lasciando scoperta una striscia di fondale larga una ventina di metri. In mattinata arrivarono notizie rassicuranti dai paesi della Provincia, e anche l'Etna, verso cui tutti guardavano con preoccupazione, era calmo come non mai. Ma non arrivavano notizie da Messina. Solo dopo le dodici, e soprattutto nel primo pomeriggio, con l'arrivo delle poche navi dallo Stretto (Washington, Montebello, Avvenire), si ebbero dai testimoni oculari le prime notizie della catastrofe nelle due città vicine.

GLI ALTRI EVENTI SISMICI IN ITALIA - LO TSUNAMI DEL 2004, NEL GOLFO DEL BENGALA
Passarono solo sei anni o poco più, e un altro terrificante sisma colpì l'Italia. Oggi è quasi dimenticato, ma per il numero delle vittime e le immani distruzioni, il terremoto della Marsica è fra i primi disastri degli ultimi secoli, nel nostro Paese.

Quasi 30.000 vittime, secondo altre stime più di 40.000, nella città di Avezzano e in numerosi altri centri delle regione a cavallo fra il Lazio, l'Abruzzo e la Campania.

Il terremoto si verificò all'alba del 13 gennaio 1915.

Avezzano, fiorente cittadina che ospitava 11.000 persone, ebbe 10.700 morti; si salvarono cioè (particolare allucinante) solo trecento abitanti, e solo una casa, l'unica costruita con sistemi antisismici, rimase in piedi.

Alcuni paesi del circondario furono severamente provati dallo sconvolgimento tellurico. Pescina e Sora ebbero ciascuno 5.000 morti. Gioia dei Marsi ne ebbe 3.500 (ben più delle vittime del sisma dell'Irpinia, nel 1980). Un'altra decina di paesi ebbero, ciascuno, da 300 a 800 vittime. Anche in questo caso, piuttosto stranamente (considerata la vicinanza alla capitale) la notizia del terremoto arrivò a Roma solo a tarda serata, anche se le scosse rovinose si erano avute poco dopo le sette del mattino e anche se erano state avvertite benissimo a Roma.

I soccorsi, male organizzati, arrivarono quindi l'indomani, e si ripetè la crudele circostanza dei molti feriti gravi che morirono per mancanza di cure.

Per trovare un altro terremoto con numerose vittime bisogna andare al 23 luglio 1930, quando il Vulture, vicino all'Irpinia, venne sconvolto da forti scosse telluriche, in cui morirono 1.425 persone.

Poi vi fu un periodo abbastanza lungo senza gravi sismi. Dopo trentotto anni si arriva al 1968 (Belice, 300 deceduti), al 1976 (Friuli, mille vittime) e al 1980 nell'Irpinia, violentissimo, che causò circa 3.000 morti.

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Il 26 dicembre 2004, con una data sorprendentemente vicina a quella di novantasei anni prima, abbiamo avuto la tremenda sciagura del sud-est asiatico. Golfo del Bengala: le fasce costiere di Birmania, Thailandia e Indonesia, nonché (tre ore dopo) India, Sri Lanka e Maldive furono devastate da alte e distruttive onde di maremoto. Il bilancio, da catastrofe epocale: più di 300.000 vittime. Un'ecatombe inimmaginabile, anche perché per alcune zone (India, Sri Lanka e Maldive) la popolazione poteva benissimo essere avvertita, e fatta spostare all'interno. Bastava allontanarsi a piedi per soli 500 metri dalla costa, o salire su eventuali alture circostanti, per salvarsi dal mare mugghiante. Ma nessun avviso arrivò alle popolazione ignare. Ricordiamoci che c'erano state tre o quattro ore di tempo, dopo lo tsunami improvviso sulla parte est (Sumatra e Thailandia) del grande Golfo, per avvisare con la TV, la radio, altoparlanti di mezzi locali e avvisi sui cellulari, dell'imminente pericolo. I sismologi sanno bene che un terremoto di magnitudine superiore al nono grado Richter innesca sicuramente onde di maremoto. E poi c'erano le devastazioni appena avvenute, e ben conosciute, in Indonesia e Paesi limitrofi. Potevano, dovevano avvisare i Governi.

L'onda procedeva velocissima, ma lo spazio da superare era molto grande, e il tempo per lanciare l'allarme c'era. Ma nessuno avvisò, misteriosamente: morirono così altri 40.000 esseri umani, che potevano forse salvarsi.

MARTEDI' 29: ARRIVANO FINALMENTE NUMEROSE NAVI, RUSSE, INGLESI, ITALIANE
E così, passata una nottata orribile, nell'incertezza sull'avvenire, si arrivò all'alba del 29 dicembre. E allora tutto si mise in moto, come una macchina bloccata che improvvisamente si rimette a funzionare.

Con i primi chiarori, apparve nello Stretto una teoria di navi militari. Erano le navi della flotta russa, che si trovava il giorno prima nel porto di Augusta, e che era stata avvisata della tragedia di Messina dal sindaco della città. La corazzata Makarov, gli incrociatori Cosarevic, Slava e Oslav. Subito dopo, ecco i mezzi della Marina di Sua Maestà, la corazzata Sutley, gli incrociatori Euryalus e Duncan. A bordo c'erano decine e decine di marinai, dotati di tutti i mezzi indispensabili per salvare i sepolti vivi, portare i feriti sulle navi, dove sarebbero stati curati come si deve per la prima volta. Scale, barelle, corde, ogni sorta di strumenti per scavare, tende, medicinali, viveri e bevande.

Le navi della flotta russa, al comando dell'Ammiraglio Leitimov, si disposero all'interno del porto. Mentre le navi inglesi, sotto il comando dell'ammiraglio Curzon Howe, rimasero in rada. Il porto era ancora ingombro di ogni sorta di legname, di barche rotte, e di molti, troppi cadaveri.
La gente assisteva dalle banchine, commossa e sollevata: era la prova che il resto dell'Italia funzionava, che il sisma aveva colpito solo lo Stretto.

Gli alti ufficiali stranieri si incontrarono con Ciano e Cerbino, e anche con il generale Mandile, arrivato la sera prima da Catania. Si stabilì che i russi si occupassero solo di Messina, mentre gli inglesi dovevano provvedere ad aiutare le popolazioni provate dal sisma sia in Sicilia che in Calabria. Pertanto la corazzata e un incrociatore girarono le prue verso la costa calabra, mentre l'altro incrociatore inglese rimaneva accanto al molo, e fece subito scendere diverse scialuppe, personale medico e marinai, equipaggiati di tutto punto. Lo stesso avvenne, con prontezza e mirabile organizzazione, da parte dei mezzi della Marina russa.

I marinai dei due Stati amici furono divisi in diverse squadre, e si sparpagliarono per i vari quartieri della città disastrata. Furono assistiti i primi feriti proprio davanti alla Palazzata. I marinai russi avevano una maglietta a righe orizzontali, su cui, appena cominciò a piovere, indossarono gli impermeabili gialli che si usano sulle navi. Questi, o le magliette a righe, sono la caratteristica che più salta all'occhio guardando le fotografie e i film di quei giorni.

Martedì 29 e per cinque giorni, questi marinai si attivarono, salvando migliaia di vite umane, scavando e traendo dalle macerie sopravvissuti e cittadini ormai deceduti, dando da bere e da mangiare a persone che erano prive di tutto da un giorno e mezzo. Praticamente, questi equipaggi, fra cui si distinsero per solerzia, impegno e coraggio i russi, riuscirono in pochi giorni a trarre in salvo quasi tutti i sopravvissuti, bloccati fra le macerie e raggiungibili.

Molti non erano feriti, ma intirizziti e debolissimi, per il freddo che avevano dovuto subire senza alcuna protezione.

Particolare curioso: per la serietà morale cui erano avvezze, le donne che erano state sorprese dal sisma nei loro letti parzialmente svestite, o addidirittura nude, gridavano che non volevano essere estratte in quelle condizioni. I soldati e i marinai stranieri dovevano buttar loro, dai piccoli varchi, dei sacchi di iuta con un foro per infilare la testa, oppure lenzuola e coperte per coprirsi sommariamente.

Capitolo 12
SI MUOVONO TUTTE LE NAVI ITALIANE DISPONIBILI
In questi giorni, fino al 2 gennaio 1909, furono assistiti e curati quasi tutti i sopravvissuti. Appena i feriti erano in grado di viaggiare, venivano caricati sulle navi, anche su quelle, numerosissime, giunte da quel giorno in poi da tutta Italia e dall'estero, e trasferiti a Catania, Siracusa, Palermo, Milazzo, Napoli.

Le fratture, specialmente ai femori, ma anche al cranio e alla colonna vertebrale, venivano immobilizzate con stecche di fortuna. Commozioni cerebrali, cancrene, tetano, febbri altissime, polmoniti, complicazioni cardiache per i più anziani.

Inoltre, come sempre capita in questo tipo di disgrazie, molti vennero salvati, quasi miracolosamente, dopo dieci-quindici giorni. Erano riusciti a sopravvivere cibandosi di poco olio, di frutta, di pane che erano rimasti per loro fortuna nell'andito dove erano stati bloccati dai crolli.

Dopo poche ore dall'arrivo delle navi inglesi e russe, giunsero in porto una nave italiana, partita da Napoli, e perciò svantaggiata nel percorso marino da compiere: la Cristoforo Colombo. Seguita, a mezzogiorno, dalle corazzate Regina Elena e Regina Margherita. Arrivò anche la Coatit, con a bordo, oltre ai soccorritori forniti di materiale per l'assistenza ai feriti, anche il ministro dei lavori Pubblici, Bertolini, inviato dal presidente Giolitti per comunicare a Roma, senza indugio, le vere condizioni delle due città e del circondario. Il ministro guardò atterrito lo spettacolo che si presentava ai suoi occhi, e subito inviò un messaggio, per vie straordinarie, che comunicava la realtà al Governo.

Alle 17.15 venne collocato un filo volante telegrafico, di emergenza, e vennero finalmente ripristinati i collegamenti con Catania e con Palermo. Quest'ultima, ricordiamo, era collegata da un proprio cavo sottomarino con Roma, subito quindi partirono e arrivarono messaggi per organizzare al meglio tutta l'opera di aiuto.

I treni che giungevano dal Nord si dovevano fermare a Bagnara. Le gallerie erano insidiose e in procinto di crollare, la linea ferrata era interrotta da frane. Il maremoto aveva divelto in più punti, e poi fatti scomparire, decine di metri di binari.

Il prefetto di Messina, Trinchieri, inviò subito un telegramma a Roma, dal testo estremamente drammatico e vivido. "Il disastro è inconcepibile, supera qualunque supposizione si possa fare. Messina è quasi completamente distrutta. Del palazzo della Prefettura resta solamente la facciata. Gli edifici pubblici e privati sono tutti crollati. Nei mucchi, i cadaveri si contano a decine di migliaia. È impossibile descrivere la costernazione e lo scompiglio generale. I danni sono enormi. Qualunque soccorso non è sufficiente. ...Urgono assolutamente soccorsi straordinari di ogni genere".

La sera prima, 28 dicembre, a Roma, ormai conosciuta per sommi capi la gravità della situazione, il Governo dispose per la partenza, in direzione di Messina, del maggior numero possibile di navi. L'unico dato positivo, se così si puo' dire, era che il terremoto aveva colpito le regioni costiere della Calabria e della Sicilia, e che i soccorsi potevano arrivare in breve tempo. Bisognava trasportare con urgenza i sopravvissuti, feriti in maniera grave, agli ospedali di Catania, Palermo e Napoli.

Ma purtroppo, la concomitanza con le festività di fine anno, con le ferie da tempo programmate, aveva ridotto di molto l'entità degli equipaggi delle varie navi disponibili. Inoltre molti piroscafi erano inutilizzabili, o quasi. La Brin era in un arsenale, l'Umberto si trovava in riparazione. Molte navi, nel porto di Napoli (Coatit, Iride, Vulcano, Tevere) erano prive di equipaggio. La parte della flotta che funzionava sarebbe stata immediatamente operativa, ma si trovava in navigazione per una crociera nell'Atlantico. I semafori della Sardegna riuscirono a comunicare l'ordine di fermarsi e fare urgente ritorno in Italia. Per fortuna la flotta si trovava ancora nel Mediterraneo, nella parte occidentale, fra Algeria e Spagna, e fu agevole mandare i segnali di allarme. La corazzata Regina Elena confermò via radio (alcune navi, le più importanti, erano fornite di rudimentali impianti radio) che sarebbero accorsi a Messina, alla velocità di 15 miglia.

A Messina nel primo pomeriggio era arrivato un treno da Catania, carico di coperte, indumenti, medicinali e cibo; inoltre truppe, medici e infermieri, tecnici e pompieri. Questi ultimi, per poter trovare posto sul convoglio superaffollato, si erano addirittura sistemati sotto le gambe dei cavalli degli artiglieri.

Lo stesso giorno partirono dalla città distrutta anche alcune navi, che recavano però pochi feriti a bordo. Il vergognoso comportamento, frutto dell'aridità di cuore dei vari comandanti, o di ordini dalla Compagnia, si verificò sulla nave Mariner, che trasportava solo 16 feriti, e sull'Avvenire, che ne aveva solo 24. Mentre la nave inglese Ebro si mosse verso Palermo con 25 feriti, fra i quali non c'era nemmeno un italiano.

Nello stesso tempo migliaia di poveri sopravvissuti, feriti o in fin di vita, attendevano spasmodicamente di essere trasportati in ospedali, e curati.

Lo stesso 29 arrivò nel porto di Messina la nave Napoli, una corazzata italiana comandata da Cagni. Il quale ricevette subito l'ordine di trasferirsi a Reggio Calabria. La costa della città calabra appariva sconvolta: tutte le case che si affacciavano sul mare erano crollate, numerosi gruppi di poveretti, avvolti in bende e cenci, aspettava sotto la pioggia, ormai sicuri che il peggio era già passato. Scesero dalla Napoli 250 marinai, che subito provvidero ad imbarcare centinaia di feriti, alcuni dei quali arrivavano sotto bordo con lance, barchette e scialuppe.

Il ministro Bertolini temeva soprattutto una grave epidemia, considerato l'elevatissimo numero di cadaveri insepolti, che giacevano in mezzo alle macerie.

I REALI D'ITALIA ARRIVANO NELLO STRETTO
Il 30 dicembre, di prima mattina, arrivò a Messina la nave Vittorio Emanuele, che recava i sovrani d'Italia. Dopo aver percorso, su di una lancia, una rotta parallela alla costa, per osservare il panorama delle distruzioni, i reali tornarono a bordo.
Il sovrano era sul trono dal 1900, ed era succeduto al padre, Umberto I, assassinato da un anarchico a Monza.

Assieme alla Vittorio Emanuele, giunsero in porto la Campania, la Lombardia, la Marco Polo (una corazzata) e altre navi militari.

La regina Elena, che allora aveva 35 anni, si trasferì sulla Campania, che era stata trasformata in tutta fretta in nave ospedale. Indossati normali e semplici abiti da infermiera, si diede subito da fare, soccorrendo, curando, lavando e confortando i numerosissimi feriti, anche moribondi, che arrivavano a bordo. Il suo esempio dava a tutti i medici e gli infermieri un'ulteriore spinta a occuparsi con abnegazione dei nostri poveri fratelli, caduti di colpo in così terribile rovina e miseria.

Il re Vittorio Emanuele III, con i ministri della Giustizia, Vittorio Emanuele Orlando, dei Lavori Pubblici Bertolini e della Marina Mirabelli, scese a terra, nei pressi della Palazzata diroccata. Ad attenderlo c'era il sindaco di Messina, Gaetano D'Arrigo, il quale, per nulla intimorito, si rivolse al sovrano dicendo che l'aiuto era giunto ai messinesi dai russi, e non dagli italiani. Il re lo interruppe dicendo "E lei si fa vivo adesso che tutto è finito?". Infatti poco prima il prefetto della città, Trinchieri, gli aveva comunicato che il sindaco era scappato, preso dal terrore, e per un giorno si era reso irreperibile.
Comunque, D'Arrigo venne immediatamente destituito, sia per la fuga che per l'ardita polemica con il capo dello Stato.
Subito dopo il corteo delle autorità si incamminò fra le rovine, e tutti apparivano fortemente colpiti dallo spettacolo atroce che si presentava loro, dalla quantità di salme riunite subito sotto le rovine, dalle macerie che, a montagne, ingombravano le strade. Sulle macerie si muovevano, instancabili, i soldati e i volontari. Inglesi, russi, italiani: tutti si prodigavano senza riposo per salvare quante più vite umane si potesse. Orlando piangeva in continuazione, mormorando "È troppo...". Anche Vittorio Emanuele, in genere compassato e riservato, era visibilmente commosso, e aveva le lacrime agli occhi. Abbracciò, scosso dai singhiozzi, un povero e lacero ragazzino, attonito e terrorizzato.

In una successiva sosta, la macchina fotografica al seguito riprese il sovrano, accanto ai corpi di alcune povere vittime. Il re, allora trentanovenne, e che vestiva l'uniforme militare, aveva le mani in tasca. Subito dopo ci si accorse del fatto, e venne deciso di correggere il negativo - a quell'epoca erano su vetro o metallo - ridisegnando con abile ritocco le braccia, con le mani bene in vista!

Sconvolto dalla constatazione dell'enormità della strage, dall'apocalittico spettacolo di una città quasi completamente distrutta, il sovrano fece inviare un telegramma al presidente Giolitti (che non si fece vedere a Messina per parecchi mesi) con la famosa frase, che scosse gli animi in Italia e nel resto d'Europa. "Qui c'è strage, fuoco e sangue: Mandate navi, navi, navi e navi".
28 dicembre 2018 (continua)

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