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Orrore nella notte - Il terremoto di Messina e Reggio Calabria - 28.12.1908

Pubblicato in CalabriaIgnota Domenica, 23 Dicembre 2018 20:21

di Vito La Colla - (Capitolo 1) La notte era limpida, il firmamento copriva il sonno di migliaia di uomini e donne, sullo Stretto di Messina. Era il 28 dicembre del 1908, 110 anni fa.
Quegli ultimi minuti prima dell'inferno erano anche gli ultimi minuti di vita di decine di migliaia di persone, di italiani, immersi nel sonno e in attesa della settimana che, loro pensavano, li avrebbe portati in un nuovo anno.
Le feste di Natale erano appena trascorse in letizia e in serenità. Lunedì 28 riaprivano le scuole - allora non c'erano le vacanze natalizie - e molti si apprestavano a ritornare nei loro paesi di residenza, dopo i brevi giorni passati con i parenti.

Solo qualche persona era già sveglia, e si preparava ad andare sul luogo di lavoro. Postini, ferrovieri, marittimi, poliziotti.
Gli orologi segnano le 5.21.
Un rombo improvviso, sempre più forte, un tremare di tutte le case, violentissimo, le urla di terrore e di allarme di migliaia di voci. E poi il frastuono di muri che crollavano, di pavimenti che si inabissavano, con il loro carico di letti e corpi umani.
Pochi, pochissimi passarono dal sonno alla morte. Le scosse durarono diverse decine di secondi, dando a tutti il tempo di aprire gli occhi e di rendersi conto, sbigottiti, che si trovavano, inermi e colti di sorpresa, nel ventre di un tremendo sisma.
Sia Messina che Reggio Calabria rovinarono paurosamente su se stesse. Due città vicinissime, poste sul pericoloso Stretto, già teatro, nel corso dei secoli, di periodici sconvolgimenti tellurici.
In un grande polverone tutto crollava, si sbriciolava.
La Chiesa celebra il 28 dicembre la ricorrenza dei Santi Innocenti martiri, quei bambini che Erode fece uccidere senza pietà, convinto di far sparire così anche il Messia, nato da pochi mesi.
Il 28 dicembre 1908 tocca agli innocenti dello Stretto di Messina, colpevoli solo, forse, di abitare in una zona altamente sismica, visitata ogni secolo da un sisma più o meno grave.
Quello che stava succedendo è mirabilmente concentrato nel titolo del Corriere della Sera del 30 dicembre.
"ORA DI STRAZIO E DI MORTE. Due città d'Italia distrutte. I nostri fratelli morti a decine di migliaia a Reggio e a Messina".
La più grave e dolorosa sciagura naturale in Italia e in Europa per numero di vittime, e a memoria d'uomo, era appena avvenuta.
*******************
Un tremendo caos regnava nelle due città e nei numerosi paesi del circondario.
Lamenti, urla, grida inumane si confondevano, nel buio e nella polvere. I pochi che erano sopravvissuti per le cause più varie, cercavano affannosamente di scappare, di trovare un luogo dove non cadevano i massi, le travi, i calcinacci e le tegole. Ognuno, in quei momenti, pensava principalmente a se stesso, come vuole l'istinto di conservazione. Subito dopo, al cessare delle scosse, si sarebbe imposto il dovere, si sarebbe fatto fortissimo l'impulso, di aiutare i propri cari, di cercarli, chiamarli, salvarli.
Le scosse del terribile terremoto, dell'undicesimo grado della Scala Mercalli o meglio del 7.1° della scala Richter, vennero avvertite anche in quasi tutta la Sicilia, in quasi tutta la Calabria. A Palermo la gente uscì per le strade, preoccupata: ma non si ebbero crolli, solo molta paura. Improvvisate processioni religiose si svolsero per i vicoli della città vecchia, in segno di ringraziamento per lo scampato pericolo. Nessuno poteva pensare che a duecento chilometri di distanza era in atto una tragedia inimmaginabile.
Anche a Cosenza e Catanzaro le scosse furono forti, ma non recarono danno alcuno. Gente per le strade, animazione, preoccupazione. Ma poi il ritorno nelle abitazioni, a cercare di finire il sonno interrotto.
A Catania, molto più vicina alla città dello Stretto, le scosse furono molto forti, e anche basse onde di maremoto colpirono la zona del porto. Due vittime, grande terrore, ma anche lì nessuna percezione di quello che stava avvenendo a soli ottanta chilometri di distanza.
Si usa generalmente definire la tragedia del 1908 come "terremoto di Messina", mentre la dizione esatta, soprattutto per il rispetto dovuto alle enormi sofferenze e distruzioni della costa dirimpettaia, deve essere "terremoto di Messina e Reggio Calabria".
Al riguardo, il sismologo Gianluca Valenzise ha recentemente affermato, in un simposio sul centenario del sisma: "Quando siamo fortunati, il terremoto viene ricordato come terremoto dello stretto di Messina, mentre la maggior parte delle volte è definito terremoto di Messina, nonostante sia stata soprattutto la sponda calabrese dello stretto a essere colpita dal sisma."
********
Il presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, sedeva quel lunedì mattina alla sua scrivania, alla Presidenza del Consiglio. Verso le undici, un bussare discreto. Entra un impiegato per portargli alcuni documenti per la firma.
"Ancora qui? Non dovevate partire per la vostra Sicilia?"
L'impiegato, con la faccia piuttosto tesa, rispose che avrebbe dovuto, sì, partire quella mattina per il sud, ma i treni per la Calabria non partivano; nè arrivavano convogli dall'estremo lembo d'Italia.
Giolitti, che aveva iniziato quella conversazione per puro spirito di cortesia, alzò la testa, le sopracciglia aggrottate: "Come dite, i collegamenti con la Sicilia sono dunque interrotti?"
"Pare che sia crollata una galleria sulla linea calabra, dopo Catanzaro, ma non ci sono conferme. Il capostazione di Roma Termini, mio conoscente, mi ha detto, pregandomi di non propagare la notizia, che c'è stato un terremoto da quelle parti, ma non si sa altro".
Sempre più coinvolto nel dialogo, Giolitti osservò che era strano che nessuno, fino allora, gli avesse comunicato niente. Diede dunque disposizioni per saperne di più, e attese un po' agitato che arrivassero notizie più chiare. Nessuno riusciva a collegarsi con la Calabria, e neanche con Messina: le linee telegrafiche erano interrotte. La recente stazione radio di Messina, comunque a corto raggio, non rispondeva ai messaggi. Il silenzio diventava sempre più preoccupante. C'era stato un sisma tre anni prima, proprio in Calabria, e con diverse vittime. La preoccupazione per quelle zone era dunque giustificata.


IL POMERIGGIO DEL 28
Arrivò il pomeriggio, i giornali uscirono con titoli cauti ma anche angoscianti. "Le Calabrie isolate, si parla di un forte terremoto". In effetti, moltissime stazioni sismologiche, in Europa e altrove, avevano segnalato alle 5.21 una fortissima scossa. Ma allora non si era ancora in grado di localizzare la direzione di provenienza, nè la distanza approssimativa. Si sapeva solo che l'epicentro non doveva essere molto lontano dall'Europa, se non addirittura trovarsi in un Paese europeo.
Verso le diciassette, infine, arrivò un primo telegramma, spedito dalla stazione telegrafica di Marina di Nicotera. Era il comandante Belleni, che annunciava che un forte terremoto aveva danneggiato visibilmente la città di Messina, e i morti si potevano calcolare a centinaia.
Il messaggio era clamorosamente riduttivo nel suo contenuto, e non dava - come si seppe l'indomani mattina - una visione reale della situazione. Ma bastò lo stesso a creare subito un vasto allarme a Roma e nel resto d'Italia. Poco più tardi arrivò un altro telegramma, molto più drammatico, spedito dall'ufficio di Gerace Marina, paesino calabrese sulla costa ionica: "In seguito ad una violentissima scossa di terremoto la città di Reggio è stata quasi completamente distrutta. Vi sono parecchie migliaia di morti. La prefettura ed altri edifici sono crollati. Occorrono urgenti soccorsi, viveri, soldati e medicinali poichè la città nulla offre. Il telegrafo e la ferrovia non funzionano. Anche più centinaia di soldati sono morti e degli agenti della forza molti sono feriti e alcuni morti".
Con l'angoscia nel cuore, il Presidente e i ministri si accingono a prendere le prime decisioni. Qualcosa di terribile è avvenuto, laggiù.
Giolitti incarica il ministro dei lavori pubblici, Bertolini, di partire per Napoli, e lì di imbarcarsi in serata: destinazione Messina. Il capo del Governo vuole vederci chiaro; un ministro vedrà con i suoi occhi e riferirà la realtà, senza sminuire o ingrandire la sciagura.


CAOS A ROMA
Migliaia di siciliani e calabresi, intanto, avevano affollato la piazza davanti alla vecchia stazione Termini. Volevano partire, raggiungere le zone dove il silenzio mortale era un eloquente messaggero di morte. Tutto inutile: treni per l'estremo sud della Penisola non ne partivano. Anche alle Poste, in piazza San Silvestro, grandi assembramenti. Si tentava di inviare telegrammi a Messina, a Reggio, ma ovviamente le linee erano saltate, i cavi spezzati, i pali abbattuti, e nessun messaggio poteva giungere ai miserandi destinatari.
Un gruppo di persone, eccitate e vocianti, riuscì ad entrare alla Presidenza del Consiglio, e a percorrere i corridoi su cui si aprivano le porte delle stanze del potere. Da una di queste uscì un Giolitti piuttosto sconvolto, che pronunciava con voce ansiosa frasi di speranza. "Speriamo che siano notizie esagerate, domattina il ministro Bertolini sarà a Messina, e mi riferirà. Non possiamo fare niente di decisivo, finché non conosceremo la situazione reale. Intanto ho dato ordine a diverse navi, che erano alla fonda a Napoli, di dirigersi senza indugio verso lo Stretto".
Così nella capitale si chiudeva questa giornata memorabile, la prima metà della quale era stata normalisima, ma in cui il pomeriggio e la sera erano diventati gravidi di ogni angoscia e preoccupazione.
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Capitolo 2


IL LIBRO DI SANDRO ATTANASIO


Moltissime notizie, specialmente di cronaca spicciola, le ho desunte dal prezioso libro di Sandro Attanasio, edito nell'ottantesimo anniversario del disastro - 1988 - e ora in ristampa. Notizie tratte da giornali dell'epoca, o da testimonianze di sopravvissuti, fra cui anche persone celebri. Ne esce un quadro completo del terremoto del 1908, che esamina profondamente tutti i risvolti della situazione, per moltissimi aspetti senza paragone e con estremi raramente riscontrabili in altri avvenimenti analoghi.
Dalla lettura appassionata di questo libro, una dozzina di anni fa, mi è venuta l'idea di preparare una trasmissione rievocativa in una televisione privata di Palermo; trasmissione non andata mai in onda per la chiusura improvvisa dell'emittente. L'occasione per la trasmissione, corredata da molte foto e anche da filmati interessantissimi, e rimasti per decenni nascosti in archivi all'estero, era l'anno 1998, novantesimo anniversario del sisma che distrusse Reggio e Messina.
***********

COSA AVVENNE


Cartina del terremoto
La mattina di lunedì 28 dicembre 1908, alle ore 5.21, e cioè a notte fonda, una formidabile scossa tellurica, durata ben 37 secondi, sconvolse e distrusse quasi completamente le due città dello Stretto: Messina e Reggio, e anche i paesini calabri e siciliani vicino alle due città.

Già tre anni prima, e anche nel 1907, c'erano stati dei sismi nella Calabria meridionale, che avevano lesionato o fatto crollare diverse abitazioni nei paesi di Ferruzzano e Bruzzano.

Le case di Messina e di Reggio erano state costruite in gran parte in economia, facendo uso delle cosiddette "ciache", cioè di grossi massi arrotondati, che si potevano prendere liberamente nelle fiumare, il cui letto rimaneva asciutto nei mesi estivi. Queste pietre non squadrate, unite oltretutto fra loro da una malta non ottimale, erano soggette a scivolare e a non formare un tutt'uno omogeneo e resistente. Alle scosse violente, 11° grado della scala Mercalli, i muri cedettero facilmente sotto le vibrazioni del sisma, e le case si accartocciarono su loro stesse. Ecco perché gran parte delle case di Reggio e Messina vennero distrutte, ed ecco perché un numero impressionante di persone persero la vita e molte altre rimasero invalide. Anche il fatto che la scossa fosse avvenuta di notte, mentre tutti o quasi erano immersi nel sonno, contribuì ad aumentare il numero micidiale dei morti e dei feriti.

Sandro Attanasio riferisce queste parole, che sono la testimonianza raccolta dieci giorni dopo il terremoto da Paolo Scarfoglio, sul quotidiano Il Mattino, di Napoli.

IL TELEGRAFISTA MONFORTE
"All'Ufficio telegrafico della stazione il terremoto giunse preceduto da «un boato spaventoso... le scosse venivano a raffiche violente, fittissime... non ci reggevamo... i mobili saltavano in aria, i vetri si rompevano con frastuono e dalle finestre entrava un vento violentissimo... Il periodo sussultorio durò una ventina di secondi e fino a quel momento - raccontò poi il telegrafista Monforte - non udii cadere nessuna casa, ma solo un grido altissimo, una invocazione suprema, un gemito di pianto che tutta Messina levava al cielo prima di morire... subito dopo il movimento divenne ondulatorio: fu la fine di tutto».


Il Duomo di Messina, com'era
Il telegrafista Monforte venne scaraventato contro un muro, cadde a terra, si rialzò in cerca di un riparo che non esisteva.

Passando davanti ad una finestra ebbe il tempo "di scorgere una visione di case crollanti, illuminate da una luce intensissima come quella di un'aurora boreale"...

Monforte udì tutti i rumori possibili e immaginabili «un crollo enorme, gigantesco, come se fossero stati sparati mille cannoni, poi un rotolare di pietre come in un temporale ingrandito mille volte, intrammezzato da un coro di gemiti e delle mura che crollavano e sottolineato da un coro di urla e di gemiti che durò mezz'ora».


Il Duomo di Messina, distrutto
Gli ultimi secondi del movimento tellurico erano stati una orribile girandola vorticosa. Monforte, alla fine, sentì cadere le campane della Cattedrale. Si strinse la testa fra le mani e pensò «Addio Messina!».

Il chiarore surreale e improvviso, che accompagnò le scosse sismiche, fu notato anche da altri cittadini, lungo la costa a sud di Messina.

Erano miseramente crollati gli edifici della Questura, della Camera di Commercio, del Tribunale, della Dogana, delle Poste, della Stazione, del Museo, dell'Università; inoltre scuole, uffici, chiese, conventi, orfanotrofi: il palazzo del Municipio, che sembrava aver resistito abbastanza alle scosse, fu distrutto dall'incendio, giorni dopo.

La bella Cattedrale con l'originale campanile, era un ammasso di rovine. La facciata era per metà ancora in piedi, ma all'interno era tutto un cumulo di macerie. Nella piazza antistante, alquanto ampia, si radunarono ben presto gli sventurati, che costruirono a poco a poco della capanne di fortuna, e delle tende.

LA PALAZZATA
La Palazzata, da secoli orgoglio di tutti i messinesi (era una teoria ininterrotta di palazzi con colonne e frontoni eleganti, che si estendeva lungo il mare per più di un chilometro e mezzo) appariva sbocconcellata e parzialmente rovinata, anche se il grosso aveva resistito. Era stata ricostruita nel secolo XIX, dopo le distruzioni del precedente sisma del 1783. Dietro le rovine di qualche suo elemento, si scorgeva, dalle navi in porto, il tremendo spettacolo delle abitazioni che stavano dietro, ridotte ad alti cumuli di macerie.

I palazzi costruiti con pietre squadrate e tenute insieme da cementi adeguati, non ebbero danni rilevanti. Ad esempio, i muri esterni del Teatro Vittorio Emanuele rimasero indenni in mezzo alla devastazione totale; ma l'interno era irrimediabilmente lesionato e pericolante. Arrivò dopo qualche giorno anche l'incendio, e la parte interna del palazzo fu rovinata definitivamente. Per la riapertura di questo glorioso teatro, si dovette aspettare nientemeno che il 1985.

Indenne rimase la chiesetta dedicata alla Santissima Annunziata dei Catalani, eretta nei secoli XII e XIII.

Molte case, dalle fotografie dell'epoca, risultano ancora in piedi dopo la fine del terremoto. O erano costruite con metodi antisismici, o con pietre squadrate, o le scosse avevano investito l'edificio trasversalmente, e cioè parallelamente ai muri maestri. Che così non erano crollati.

Insomma, anche in questo terribile sisma, non si può dire che Reggio e Messina siano state "rase al suolo".


Superstiti e visitatori
Spesso dietro le facciate in piedi, anche di tre o più piani, c'era il vuoto: enormi cumuli di massi, cemento, travi, mobilia e altri oggetti formavano un insieme spaventoso. Interi isolati erano spariti, e si erano tramutati in immense valanghe di pietre e di legname. Sotto c'erano molti cadaveri, e talvolta pure qualche sopravvissuto, rimasto vivo, anche se forse ferito, in qualche cavità o vuoto sotto travi, che facevano da riparo alle macerie sovrastanti. Molti di questi poveretti non furono soccorsi, per l'estrema difficoltà, talvolta, di rimuovere gli enormi mucchi di macerie, e il pericolo del crollo dei muri rimasti in piedi.

La gente che era rimasta libera dalle macerie, e che aveva potuto guadagnare l'uscita - perché magari abitava al pianterreno - correva nel buio, fra un coro di urla e lamenti di coloro che erano rimasti intrappolati e stavano soffrendo per le ferite. Ma le strade spesso erano impraticabili, piene di massi e legname, e non era possibile, oltretutto con il buio e la polvere che permeava tutto, raggiungere piazze o giardini.

In questa tregenda, in questo caos assoluto, presto divamparono degli incendi, in diverse parti della città. Le tubazioni del gas si erano spezzate, le candele accese negli appartamenti per guadagnare l'uscita, e gli scaldini accesi nelle stanze da letto, avevano innescato fiammate, che ben presto si erano propagate, e roghi sempre più ampi illuminavano sinistramente il paesaggio di rovine. Il quotidiano L'Ora di Palermo, due giorni dopo, titolava a tutta pagina con la seguente frase: "Gli avanzi di Messina si estinguono in un rogo immenso".

C'erano sicuramente, in quella bolgia infernale, persone che aiutavano altre a liberarsi, a scappare. Ma molti pensavano solo a se stessi e, con gli occhi dilatati dall'orrore, scappavano in tutte le direzioni. Intanto, ogni poco, qualche altra scossa, anche forte, faceva crollare sui fuggitivi i muri pericolanti.

Molti aspettavano con ansia l'imminente alba, per poter rendersi conto, alla luce del giorno, di quello che era successo, e poi organizzarsi alla meglio per cercare e soccorrere i parenti e gli amici.

(continua...23 dicembre 2018)

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