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Alle Muse: Quando la 'ndrangheta scoprì l'America

Pubblicato in CULTURA Venerdì, 20 Settembre 2019 15:06

“Le Muse –Laboratorio delle Arti e delle Lettere” va verso la conclusione della sua programmazione estiva-autunnale ed il Cortile delle Muse di Via San Giuseppe 19, domani sabato 21 settembre alle ore 18 si aprirà al racconto di un periodo storico molto particolare: 1880 – 1956 da Santo Stefano d’Aspromonte a New York, una storia d’affari, crimini e politica.
Raccontare la mutazione della ‘ndrangheta in terra americana e il processo di avvio che ha portato l’organizzazione malavitosa ad essere una delle mafie più potenti e pervasive del mondo: questo l’obiettivo di “Quando la ‘ndrangheta scopri l’America”, libro, edito da Mondadori, scritto da Antonio Nicaso, Maria Barillà e Vittorio Amaddeo e che vede la prefazione del Procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri.

Nicaso, scrittore e docente universitario che da trent’anni studia la ‘ndrangheta ribadisce come tale pubblicazione è importantissima poichè definisce quelle incognite fino ad ora poco studiate che vedevano alla fine dell’800, il sistema malavitoso tra sopraffazione e sopruso. Il libro mette in evidenza un cambiamento, una nuova pelle che condusse la mala vita ad aprire nel nuovo mondo americano delle vere e proprie agenzie a servizio.
Per l’occasione la presentazione della serata sarà a cura di Giuseppe Livoti presidente Muse che modererà l’incontro, mentre l’introduzione sarà a cura dell’avvocato Francesca d’Agostino – vice presidente Muse e della dott.ssa Mirella Marra già direttrice Archivio di Stato che a suo tempo ha promosso tale studio archivistico. Il libro, la sua stesura e composizione sarà commentato da due dei coautori Maria Barillà e Vittorio Amaddeo.
Arcaica e stracciona, dedita alla sopraffazione e al sopruso, la Picciotteria calabrese di fine Ottocento sembrava destinata a rimanere ancorata ai miti, ai riti e ai codici di comportamento nati nelle carceri borboniche sul calco di quelli delle società segrete risorgimentali. E invece, proprio allora, inizia una rivoluzione silenziosa che trasformerà il suo volto rurale in quello imprenditoriale della ‘ndrangheta odierna, spregiudicata e spietata multinazionale del crimine, capace di adeguarsi alle mutevoli sfide del mercato globale. A innescare questa metamorfosi a cavallo dei due secoli è la «scoperta» dell’America. Sbarcati nel Nuovo Mondo insieme a decine di migliaia di onesti braccianti, i «maffiosi» calabresi, a differenza dei meno accorti confratelli siciliani e campani, scelgono il basso profilo per ricostituire la loro rete malavitosa, fatta di capi, gregari e leggende (su tutte, quella del «brigante» Musolino), che lucra lauti profitti sulla pelle dei lavoratori italiani (come i minatori di Carbondale, in Pennsylvania) e di centinaia di giovani immigrate indotte a prostituirsi nei resort di Manhattan e di Chicago, prima di reggere le fila del commercio clandestino di alcolici e del narcotraffico. Nasce così la ‘ndrangheta imprenditrice d’oltreoceano, che stringe mani, stipula accordi e riesce a infiltrarsi nel sancta sanctorum delle élite sociali, a partire da Tammany Hall, potente macchina elettorale del Partito democratico nonché padrona incontrastata di New York, con la quale instaura un rapporto di mutua assistenza: voti in cambio di protezione e favori. Fino a proiettare pesantemente la sua ombra sulla scena del delitto Petrosino. Una volta tornati in Calabria, saranno gli «americani» a imporre all’organizzazione la nuova strategia criminale (controllo del territorio e collusione con politica e istituzioni), avviando quel processo che, in pochi decenni, farà della ‘ndrangheta una delle mafie più potenti e pervasive al mondo. Dunque dichiara il presidente Muse Livoti un plauso agli studiosi per il lungo lavoro di ricerca e soprattutto per avere fatto conoscere una vastissima mole di documenti, in gran parte inediti, ricostruendo per la prima volta la storia di questa mutazione criminale della ‘ndrangheta in terra americana.

Rc 20 settembre 2019

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