Domenica, 16 Giugno 2024

                                                                            

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ARVANITI, ALBANESI, OD OCCITANI ED EBREI, ARABI OD OTTOMANI...E LA CONGIURA DI CAMPANELLA (D’INTESA COI TURCHI?)

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La sopravvivenza di quello che viene ritenuto uno dei quattro dialetti del greco moderno, con un piccolo numero di arcaismi e di classicismi, che contribuiscono a conferirgli il carattere d’estrema originalità, a Gerhard Rohlfs apparve conseguenza dell’isolamento geografico che tipizza i luoghi in cui è riuscito a meglio conservarsi.

Karl Witte

In “Scavi linguistici nella Magna Grecia” (1974, pp. 21-24), ricordava l’interesse dimostrato dal giurista, filologo, filosofo e traduttore tedesco J. H. F. Karl Witte per questo argomento.

«Nel 1820 un giovane studioso tedesco, Carlo Witte, resosi noto in seguito come fervente dantista e come professore di diritto all’Università di Halle, dimorando in Italia a scopo di studio, rammentò di aver letto in qualche parte delle notizie intorno all’esistenza di una popolazione di lingua greca nelle provincie meridionali del Regno di Napoli. A Napoli cercò di attingere più precise informazioni intorno a questi greci, ma nessuno poté fornirgli alcuna notizia circa le loro sedi. Con esito altrettanto negativo egli attraversò la Campania, i due Principati [Principatus ultra serras Montorii, o "al di là delle montagne di Montoro", a nord, e il Principatus citra serras Montorii, o " al di qua delle montagne di Montoro", a sud, con capoluogo Salerno], la Basilicata e quasi tutta la Calabria. Soltanto a Reggio riuscì ad avere più esatte indicazioni in proposito e poté accertare che si trattava realmente di una popolazione di lingua greca, composta quasi esclusivamente di pastori e di contadini, stanziata in una dozzina di villaggi nelle vallate meridionali dell’Aspromonte, ove essa viveva, in uno stadio di civiltà affatto primitiva. I nomi di questi dodici villaggi greci erano: Bova, Montebello, Roccaforte, Condofuri, Gallicianò, Roghudi, Ghorio di Roghudi, Amendolèa, Campo di Amendolea, S. Pantaleone, Ghorio e Cardeto. I primi undici di questi villaggi si trovano sparsi su rupi e alture nei pressi del fiume Amendolèa. In posizione isolata giace invece Cardeto nella valle di S. Agata. Di questi dodici villaggi, cinque hanno perduto la lingua greca nel corso dell’ultimo secolo. Hanno conservato invece l’impronta greca fino al giorno d’oggi: Bova, Roccaforte, Condofuri, Gallicianò, Roghudi, Ghorìo di Roghudi e Amendolèa, situati tutti nella zona dell’Amendolèa [la fiumara, Amendulìa Potamò in Greco di Calabria]. È avvenuta, dunque, da un secolo a questa parte, una notevole diminuzione del territorio di lingua greca. Ma ancora cinquant’anni prima che Carlo Witte a Reggio fosse giunto alla conoscenza di questi Greci, il numero dei comuni greci era ancora maggiore. In quel tempo erano ancora greci Pietrapennata, Melito, Bagaladi, S. Lorenzo e Motta S. Giovanni, cioè tutto il territorio fra la valle dell’Amendolèa e quella di S. Agata [il torrente che origina a Cardeto e sfocia a Reggio] . Perfino nel territorio di Cardeto (valle di S. Agata) l’elemento greco era in quell’epoca maggiormente rappresentato giacché in quel tempo sono generalmente indicate come greche le località di Armo, S. Agata e Mosórrofa. Così si può sicuramente ammettere che verso il 1750 il territorio greco si estendesse dal Capo Spartivento fino alle porte di Reggio. Però anche al di là del fiume S. Agata, nelle gole del Calopinace [da καλός πίναξ, calòs pìnax, bella vista, erede del bacino idrografico dell'antico Apsìas, Απσίας, “il più sacro dei fiumi”, che sfociava a Punta di Calamizzi, dove “una femmina” s’univa al “maschio”, vite l’una, fico l’altro] e del Gallico doveva trovarsi un tempo una popolazione greca. [...] In altre parole ancora verso la metà del sec. XVII, anche nel territorio situato fra Oppido e Reggio almeno una parte di quelle località possedeva popolazione greca. In questo caso però non può trattarsi di singoli gruppi di colonizzatori provenienti dalla regione di Bova, bensì di avanzi di popolazione greca che anche in questi luoghi costituiva un tempo l’elemento essenziale. È un fatto importante che il territorio greco qui abbozzato confina direttamente con le isole linguistiche greche che noi avevamo distinte per entro il secolo XVI nella regione di Seminara (a nord dell’Aspromonte). Entrambi i territori sono separati solamente dall’altopiano disabitato dell’Aspromonte. Così dunque, intorno all’elevato massiccio aspromontano si distende una vasta zona di località greche, che almeno fino al secolo XVI racchiudeva una popolazione greca compatta e si estendeva dal Capo Spartivento a sud-est attraverso le gole dell’ Amendolèa, del fiume S. Agata, del Calopinace e del Gallico fino a Seminara e ad Oppido a settentrione dell’Aspromonte.».

Persistenza linguistica bizantina

Toponimi e cognomi d’etimologia greca si sarebbero pertanto formati e mantenuti proprio per il lungo perdurare della lingua ellenica in queste terre nelle quali, per centinaia d’anni, venne attestata una presenza bizantina che ha sicuramente influito sulla loro genesi, anche perché il greco rimase per decenni la lingua principale dell’amministrazione normanna successiva alla caduta di Bari del 1071, che segnò la fine del dominio orientale in Italia.

«La caduta di Bari, nel 1071, segnò la fine del dominio bizantino in Italia, ma non quella della presenza greca. – sentenzia Vera Charlotte von Falkenhausen, a p. 126 de “I Bizantini in Italia” (1982) - Lungi dal voler distruggere l’eredità bizantina, i conquistatori normanni continuarono a servirsi delle strutture amministrative preesistenti e del personale greco capace di gestirle; perciò in Calabria e in Sicilia, ancora per decenni, il greco rimase la lingua principale dell’amministrazione normanna».

Influsso normanno

Fu, allora, grazie all’influsso normanno che, già a partire dalla metà del XII secolo, nell’Italia meridionale, si sviluppò la tendenza a formare dei secondi nomi non solamente individuali. Roberto Bizzocchi collega tale orientamento al nesso fra proprietà terriera e fissazione onomastica. Il Catalogus baronum aveva cominciato a registrare centinaia di denominazioni destinate a consolidarsi nei cognomi della nobiltà locale.

«Nel resto d’Italia non c’era l’imposizione di un modello onomastico forte da parte di una monarchia unitaria come quella normanna; sicché nella misura in cui vi si realizzò un intreccio fra terra e nome, ciò accadde in tempi e con conseguenze differenti. [...] Questo esempio dei ceti dominanti, dove esisteva (cioè al Nord e, per il diverso motivo detto qui sopra, al Sud), deve aver influito sul resto delle popolazioni, le quali dunque cominciarono per tempo ad abituarsi all’uso per cui il secondo nome di un individuo era qualcosa di simile a un cognome» (“I cognomi degli Italiani. Una storia lunga 1000 anni”, 2014 - pp.80-81).

Un’era (in tutti i sensi) di mezzo

Nonostante le vicissitudini del tempo trascorso dall’età di mezzo a oggi, nel confrontare cognomi italici di derivazione bizantina con gli attuali cognomi della Grecia moderna, è soltanto una minima parte a essere stata trasformata dall’uso, più orale che scritto, del popolo neolatino ospitante, per il resto rimane facilmente riconoscibile ed etimologicamente riconducibile alla sua antica fisionomia, tenendo conto, in ogni caso, delle complicazioni ingeneratesi nel suo ineluttabile ulteriore sviluppo e delle eventuali contaminazioni.

Il cognome Garcea da χαρκιάς, fabbro, in Grecia, nella variante Chálki (Χάλκη), è un'isola del Mar Egeo, come Piscopio, da έπισκοπείον, vescovato, è stato un toponimo medievale del Dodecaneso, Episkopi (Επισκοπή), oggi Tilos (Τήλος), oppure Strongoli, da στρογγύλος, rotondo, corrispondente a Στρογγυλή, a poche miglia dalle coste anatoliche.

Ma Meduri proviene da μεδέων, padrone, protettore, o dall’etnonimo beota o acarnese Μεδεών? Foti viene da φώς, mortale, o da φῶς, luce? E Rao, o Raho, se non deriva da ράκος, straccio, o dalla contrazione del latino Raulus, forma troncata di Raulandus, potrebbe persino essere sanscrito?

Paradossalmente più “chiaro” l’Alampi da αλαμπής, che non brilla, oscuro; altrettanto fosco Adilardi da άδηλος, latente, nascosto.

Argirò da άργυρος, argento; Amendolea da άμαγδαλέα, mandorlo; Anastasi da άνάστασις, resurrezione; Arcuri da άρκουδα, orso e Avati da άβατος, sacro o a piedi scalzi, oppure insondabile, inaccessibile e inviolabile, per antonomasia (τὸ ἄβατον,  come il tempio di Osiride sull'isola di Bigeh, vicino alla prima cateratta del Nilo; il dormitorio a Epidauro, dedicato ad Asclepio guaritore; o, a Rodi, la sepoltura monumentale di Artemisia II, sposa di Mausolo)?

Versace da φερισσιάκης, scudiero; Tigani da τήγανον, tegame; Tripepi da θεοπρεπής, che si addice a dio; Tripodi da τριπούς, treppiedi; Trimarchi da τριμμάρχης, trimarco, governatore d’una “turma”, sezione o suddivisione d’un “tema” bizantino?

Barbalaci da βουβούλακος o βρυκόλακας, il vrykolakas, vampiro del folklore balcanico, come il vǎrkolak bulgaro o il vukodlak serbo?

Calogero da καλός γέρων, buon vecchio; Cama da καύμα, calore; Caminiti da κᾰμῑνίτης, cotto al forno; Campolo da κάμπυλος, piegato, ricurvo; Grio da κρίος, montone; Gallizzi da γαλλίτζι, come Gallo, da καλὸς, ambedue “bello”, mentre Galli da καλλέα, cresta?

E Cannata o Cannatà entrambi da χάνναδα, molle? Zavaglia, da ζαβάλες, senza senso, spazzatura, patetico, povero diavolo; e Condello da κούτος, stupido o corto?

Come Macrì da μακρός, lungo; Palaja da παλαιός, venerabile anziano; Scordo da σκόρδον, aglio; Silipo da σίλιβον, cardo; Spanò da σπανός, privo di barba; Strati dall’apocope di στρατιώτης, soldato; Rodinò da ρόδινος, roseo; Tarsia da θάρσιας, ardito, audace, animoso; Taccone da ταχυνός, veloce, svelto, lesto, mattiniero.

Arvaniti e albanesi

In seguito alle invasioni turche in Epiro, a partire dal 1453 (caduta dell’Impero bizantino), e ancor più dal 1534 (conquista di Tunisi da parte dei pirati barbareschi),  in Calabria, parecchie colonie balcaniche vennero fondate da nuclei piuttosto consistenti di albanesi e arvaniti (αρβανίτες in greco e in albanese arbërorë). Soprattutto nel cosentino e nel catanzarese, sono ancora numerosi i comuni di lingua albanese, e il loro isolamento, spesso, ha accentuato, rispetto alle popolazioni locali, la diversità di lingua e tradizioni, favorendo la conservazione dei loro precipui caratteri culturali, nonostante la progressiva integrazione con il mondo circostante abbia da tempo intrapreso un’opera di costante corrosione.

Albanesismi

Un’interessante testimonianza sul bilinguismo, nella prima metà del XVII secolo, viene fornita da un rappresentante dell’Inquisizione e del sant’Uffizio, incaricato di redigere una dettagliata Relazione della Provincia di Calabria. Vi si testimonia non solo la capacità di greci e albanesi di esprimersi nel dialetto locale, oltre che nella propria lingua, ma anche la loro posizione ai livelli più poveri della scala sociale. Ed è, forse, questo a giustificare la scarsità di albanesismi nel vocabolario italiano, a parte “schipetaro” (da shqip’étar, etnico del toponimo Shqipèri, Albania), “ghego” (da gégè, relativo al gruppo linguistico costituito dai dialetti dell’Albania settentrionale), “tosco” (da toskè, in riferimento al dialetto parlato nel meridione dell’Albania), “arberesh” (popolazione di lingua albanese stanziata nell’Italia meridionale), e pochissimi altri, più ricercati perché provenienti da precipue tradizioni culturali: “kanun” (diritto consuetudinario di tradizione orale), “besa” (promessa, parola data), “hakmarria” (legge della vendetta), o “burrnesh”, la cosiddetta “vergine giurata”, che decide di vivere da maschio.

La Musacchia

L’italianizzazione di Muzaka (o Muzhaka), derivante dal territorio albanese conosciuto come piana di Myzeqe o Myzeqeja, - oppure meno probabilmente da Molassaqje, per via del popolo dei Molossi (Μολοσσοί, l'antica tribù nord-epirota, dei discendenti di uno dei tre figli di Neottolemo, figlio di Achille, e della moglie di Ettore, Andromaca) -, ha prodotto il cognome Musacchio, dal toponimo "Musacchia", acquisito dalla famiglia aristocratica Muzaka che nel medioevo governava quelle terre dell’Albania centrale.

La Labëria

Gli abitanti della Musacchia, oltre che Myzeqarë, son chiamati Lal(ë) per differenziarli dai "Lebër" della Labëria (dalla metatesi di Arbëria, l'endonimo geografico medievale dell'Albania), una regione storica posta all'incirca nel sud-ovest, i cui confini nel meridione s’estendono da Valona a Himara, fino al confine greco vicino Saranda, incorporando la regione di Kurvelesh del distretto di Argirocastro, ed estendendosi a oriente fino alla città di Tepelenë. Da quella zona sarebbero partiti i Calabri (ca- Lebër, “provenienti” dalla Labëria) per riunirsi agli japigi salentini.

Le antiche genealogie imparentano i "Lebër" con Lapiti e Centauri, in base alla  leggenda dei fratelli gemelli (Lapite e Centauro), nati da Apollo e dalla ninfa Stilbe, figlia del dio fluviale Peneo.

Ultramontani valdesi

Sopravvissuta alle persecuzioni religiose del 1561 che soppressero tutti gli altri nuclei ereticali, a Guardia Piemontese (La Gàrdia), Acquappesa e Intavolata, persiste una piccola colonia, fondata da profughi valdesi (“ultramontani”), dove viene ancora conservata la varietà linguistica franco-provenzale (occitana, di matrice gallo-romanza) di quel “fin’amor” (o “amor cortese”), cantato dai trovatori medievali.

Più d’un trasferimento?

A un primo esodo avvenuto, tra il XII e il XIII secolo, - tra quanti lasciarono le valli piemontesi per evitare la scomunica di papa Lucio III, con la bolla “Ad abolendam” (1184), e una forzata adesione alla dottrina della transustanziazione, proclamata dal Concilio Lateranense IV, nel 1215 -, se ne sarebbe poi aggiunto un altro, databile intorno alla prima metà del XIV secolo, non più solo per sfuggire le persecuzioni dell’Inquisizione, ma di tipo migratorio per motivazioni economiche, a causa della sovrappopolazione dei territori da cui essi s’erano cominciati a spostare.

La repressione

Vivendo nascosti in zone eccentriche, in una sorta di semi-clandestinità, gli “ultramontani”, che erano riusciti ad arrivare al XVI secolo, commisero probabilmente l’errore di voler segnare una svolta decisiva per il futuro della loro comunità, aderendo con entusiasmo (col sinodo di Chanforan) alla Riforma protestante calvinista nel 1532?

Questi esuli erano vissuti, tutto sommato, in pace per più d’un centinaio d’anni, fino a quando non fu ordita contro di loro una pressante vessazione, presto trasformatasi in violenta persecuzione. E, soprattutto dopo l’adesione alla Riforma protestante, la Chiesa di Roma decise che i valdesi, - non tanto quelli del Piemonte, che stipularono con Filippo di Savoia-Racconigi, in rappresentanza del duca di Savoia Emanuele Filiberto, la cosiddetta “Pace di Cavour”-, ma in particolare della Calabria, dovessero venire letteralmente annientati, con ogni mezzo, come sarebbe avvenuto, secoli dopo, con la Shoah degli ebrei.

La presenza degli ebrei in Italia

In base ai riti religiosi praticati, sono tante le comunità nel mondo, che pur senza membri d’origine spagnola, seguono i rituali rabbinici della tradizione sefardita. La qualcosa è avvenuta anche in Italia, dove, negli ultimi secoli, il rito sefardita è risultato il più praticato nei territori appartenenti ai vari Stati che, nella seconda metà del XIX secolo, hanno preceduto l’Unità nazionale. Ma a questa caratteristica va aggiunta quella precipuamente glottologica relativa alla lingua comunemente parlata, che da secoli è proprio l’italiano, come per i Romanioti, da più di due millenni, è il greco. E, da questo punto di vista, l’Ebraismo “nostrano” dovrebbe essere visto come un distinto, eppure coeso, gruppo culturale abbastanza omogeneo.

Una residenza antica

Se poi si ricorre a un’analisi della cognomazione delle famiglie ebraiche italiane che renda possibile applicare un qualche metodo di classificazione atto a rivelarne le radici geografiche, quell’impressione viene ulteriormente avvalorata dalla scoperta d’un nocciolo completamente a parte di Ebrei italiani, convogliabile quindi in un gruppo quasi autonomo, forse neppure sefardita, né ashkenazita. E ciò verosimilmente perché gli antenati degli Ebrei italiani erano presenti nella Penisola già molti secoli addietro, alcuni persino fin dagli albori dell’Impero romano, tanto che nella letteratura ebraica non esiste un termine largamente accettato per indicare coerentemente questa eccezionale sorta di precipuo “indigenismo” giudaico, paragonabile soltanto a quello di quanti hanno vissuto nelle isole di Corfù e Lesbo, e nelle città di Giannina, Arta, Corinto, e della beotica Tebe, sin dai tempi dell'Esilio babilonese.

Uno dei principali criteri da applicare, infatti, alla classificazione degli Ebrei “erranti” per definizione, non poteva che essere di natura geografica. Quanti hanno degli antenati provenienti dal territorio (nella letteratura rabbinica medievale, chiamato Ashkenaz), dove la maggioranza cristiana parlava dialetti germanici, vengono definiti “Ashkenaziti”; Sefarditi, invece, quelli i cui antenati vivevano nella medievale Sfarad, la penisola iberica tutta, e in particolare la Spagna.

Ashkenaziti, Sefarditi, Mizrahim

Secondo un approccio più specificatamente linguistico, invece, gli Ashkenaziti moderni discendono dai parlanti lo Yiddish, mentre i Sefarditi da coloro che ricorrevano al judezmo (spagnolo “ladino”); e Mizrahim (dall'ebraico misrach, "oriente") gli Ebrei nordafricani che, durante la prima metà del ‘900, interloquivano in un semitico “Mizrahi”, misto giudeo-arabo. E ciò rende difficile una distinzione etimologica tra loro e gli ospitanti. Grazie alla politica tollerante attuata dai governanti musulmani, nei Balcani e in tutto il bacino del Mediterraneo, furono accolti dalle comunità ebraiche ivi già residenti, soprattutto in Marocco, in Algeria, e nell'Impero ottomano.

Gli Atti degli Apostoli

A parte il mito del pronipote di Noé, Aschenez, fondatore, oltre che di Numistra (Nicastro), della città di Reggio (confermato dalle Ἰουδαϊκὴ ἀρχαιολογίαe, o Antiquitates iudaicae: «Ashanaxus quidem Aschanaxos condidit, qui nunc Regines a Grecis nomantur.»), o i richiami virgiliani alle profezie messianiche nella IV Egloga, che attestano la presenza ebraica nella capitale di quello che sarebbe divenuto un Impero, è il passo degli Atti degli Apostoli «ὅθεν ⸀περιελόντες κατηντήσαμεν εἰς Ῥήγιον» (da dove costeggiando giungemmo a Reggio- 28, 13) a costituire una precoce testimonianza certa, da parte delle fonti letterarie scritte, d’un vero contatto risalente ai primi secoli dell’era cristiana?

La distruzione del Tempio

Leggenda vuole che, non proprio dai tempi dell'Esilio babilonese, bensì dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 dell’e. v., gli antenati di quattro famiglie ebraiche furono “importati” a Roma dall’imperatore Tito come prigionieri, similmente a quel Giuseppe che prese il nome dallo stesso imperatore (Titus Flavius Iosephus, da Yosef ben Matityahu che era). Si trattava “delle mele”, o min ha-tappucḥim, dei [capelli] rossi, o min ha-adumim, dell’umile, o min ha-anavim e dei giovani, o min ha-ne‘arim. Ma, la più vecchia fonte scritta di questa leggenda appare solo in un libro pubblicato alla fine del XVI secolo da un membro della famiglia “delle mele”, Rabbi David de Pomis (appunto “mele”, in latino) di Venezia. Allo stesso secolo appartiene anche la più antica menzione della famiglia de Rossi, in un documento cristiano, che la cita proprio con il nome italiano. Mentre, nei documenti italiani del ‘600, si mantiene la strana forma ebraica di Anau/ Anaw (arabo Anuar?).

IOYΔAIWN

Una comunità ebraica vi fu sicuramente anche nel capoluogo reggino fin all’inizio del IV secolo,  testimoniata da un’epigrafe in caratteri greci: IOYΔAIWN. Un’altra comunità esisteva nell’antica Leucopetra, Λευκοπέτρα, ricordata da Tucidide quale Πέτρα τῆς Ῥηγίνης (7.35.2), odierno centro di Lazzaro, dove è stata rinvenuta una lucerna con la raffigurazione della menorah (candelabro a sette bracci, a simboleggiare i sette pianeti e i giorni della creazione, col sabato al centro).

Il rinvenimento archeologico più importante resta la scoperta d’un edificio di culto in località San Pasquale di Bova marina, la più antica struttura sinagogale rinvenuta in Occidente, dopo quella di Ostia Antica. Scoperta nei primi anni ’80 del ‘900, aveva svolto la sua funzione sino alla seconda metà del V secolo e. v. e dovette ospitare un’affluenza non indifferente, a giudicare dall’ampiezza e dalla ricchezza della decorazione musiva policroma che abbellisce il pavimento dell’aula dedicata alla preghiera, per via della raffigurazione d’una menorah affiancata da altri oggetti rituali, quali il “nodo di Salomone”, il corno d’ariete (shofar), il cedro (ethrog) e il ramo di palma (lulav).

Scyle

Questo sito, a ridosso della mitica Delia greca (Δηλία, i cui abitanti, in seguito a delle incursioni nemiche migrarono verso Bova, Roghudi, Pedavoli, Parachorio), corrisponde alla romana Scyle, rappresentante una prima fermata di sosta, o statio, lungo l’antica strada latina che collegava Rhegium a Tarentum, come lasciano ipotizzare i numerosi rinvenimenti ceramici di varia provenienza (dalla Palestina alla Spagna e alla Francia).

Tra le varie anfore rinvenute in quei vani, spicca la presenza di anse con il sigillo della menorah, suggestivo d’una specie di marchio di garanzia per assicurare la kasherut (rispetto delle regole liturgiche) del contenuto, ovverossia vino kosher, pienamente rispondente all’insieme delle norme che ancora continuano a regolamentare la cucina rabbinica.

La lavorazione della seta

Il Sud si differenzia fortemente dal resto della penisola per quella brusca interruzione della presenza ebraica nel XVI secolo. Lo sviluppo raggiunto da quelle comunità meridionali, in epoca medievale, fu notevole, ma venne dapprima compromesso dall’editto di re Ferdinando II d’Aragona, emanato dall’Alhambra nel 1492, con cui agli ebrei venivano interdetti tutti i possedimenti spagnoli. Per di più, poi, accusati dai Genovesi e dai Lucchesi, a cui facevano concorrenza , di monopolizzare sia la produzione che il commercio della seta, vennero praticamente scacciati con la Prammatica Sanzione del 23 novembre 1510, a cui seguì una conseguente decadenza economica della regione. Soltanto a duecento famiglie fu concesso di fermarsi nel Regno di Napoli fino al 1541, anno d’un esodo definitivo per i non convertiti. In massa emigrarono verso il resto d'Europa, e d’Italia, in particolare Modena e Ferrara, il Maghreb e i territori medio-orientali dell'Impero ottomano.

L’arte della stampa 

L’altra peculiarità della comunità ebraica calabrese fu l’arte della stampa. E, nella Città dello Stretto, vide la luce il più antico libro ebraico al mondo che rechi l’indicazione d’una data certa. Nel mese di Adar dell’anno 5235 (dalla creazione), corrispondente al mese di febbraio del 1475 del calendario gregoriano, nella giudecca reggina, vennero stampate, da Abraham ben Garton, su una base di 37 linee, senza miniature o illustrazioni, in carattere semicorsivo sefardita (divenuto "stile Rashi"), trecento copie del Commento al “Chumash”, in una versione che non includeva il testo stesso del Chumash (o Ḥumash), cioè una Torah in forma di incunabolo, codice rilegato a mo’ di  libro, in contrapposizione alla pergamenacea Sefer Torah, i rotoli Sefarim solitamente custoditi all'interno dell'armadio Haron HaKodesh, per essere nascosti alla vista dall’ornamentale drappo parochet.

Chumash

Un titolo derivante dalla parola ebraica che sta per cinque, ḥamesh (formalmente Ḥamishah Ḥumshei Torah, "cinque quinti della Torah"), ovviamente più noto, nel greco latinizzato, come Pentateuco (da  πέντε "cinque" e τεῦχος " astuccio"), o i cinque libri di Mosé. L'acronimo "Rashi" sta per Rabbi Shlomo Yitzhaki (Shlomo Yitzchaki, in latino: Salomon Isaacides, in francese: Salomon de Troyes).

Shabbatai bar Abraham Donnolo

Intorno all’anno 1000, a Rossano aveva operato il celebre medico, farmacologo, astronomo e filosofo Shabbatai bar Abraham Donnolo, menzionato nell'agiografia di san Nilo, il fondatore dell'Abbazia di Grottaferrata, di cui fu forse amico personale. In un episodio, l’eremita rifiuta le cure offertegli per alleviare le sofferenze  causategli dalla vita ascetica; in un altro, assiste all'amputazione d’un arto del governatore bizantino di Calabria, Euprassio.

Hayyim ben Joseph Vital

Certamente un  meridionale fuoriuscito fu il padre del grande kabbalista, discepolo di Isaac Luria, Hayyim ben Joseph Vital, noto anche con l'acronimo Rachu, detto «il Calabrese» (Chayim Vital haQalavrezì), anche se probabilmente nato in Galilea, a Safad.

De Rossi e de Pomis

I riferimenti più antichi per Anaw/Anau (min ha-anavim o dell’umile) risalgono all’XI secolo, per i de Rossi (min ha-adumim) e i de Pomis (min ha-tappucḥim) al XIII, e per min ha-ne‘arim (dei giovani) al XIV. Anche se poi, la stragrande maggioranza degli Italiani non ha ricevuto cognomi ereditari che nel corso del ‘500.

Tramontani

La smisurata categoria di cognomi israeliti è perciò basata sui nomi di località, solitamente di città vicino a Roma da cui provenivano le famiglie intenzionate a vivere nella capitale dello Stato Pontificio: Di Segni, Piperno, Pontecorvo, Rieti o Tivoli. E, quando, nel 1571, vi fu un censimento della popolazione ebraica del Portico d’Ottavia (o porticus Metelli, dal 1555 parte del ghetto), ben 278 famiglie vennero catalogate come “indigene” (e italiane), e solo 110 come straniere (Tramontani).

Dalla Francia i Provenzale

Altri profughi ebrei arrivarono in Italia dai territori dell’odierna Francia, in almeno due ondate. Con l’espulsione del 1394 molti Foa, Segre e Treves si stabilirono in Piemonte, allora parte della Contea dei Savoia, uno Stato che copriva territori oggi appartenenti alla Francia. Il secondo grande gruppo di esuli arrivò da Marsiglia e altre città della Provenza, una regione annessa al regno di Francia alla fine del ‘400. L’espulsione dei Provenzale, Passapaire e Sestieri avvenne nel 1501.

Tedeschi

Dalle province germanofone che oggi corrispondono alla Bavaria e all’Austria, principalmente tra il 1200 e il 1600, giunsero gli ashkenaziti in fuga da pogrom e legislazioni anti-ebraiche, stanziandosi nelle regioni settentrionali e nord-orientali della penisola. Tra gli ashkenaziti, i cognomi erano ancora piuttosto rari, e furono in molti a comprarseli una volta giunti in Italia. Cosicché tante famiglie ashkenazite finirono per farsi chiamare coi nomi delle città italiane dove risiedevano: Bassano, Colorno, Conegliano, Pescarolo, Soncino (poi modificato in Sonsino); e il cognome Tedesco (e le sue varianti Tedeschi e Todesco) divenne uno dei più diffusi tra gli Ebrei italiani. Altri cognomi famosi di famiglie italiane di origine ashkenazita sono Luzzatto e Morpurgo.

Abarbanel

Gli Ebrei sefarditi erano già presenti tra il XIII e il XV secolo, ma, dopo la cacciata dalla Spagna del 1492, furono in molti a trasferirsi a Roma: erano Sarfati, Gategno, Corcos, Almosnino. Nel Regno di Napoli, e fino all’espulsione del 1541, si rifugiò un gruppo più sparuto, comprendente anche gli Abarbanel, o Abrabanel (da “Ab Rabban El”, che significa "padre dei rabbini di Dio").

Portoghesi e Marrani

L’arrivo dei cosiddetti Ebrei “portoghesi”, che però non provenivano solo dal Portogallo, ma da tutta la penisola iberica, compresi i territori sottomessi alla Corona spagnola (tra cui la città, oggi belga, di Anversa), risale invece alla seconda metà del XVI secolo. E, visto che nei loro luoghi d’origine ogni forma di culto ebraico era vietata e perseguita, la loro devozione veniva mantenuta in forma occultata e formalmente si dichiaravano cattolici. Oppure, si trattava di convertiti gioco forza al Cristianesimo, alla fine del 1400, e solitamente definiti “Marranos”, i quali, spostandosi in paesi dove l’Ebraismo veniva tollerato, in molti ricominciavano a professarlo più liberamente.

La scelta del cognome

La maggior parte delle famiglie scelse di mantenere i cognomi che usavano da cattolici, tra cui Fonseca, Lopes, Mendes, Pinto e Rodrigues. Alcune famiglie recuperarono i cognomi che indicavano l’appartenenza a una delle tre caste sacerdotali Cohen, Levi e Israel. Altre ripresero quelli dei loro antenati vissuti nella Spagna medievale: Aboab, Attias, Mazaod o Namias.

L’etimologica ambivalenza semitica

I cognomi Naimo, Nàymo, Nàimi potrebbero essere ipocoristici dell’ebraico Nahum, attraverso però l’arabo Na'im, "il delicato". Misefari è presumibile intenderlo miseferim, per misferim, “numeri”. Il nome medievale Mamone (variante in Mammone), non è che l'italianizzazione di Mamon, o Maimon, presente nell'onomastica araba ed ebraica, con significato di “fortunato”. Dal greco potrebbe derivare μαζώνω (colleziono, raccolgo) un cognome e toponimo, come Mazza o Mazzà, ritenuto peraltro di probabile provenienza ebraica, come Pitaro, Piperno, Pinto, Petito, Pagliara, Pugliese, Tedesco, Tramontana, Rotella, Liuzzi, Laganà, Garreffa, Aiello, Cittadini, Daniele, Gigliotti, Scalise (?).

Gli emirati calabri

Importanti testimonianze del loro passaggio hanno lasciato, prima, gli arabi (nel IX secolo) e poi saraceni e turchi ottomani (nel XVI). Ad Amantea, Santa Severina e Tropea si insediarono addirittura dei veri e propri “emirati”, tanto che l’assetto urbanistico dei loro centri storici presenta l’evidente arroccamento difensivo tipico delle qasbe (fortezze).

Gli omayyadi

Nell’801, dalla Sicilia, già parte del califfato omayyade (dinastia siriana di Damasco dominatrice in Andalusia), non era difficile che partissero, alla volta della dirimpettaia Calabria bizantina, dei conquistatori arabi allo scopo di saccheggiare città fiorenti, come Reggio. Tali attacchi s’intensificarono tra l’840 e l’856 per concludersi con la conquista di quei tre avamposti.

Amantea/ al-Mantiah

Nell’846, venne conquistata una cittadina dell’Alto Tirreno cosentino che nel nome stesso contiene attualmente il ricordo dell’inespugnabile disposizione conferitale, Amantea, da al-Mantiah, ovvero “La Rocca” fortificata sulla sommità della collina panoramica affacciata sul mare, dove sorgono i resti del Castello e, soprattutto, d’un edificio identificabile con un’antica moschea (ora Chiesa di San Francesco). L’intero centro storico si dipana in un susseguirsi di vicoli, case addossate, slarghi e piccole corti interne, quasi fosse proprio una qasbah orientale.

Roberto il Guiscardo

Benché gli arabi avessero abitato e rinforzato l’antico kastron (κάστρον) bizantino dall'840 all'886, facendone un complesso militare completo di edifici religiosi, nell’XI secolo, alla conquista araba Roberto il Guiscardo oppose un rinnovato baluardo normanno proprio da Santa Severina.

Un lascito culinario e linguistico

La primavera del 1059 segna la fine del dominio arabo in Calabria a favore del normanno, sancito con la presa di Reggio, ma non certo la completa sparizione di quella cultura, fortemente persistente in alcuni prodotti e piatti tipici della cucina calabrese (riso, sale, canna da zucchero, melanzane, ecc.), in molte sonorità dialettali e in certe  parole di squisita origine araba, o turca. L’italiano bailamme, confusione, proviene da bayram, o festività ottomana; magazzino dall’arabo granaio machsan e turco deposito merci maghazem; ambàtula dall’arabo batil, inutile; sciàrra da sciar, rissa; gèbbia da giabya, cisterna per la raccolta dell’acqua; garaffa da gharrafa, contenitore panciuto di liquidi. Ma il cognome Garreffa  potrebbe forse riconnettersi anche al biblico fondatore di Beth-Gader (I Chronache: II. 51) Hareph (sprezzante), che, in Nehemiah (7:24 e 10:19), diventa Hariph e in Ezra (2:18) "Jorah". 

Da pentolaio alla gioia di “chi fa i coperchi”

A parte il cognome Rauti, che in Algeria si ripropone con un’impercettibile variazione, Rawti o Raouti, uscire, altri cognomi sembrano avere radici più equivoche. Riporta, infatti, a etimo greco, “Τσουκαλάς” (pentolaio), tra l'altro cognome ellenico moderno, il reggino Zuccalà, che però ha un significato arabo altrettanto sintomatico: dawq allah > “dùq allah”, ovvero gusto, piacere, o gioia di Dio. Idem per Vadalà, cognome greco Βαδαλάς da βάταλος, balbuziente ed effeminato, oppure da ‘abd allah = “servo di Dio” (e si pensi al nome Abdullah).

Da “devoto di-vino” a bottaio

Anche Barillà, facilmente proveniente da “barr allah” (“devoto di Dio”) potrebbe essere ricollegato al greco “βαρελάς” = “bottaio o barilaio”, a un cognome greco (Βαρέλλας), o all’insediamento isolano euboico (Βαρελλαίοι).

Dal greco o dall’arabo?

Carere, o Careri, dal greco κάρα, cranio, oppure da “harrar” = “tessitore” o da una variante corradicale “hariri” = “venditore di seta”; Molè dall’arabo “mawla” = “padrone”, o dal greco μολεύω, infetto?

Sacco da σάκκος, sacco, come Saccà, o questa da σάκα, borsa, piuttosto che dall’arabo “saqqa” = “portatore d’acqua; acquaiolo”?

Fameli da “hamila” = “boscaglia, macchia”, oppure da φαμέγιος, domestico, o più semplicemente dal latino famulus?

Dall’arabo o dal latino?

Un’ambiguità rintracciabile in altre etimologie, per esempio latine: Modafferi da  “modus” + “fero” = “portatore d’equilibrio, equilibrato”, oppure dall’arabo “muzaffar” = “vittorioso”.

Bosurgi potrebbe essere d’origine persiana, da “buzurg” = “grande”, e al pari latina, da “boves” + “urgeo” = “spingo i buoi”, “conduttore di grosso bestiame”, mandriano.

Fazzari da “hassar” = “fabbricante di stuoie”, o dall'aferesi del medioevale Bonifazio (Bonifacio) e dunque Fazarus?

Gangemi, o Cangemi, da “haggam” = “barbiere, applicatore di mignatte”, o da toponimi siculi (Gangi e Cangemi)?

Almoravide astemio ed eremita 

Morabito, dal siciliano “muràbitu” = “astemio” e ispanico, dallo spagnolo “moràbito” = almoravide (membro dell’iberica dinastia araba), oppure direttamente dall’arabo “murabit” = “eremita”, marabutto, come Marrapodi, di cui è però più probabile l’origine greca: μαύρα πόδια, piedi neri?

Ielapi da γιαχάπα avena selvatica, o da ὕαλος, con il significato di "giallognolo", o dall'arabo yalab, "scudo"?

Pleurico o pletorico?

Burzumato, o Burzomati avrebbe aggiunto un suffisso romanzo al termine arabo “birsàrmi” = “affetto da pleurite”, che senza l’appendice di quell’elemento morfologico avrebbe prodotto Burzomì (pletorico), o Bulzomì?

Battaglia di Lepanto

Tropea venne presa nell’851 e dell’antico emirato conserva tracce sulla falesia vista mare che guarda verso quella che sembra un’Isola. La tradizione  locale ricorda il contributo cittadino, al comando del capitano Gaspare Toraldo, alla Battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571.

Occhialì

L’Impero Ottomano, all’apice dell’espansione culturale e territoriale, nel XVI secolo, aveva spadroneggiato, seminando il panico, sulle coste del Mediterraneo, come sui territori di Carlo V, che vede necessario realizzare un sistema difensivo costituito da torri d’avvistamento (cavallare, con cavaliere), in grado di segnalare l’imminente pericolo mediante fuochi, segnali di fumo e suono di corni. Ciononostante, nel 1536, di fronte alla fortezza a mare di Le Castella, Giovanni Dionigi Galeni viene rapito bambino dal Corsaro Barbarossa e destinato a diventare il grande pirata Uluç Alì, più familiarmente noto come Occhialì.

Stilo

Un’incisione inneggiante ad Allah è visibile su una delle colonne della Cattolica di Stilo (quasi a memoria della congiura antispagnola in cui era coinvolto il Campanella?). In pieno Medioevo, infatti, la Calabria torna a essere bersaglio dei sultani orientali Selim I e Sulayman I (Solimano il Magnifico), “saraceni”, e più propriamente turchi (d’origine indoeuropea), e “qualcuno” pensa di farseli alleati per scacciare gli stranieri iberici. In un abbozzo degli Articuli prophetales, il grande stilese parla dell’avvento del nuovo secolo (il XVII), annunciato da fenomeni straordinari: innanzitutto, il passaggio d’una cometa, profezie e coincidenze astrologiche, inondazioni (del Po e del Tevere), altri allagamenti e terremoti in Calabria.

Re Marcone

Il desiderio di liberare i suoi conterranei dalle violenze degli occupanti spagnoli, dai soprusi dei nobili e dalla corruzione del clero, lo motiva a organizzare  una rivolta popolare contro dominatori e alti prelati, in base alla promessa d’un'armata turca di 36 vascelli, e grazie all’appoggio d’una trentina tra frati ed ecclesiastici, alcuni piccoli nobili, pochi vescovi e vari banditi, fra cui Marco Berardi di Mangone, educato dai valdesi provenienti dal Piemonte, ospitati come manovali e agricoltori a San Sisto; divenuto simpatizzante di quelle loro idee eretiche e progressiste, dopo il loro massacro, avvenuto il 29 maggio 1561, da parte dei soldati di Marino Caracciolo, “Re Marcone” aveva radunato dei rivoltosi, creando attorno a Crotone un piccolo dominio con veri e propri funzionari incaricati dell'amministrazione e dell’imposizione dei tributi ai possidenti, un suo "consiglio, secretario Ferrerio, commissarii et altri ufficiali". Agli occhi degli oppressi rappresentava un tentativo concreto di ribaltamento sociale, improbabile eppure sperato.

Tránsito en espiral

La regione più meridionale della penisola sarebbe divenuta allora, più che una “Città del Sole”, "una repubblica dei poveri", comunistica e insieme teocratica, quasi in forma di Califfato, in quel vortice surrealista figurativamente espresso dalla pittrice spagnola María de los Remedios A. R. Varo y Uranga nella costruzione utopica del “Tránsito en espiral” (1962)?

Quest’originale surrealismo si basa più su d’una visione interiore dalle profonde connotazioni mistiche che su quel carattere irrazionale od onirico tipico dei seguaci di Breton. Sembra piuttosto alludere alla ricerca d’una propria, intima, visione del mondo, rappresentata da quello strano personaggio racchiuso nell’eburnea torre centrale, e fare anche omaggio a chi, come la Remedios Varo o Campanella, persistettero nel loro deviare da un percorso prestabilito per cercare una strada al proprio interno.

La grande spirale che, con tocchi di mistero e insieme temporalità, organizza l'intero spazio visivo è in realtà doppia, componendosi da una prima, contenente una città, ideale, dallo spiccato carattere medievale, e una seconda costituita dal canale che la stessa città attraversa, definendone l’intrico. Gli edifici, collegati tra loro, nel procedere in modo ondulato, seguono quindi due tragitti fino a raggiungere l'alta torre centrale, dove sembra essere tenuto imprigionato un essere etereo. Il canale è affollato di strane barche e personaggi, che rimandano alle immaginifiche fantasie di Hieronymus Bosch, e l'intero ambiente è avvolto da una debolissima nebbiolina che a questo paesaggio contribuisce a dare un ulteriore tocco di profondo misticismo e ambigua magia.

Il processo

Il processo istruito contro Campanella, Dionisio Ponzio, Giovan Battista Pizzoni e altri frati, con l’accusa di eresia e ribellione, perseguiva soprattutto l’intenzione di ridimensionare il coinvolgimento delle alte personalità, in quanto il viceré Ferrante Ruiz de Castro, conte di Lemos, non poteva minimamente accettare di credere a una concertazione tra il Papa e i turchi («me paresce que es grande disparte mesclar al papa con el turco»).

I denuncianti, Fabio di Lauro e Giovan Battista Biblia, sostenevano che alla cospirazione avrebbe consentito Clemente VIII, deciso a sottrarre il meridione alla «tirannia» spagnola, dandogli finalmente «libertà di repubblica», anche se poi l’intero piano sarebbe stato ordito d’intesa con i musulmani, i quali non avrebbero mancato di fornire un loro apporto. Due emissari sarebbero stati inviati alla flotta turca affinché delle sue navi “coprissero” i ribelli intenti a presidiare la costa jonica tra Catanzaro, Squillace, Castelvetere, Locri e Reggio.

Stilo capitale

La «capitale» sarebbe stata individuata in quella località che prendeva nome da delle colonne, in greco al singolare στῦλος, dove Campanella provò a farsi «messia della verità e della libertà», e avrebbe osato consentire «di vivere senza conoscere Dio né Chiesa». Il vescovo di Cosenza, Giovanni Battista Costanzo, riteneva che «un giorno questi frati calabresi, harebbono fatto alcun grande eccesso per la loro scelerata vita»; e, temendo la flotta turca evocata dai congiurati e persino forse avvistata all’orizzonte, scrisse al Santo Uffizio come quei frati avessero concepito «una delle maggiori sceleraggini che sia stata commessa da molti secoli in qua».

Tra le altre accuse rivolte al filosofo domenicano, pure quella di islamica promiscuità sessuale da esercitare in «un seraglio nel castello di Stilo», prendendo tra le otto e le dieci mogli, dopo essersi prima sbarazzato dei loro mariti.

De Monarchia Hispanica

C’è da chiedersi, a questo punto, come fa Saverio Ricci (in “Campanella. Apocalisse e governo universale”, 2018), se quella celebre De Monarchia Hispanica non sia stata «il breve manuale per la congiura del 1599 o il bilancio del suo fallimento»; e supporre che il medesimo testo abbia avuto quindi una doppia stesura, una prima del 1598, opportunamente rivista molto dopo, quando venne pubblicata nel 1640, “apud Ludovicum Elzevirium, Hardevici – Amstelodami”.

In essa Campanella stabiliva che l’unica possibile monarchia universale, e cristiana, non avrebbe potuto che essere «dipendente dal papato»;  e quasi frutto d’una sorta d’innesto tra burocrazie, plausibilmente concordanti, civile e clericale, imperiale ed ecclesiastica; e proprio partendo dalla premessa che «le congiure di più persone se non si pongono subito a effetto, vengono facilmente scoperte», dedurre per esperienza che «sono destinate del pari a fallire quelle che non abbiano un santo scopo di giustizia». Insomma, una congiura, pur avendo giusta causa, se proviene dall’accordo di pochi, «e non buoni», e non viene immediatamente eseguita, «è presto svelata».

L’angolo prospettico da cui guarda Campanella alla cospirazione non sembra poi tanto divergente da quello di Machiavelli, né meno pessimista - la capacità di simulare e dissimulare del Principe è resa dote essenziale del congiurato: «dà a credere a suoi seguaci che voglia altro fare, e fra tanto si sforza legarli con vincolo d’amore».

La sua  era una personale autocritica che sconfinava dal contesto puramente profetico di aspettative apocalittiche e millenaristiche da “fine del mondo e della renovatione” dei tempi, per provare a inserirsi concretamente in un quadro di  grave crisi ideologico-politica ed economica del meridione.


 

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