IdeocoopSpazio Open
Reverendo Frank Reverendo Frank Corvo rosso Corvo rosso Occhio al Degrado Occhio al degrado
Giovani in biblioteca
Mediterranea

GIUSEPPE MUSOLINO: BUCOLICO PERSONAGGIO DI D’UN ROMANZO O MITO ROMANTICO DEL GIUSTIZIERE SOLITARIO?

Musolino Giuseppe, “segantino”, classe 1876: bucolico personaggio d’un romanzo criminale della fatalità o del pittoresco mito romantico del giustiziere solitario?

«Simpatici mi sono i banditi; sono essi i veri rivoluzionari in azione» – Émile Zola.

Ad Amedeo Nazzari era già stato conferito il Nastro d’Argento, come miglior attore, per la sua interpretazione di Ernesto, nel film “Il Bandito” (1946) di Lattuada.

Il Bandito

Un veterano della Seconda guerra mondiale, ritornato in patria con un contingente di prigionieri detenuti in Germania, il quale, nella sua città, deturpata dai bombardamenti, cerca d’ottenere un lavoro onesto, senza riuscirci; riesce però a rintracciare la sorella, dispersa, tra le ragazze che per sopravvivere, durante i lunghi anni del conflitto, sono state costrette a prostituirsi. Ne uccide il magnaccia, ma ne provoca inconsapevolmente la morte; sfugge alla cattura con l’aiuto d’una donna (Anna Magnani), conosciuta per caso, ma pericolosamente seducente, perché di pochi scrupoli, e finisce quindi per unirsi alla sua banda di gangsters.

Outlaw Girl

Era lei, l’Anna Magnani de “Il Bandito”, che aveva raggiunto fama mondiale nell’anno precedente con “Roma città aperta” (1945) di Roberto Rossellini, quell’Outlaw Girl (ragazza fuorilegge) a cui erroneamente faceva riferimento il titolo inglese del film “Il brigante Musolino” (1950), diretto da Mario Camerini, e ispirato alla storia del bandito calabrese?

O non piuttosto la “Mara fille sauvage” della traduzione  francese – in tedesco “Freiwild” (libero selvaggio), in svedese “Utstött” (emarginato), in spagnolo “El Bandido calabrés”… – era opportunamente Silvana Mangano, consacrata quale risposta nostrana alla Rita Hayworth di Hollywood, dopo l’apparizione, come mondina, con corpetto attillato, pantaloncini corti e iconiche calze nere a mezza coscia, in “Riso amaro” (1949) di Giuseppe De Santis?

Freiwild

Il titolo tedesco “Freiwild” richiamava l’opera teatrale del medico austriaco Arthur Schnitzler, – autore di “Das Reigen” (1900), come di “Traumnovelle” (1926), –  presentata nel 1896 al Deutsches Theater Berlin, in cui il ricco civile Paul Rönning si ribella al codice d’onore dei duelli, in vigore all’epoca in Austria-Ungheria (“Nicht um das Duell, sondern um den Duellzwang handelt es sich.”, Non si tratta del duello, bensì della compulsione a battersi), volendo vivere e non essere il giocattolo della supposta lealtà del litigioso e arrogante tenente di cavalleria Herr Karinski, il quale, infuriato vigilante della giustizia contro un inerme cittadino qualunque, si sente come uno “a cui è permesso più che ad altri” (“dem mehr erlaubt ist als den anderen”).

Bandido

I titoli in svedese, “Utstött” (emarginato), e spagnolo “El Bandido calabrés”, sottolineano maggiormente la condizione originaria di chi veniva escluso da una comunità, esiliato o mandato fuori dai confini d’un paese, mentre quello italiano rimarca la conseguenza della precedente situazione, quella di chi, non avendo più alcun sostentamento (“bandito”), si dà al “brigantaggio”.

Briga

Tali termini, pertanto, non sono propriamente equivalenti, se non nel senso, del tutto generico, di trovarsi in posizioni prossime a infrangere la legge (Outlaw), esercitando, nel caso del brigante, della “prepotenza” bella e buona; quella “briga” che di solito si dà a qualcuno (e s’intende molestia), o s’attacca con… (quale litigio, da cui brigata assoldata per attaccarlo, masnada) o ci si prende di… (compito ingrato, da cui disbrigare), etimologicamente sostenuta da un gotico brikan (contesa), da cui poi il tedesco brechen o l’inglese break (rompere), e gli italiani breccia, oppure briccone e birichino, ma pure bravata o braveria, ecc., ecc..

Brigands

Tralasciando il caso inglese di Robin Hood o quello russo di Stepan Razin, che rivendicavano diritti e abolizione di privilegi, furono i francesi ad affibbiare la definizione dispregiativa di brigands a coloro che si sollevarono contro l’occupazione delle province meridionali intorno al 1809, con evidenti risvolti insurrezionalisti a sfondo politico e sociale, e non semplicemente sotto forma di “banditismo” caratterizzato da azioni violente a scopo di rapina ed estorsione. Non semplici malfattori, dunque, ma ultima ed estrema risorsa di persone soggette a un’invasione.

Comunque, già dal XV secolo, il termine individuava quei soldati che, secondo la legislazione bellica, agivano di propria iniziativa, senza operare all’interno d’una catena di comando; passibili, quindi, d’essere giudicati secondo le leggi civili alla stregua dei criminali comuni.

“I ladri siete voi”

I calabresi che combatterono per Ferdinando I delle Due Sicilie, e gli spagnoli arruolati irregolari che mantennero la resistenza nazionale contro i napoleonici dal 1808 al 1814, vennero definiti briganti dai loro nemici, sentendosi rispondere: “I ladri siete voi“, che fu quanto, durante il regno di Gioacchino Murat, a Napoli, assunse a propria difesa, davanti alla corte marziale francese, un calabrese processato per brigantaggio.

Klephts e hayduk

Sotto il dominio ottomano, nella penisola balcanica, quelli che in Spagna e nel meridione d’Italia i francesi chiamavano “Brigands” erano detti klephtes (κλέφτες, ladri, da cui cleptomania) dai greci e dagli slavi hayduk (o haydutzi, banditi, in turco), pur avendo qualche pretesa di credersi rappresentanti del loro popolo contro gli oppressori stranieri. L’unico approccio al tentativo di mantenere l’ordine pubblico consistette, allora, nel concedere il permesso a una parte della popolazione, denominata “armatole”, di portare armi allo scopo di reprimere i rivoltosi klephts, anche se, alla fin fine, gli armatoloi (αρματολοί) tendevano ad agire più come loro alleati che come loro nemici.

Noble Robbers and Avengers

Eric J. E. Hobsbawm (Bandits, 1969) classifica gli Haiduks in una categoria storica di “banditi sociali” differente da quelle dei cosiddetti “Ladri Nobili ” e dei “Vendicatori”. I primi, Noble Robbers, corrispondono alla concezione romanzata di criminali dall’animo nobile, che combattono l’ingiustizia, riscuotendo grande popolarità tra le classi subalterne (figure chiave includerebbero: ancora il leggendario Robin Hood, lo spagnolo Diego Corrientes Mateos, lo slovacco Juraj Jánošík di Terchová… Mentre i Vendicatori (Avengers) avrebbero suscitato rispetto nel contraddistinguersi come delinquenti dalle pochissime qualità di redenzione, temuti dalla gente comune per via della loro brutalità, espressa in atti di cruda violenza gratuita.

Primitive Rebels

Secondo una precedente definizione di Hobsbawm (Primitive Rebels, 1959), nelle società solitamente preindustriali e di frontiera, il banditismo sociale avrebbe rappresentato una forma primitiva di resistenza o di lotta di classe, implicante un comportamento solitamente giudicato illegale, ma sostenuto dalla più ampia comunità degli “oppressi” come moralmente accettabile.

Un’espressione contadina

Il punto sui banditi sociali è che sono contadini fuorilegge che il signore e lo stato considerano criminali, ma che rimangono all’interno della società contadina, e sono considerati dalla loro gente come eroi, come campioni, vendicatori, combattenti per la giustizia, forse anche leader della liberazione , e comunque come uomini da ammirare, aiutare e sostenere. Questa relazione tra il contadino ordinario e il ribelle, il fuorilegge e il ladro è ciò che rende il banditismo sociale interessante e significativo … Il banditismo sociale di questo tipo è uno dei fenomeni sociali più universali conosciuti dalla storia.” (Bandits, 1969).

Una prospettiva “solo” politica?

Pur restando fluida e ambigua, la figura del bandito viene romanticizzata, nel caso di Hobsbawm (Paul Sant Cassia, 2012), in una prospettiva politica; altre volte, come in area mediterranea, attraverso retoriche d’impatto immaginifico, di tipo nazionalistico, folklorico, letterario; e i testi narrativi che circolano a questo proposito, siano essi di cantastorie o di osservatori affascinati, assumono vita propria, conferendo all’insieme mitografico quella potenza e permanenza che trascende il loro dominio, sennò localizzato, e la loro natura, altrimenti transitoria.

Nel corso della storia è stato documentato alla stregua d’un fenomeno molto diffuso in molte società e tuttora esistente sotto forma anche di pirateria e di “sindacalismo” della criminalità organizzata. È tuttora discussa l’applicabilità di questa terminologia financo alle manifestazioni più moderne di delinquenza, come le bande di strada, o d’economia illegale parallela, associata al commercio di droghe, d’armi, ecc.

La situazione siciliana

Qualcosa di simile alla milizia balcanica degli armatoli, sarebbe avvenuta nella Sicilia del 1812, con lo sconvolgimento della transizione fuori dal feudalesimo e la conseguente mancanza d’un’efficace forza di polizia governativa, per cui il brigantaggio sarebbe divenuto un serio problema nella gran parte rurale dell’isola per tutto il secolo XIX. Molti contadini, disperati per l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, la perdita dei comuni diritti feudali e quella di terre pubbliche ed ecclesiastiche, si sentirono sospinti verso il banditismo.

Una possibile genesi della Mafia

In assenza, allora, d’una polizia locale alla quale rivolgersi, le élites delle cittadine di campagna, cominciarono a reclutare dei baldi giovinastri in “compagnie d’armi”, sia per dare la caccia ai ladri sia, in alternativa, per negoziare la restituzione della  proprietà rubata, magari in cambio della grazia o secondariamente d’un compenso da parte delle vittime; e questa potrebbe essere stata quell’evoluzione iniziale che sarebbe sfociata nella genesi e successivo sviluppo della mafia, visto che queste bande erano spesso composte da altri criminali, anzi, di solito, i più abili e violenti tra loro. Ciò avrebbe risparmiato alle comunità il problema di mantenere dei propri poliziotti professionali, ma contemporaneamente potrebbe aver reso quelle “squadracce” più inclini a colludere con i loro simili piuttosto che a combatterli.

Francesco Paolo Varsallona

È al siciliano Francesco Paolo Varsallona che viene attribuita una specie di “modernizzazione” di questo fenomeno delinquenziale organizzato, poiché, al posto di bande vaganti per le campagne, intente a rapire persone, introdusse pagamenti di tributi in cambio della garanzia di sicurezza per i proprietari, i loro custodi e locatari (gabelotto o ufficiale giudiziario), con la conseguente soppressione di criminali autonomi, indipendenti, irregolari, o come diremmo oggi “freelance”.

Cominciò pure a fornire manodopera a nobili e proprietari terrieri, onde reprimere le rivolte dei contadini. Un’altra innovazione consistette nel fare in modo che, a seconda delle circostanze, i suoi uomini fossero mobilitati o smobilitati; difatti, organizzavano tranquillamente delle operazioni pianificate e poi ritornavano alle loro occupazioni quotidiane come se niente fosse.

Debolezza amministrativa

Le condizioni che favorirono lo sviluppo del brigantaggio, come scriveva David Hannay nel 1911,  possono essere, davvero, così riassunte semplicemente in una cattiva amministrazione?

“[…] Sarebbe esagerato affermare che l’assenza d’una polizia efficiente è l’unica causa di brigantaggio in paesi non soggetti a invasioni straniere, o dove lo stato è poco debole. –- […] Ma ci sono stati momenti e paesi in cui la legge e la sua amministrazione sono state finora considerate come nemiche da persone che non erano esse stesse criminali, al punto che tutti coloro che le hanno sfidate sono state sicure di captare una certa simpatia. In quel momento è fiorito il brigantaggio, difficile da estirpare.”

Monti e foreste

Anche se in misura minore, è forse il “terreno” su cui alligna il brigantaggio che permette una facile fuga dagli incombenti inseguitori?

Un paese di montagne e foreste è favorevole al brigante. Gli altopiani (The highlands) della Scozia hanno fornito un rifugio sicuro ai ‘gentlemen reavers’ (gentiluomini incursori o predoni?), che portavano via il bestiame ai proprietari terrieri del Sassenach”, precisava ancora Hannay.

Masnadieri o incursori?

Il sostantivo che significa “incursione” (reive) deriva dall’inglese (scozzese) medio reifen. Strettamente correlato, provenendo da reven (antico rēafian), il verbo reave, equivalente a “saccheggiare, rubare”. In olandese diventa “(be)roven” e in tedesco “(be)rauben”, come nel titolo del dramma schilleriano “Die Räuber”, nell’opera di Verdi tradotto come “I masnadieri”.

Predoni o banditi?

I grandi covi dei briganti, in Europa, sono stati soprattutto l’Italia centro-meridionale e alcune zone della Spagna; le sierre iberiche, l’Appennino, i monti della Calabria, furono le dimore predilette degli spagnoli salteadores (predoni) e bandoleros (in quanto membri d’una “banda”) e dei briganti italiani.

L’Italia dell’Ottocento

E, poi, fino alla metà dell’Ottocento, l’Italia era divisa in tanti piccoli “staterelli”; e il brigante che si sentisse braccato in uno di essi poteva trovare rifugio in un altro vicino.

Marco Sciarra

Fu così che, per esempio, l’abruzzese Marco Sciarra, messo alle strette dal viceré spagnolo di Napoli, intorno al 1600, poté varcare il confine degli stati pontifici e tornare alla prima occasione favorevole; invece, quando papa e viceré unirono le proprie forze contro di lui, dovette spostarsi a Venezia, da dove comunicava più difficilmente con i suoi sodali, dovendo qualche volta andare a trovarli di persona; e una di queste visite gli fu fatale.

Una questione meridionale?

Nel 1861, dopo l’Unità, a differenza del meridione, il brigantaggio era praticamente inesistente negli altri stati annessi al Piemonte, sia dell’Italia settentrionale che centrale (come: Regno Lombardo-Veneto, Ducato di Parma, Ducato di Modena, Granducato di Toscana, Stato Pontificio), e questo perché la situazione meridionale era molto diversa, a causa dei precedenti secoli di storia politica.

“Eroi e briganti”

Nel libro “Eroi e briganti” (1899), Francesco Saverio Nitti, meridionalista ed economista lucano, più volte ministro, e Presidente del Consiglio nel 1919/20, descrisse, come il brigantaggio fosse endemico nell’Italia del sud già prima del 1860: «… Ogni parte d’Europa ha avuto briganti e criminali, che in tempo di guerra e di sventura hanno dominato le campagne, e si sono messi fuori legge […] ma c’è stato un solo paese in Europa dove è esistito il brigantaggio possiamo dire sempre [… ] un paese dove il brigantaggio per molti secoli può sembrare un immenso fiume di sangue e di odio […] un paese dove per secoli la monarchia si è basata sul brigantaggio, che è diventato come un agente storico: questo è il paese di Mezzogiorno».

Movimento separatista?

Ma, in relazione alla tesi che vede il brigantaggio meridionale quale rivolta popolare contro l’Unità d’Italia, o contro Casa Savoia, va osservato che, dopo il 1865-1870, tale fenomeno, in quanto movimento politico, non fu mai seguito, se non flebilmente, da alcuna particolare espressione antisabauda o dichiaratamente separatista. Molti meridionali hanno ricoperto posizioni di rilievo nei nuovi governi nazionali, a cominciare dall’undicesimo Primo Ministro, il siciliano Francesco Crispi,  e avrebbero continuato a svolgere un ruolo chiave pure nel momento più ultranazionalista, come il primo segretario del Partito unico Michele Bianchi (nato a (Belmonte Calabro), e lo stesso “filosofo del fascismo” Giovanni Gentile (originario di Castelvetrano).

Movimento antisabaudo?

Inoltre, la tesi che considera il Sud ostile ai Savoia, dopo l’unificazione, non spiega perché, alla nascita della Repubblica, in occasione del referendum del 2 giugno 1946, abbia votato a stragrande maggioranza a favore della monarchia, in totale disaccordo con il nord che si espresse prevalentemente a favore della repubblica; e poi, dal ‘46 al ’72, sostenne i monarchici che confluirono nel P. D. I. U. M., che, a Napoli, ottenne consensi plebiscitari di quasi l’80%.

Rivolta di fuorilegge

Di certo, allora, le eventuali origini d’una sorta di “rivoltosi” fuorilegge, che prendono di mira casuali viaggiatori, si sarebbero andate notevolmente evolvendo sotto forma di movimento di resistenza politica solo in seguito alla conquista napoleonica del Regno di Napoli, e questi primi segnali vennero alla luce perché i lealisti rifiutarono di accettare i nuovi governanti bonapartisti, combattendoli attivamente, e fino a quando non venisse reintegrata la monarchia borbonica. Pertanto, il termine brigantaggio sarebbe potuto essere anche un banale eufemismo per quella che in realtà non era che una vera e propria “guerra civile” per respingere lo straniero invasore.

L’Unità d’Italia: nascita di una colonia

Fu, comunque, dopo la conquista del Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoiardi di Piemonte e Sardegna che avrebbe preso piede, nei territori annessi, una (“seconda”?) forma di brigantaggio ben più tristemente famosa, e conosciuta oggi come tale, quasi per antonomasia (nel senso di “banditismo sociale” alla Hobsbawn).

Secondo Nicola Zitara (“L’Unità d’Italia: nascita di una colonia”, 1971), i disordini sociali si verificarono soprattutto tra i ceti inferiori, a causa delle condizioni precarie e del fatto che il Risorgimento avrebbe beneficiato solo le classi borghesi dei latifondisti; sicché, in molti, si rivolsero alla soluzione del brigantaggio nelle campagne e montagne d’Abruzzo, Molise, Lazio, Campania, Basilicata, Puglia e Calabria, senza mai costituire, però, un gruppo omogeneo, né operativo ai fini d’una causa comune.

Si trattava, per lo più, d’un’accozzaglia di personaggi con differenti background lavorativi e motivazioni disparate, ex prigionieri, o gente che il governo italiano considerava criminali comuni, magari solo perché ex soldati dell’esercito borbonico, ovvero mercenari al soldo del re in esilio, nobili lealisti, contadini colpiti dalla miseria o aspiranti a una riforma agraria. Orbene, sia uomini che donne, decisero di ricorrere alle armi, lanciando attacchi non soltanto contro le autorità, da poco, italiane e i proprietari terrieri delle classi superiori, ma spesso contro gente comune, saccheggiando villaggi e fattorie e commettendo rapine a mano armata contro individui e gruppi, inclusi agricoltori, semplici cittadini e persino bande rivali. Tali episodi non di rado erano accompagnati da altri atti di efferata violenza, omicidi, stupri, rapimenti ed estorsioni, o di gratuito vandalismo, come incendi dolosi, o distruzione dei raccolti.

Legge Pica

Con l’approvazione della Legge promossa dal deputato abruzzese Giuseppe Pica, che consentiva l’arresto dei parenti e di quanti sospettati di collaborare, aiutare o favorire il brigantaggio, nel 1863, le autorità italiane reagirono con fermezza, operando una fortissima repressione del fenomeno.

Pontelandolfo e Casalduni

In provincia di Benevento, molti di più che a Montefalcione, San Marco e Rignano, pure incendiate, i morti furono tantissimi a Pontelandolfo e Casalduni, divenuti  teatro, quale rappresaglia in seguito al precedente eccidio di quarantacinque soldati dell’esercito regolare, d’un vero massacro, operato dai bersaglieri sabaudi, su esplicito ordine del gen. Enrico Cialdini. Se, a Custoza, questi aveva voltato la schiena a un nemico inferiore di numero, allo scopo di sopprimere il brigantaggio, diede disposizione di spargere in quelle contrade solo terrore e desolazione, fucilare i semplici sospettati, bruciare le catapecchie più povere, arrestare intere famiglie.

La responsabilità dei prelati

Il colonnello milanese Gaetano Negri, distintosi in particolare contro due bande di briganti nei territori di Montesarchio e Calitri, nell’ammettere l’eccesso di rigore nei confronti della popolazione, azzardava di aggiustare la mira maggiormente sulla classe sacerdotale, ancora troppo legata al potere temporale del Papa.

Gli abitanti di questo villaggio commisero il più nero tradimento e degli atti di mostruosa barbarie; ma la punizione che gli venne inflitta, quantunque meritata, non fu per questo meno barbara. Un battaglione di bersaglieri entrò nel paese, uccise quanti vi erano rimasti, saccheggiò tutte le case, e poi mise il fuoco al villaggio intero, che venne completamente distrutto. La stessa sorte toccò a Casalduni, i cui abitanti si erano uniti a quelli di Pontelandolfo. Sembra che gli aizzatori della insurrezione di questi due paesi fossero i preti; in tutte le province, e specialmente nei villaggi della montagna, i preti ci odiano a morte, e, abusando infamemente della loro posizione, spingono gli abitanti al brigantaggio e alla rivolta. Se invece dei briganti che, per la massima parte, son mossi dalla miseria e dalla superstizione, si fucilassero tutti i curati (del Napoletano, ben inteso!), il castigo sarebbe più giustamente inflitto, e i risultati più sicuri e più pronti…”.

Sette e mezzo

Per reprimere la cosiddetta “Rivolta del sette e mezzo” (Rivorta dû 7 e menzu), dal 16 al 22 settembre 1866 (durata appunto poco più d’una settimana), a Palermo, furono impiegati migliaia di soldati. Al termine della Terza Guerra d’Indipendenza, che fece guadagnare all’Italia Mantova, il Veneto e parte del Friuli, scoppiò una violenta manifestazione antigovernativa, organizzata da ex partigiani delusi (che si erano uniti ai Mille dopo lo sbarco o che avevano seguito Garibaldi in Aspromonte quattro anni prima), per lamentare le pesanti misure di polizia e le costrizioni vessatorie imposte, come pure lo sciovinismo dei funzionari statali piemontesi, che consideravano “quasi barbaro il popolo palermitano”, nonché la crescente miseria, e la diffusione del colera con le numerosissime vittime in città e nel distretto (3.977). Dai villaggi vicini si sollevarono in migliaia, e molti armati. Attaccate prefettura e questura, venne assassinato l’ispettore generale del Corpo delle guardie di pubblica sicurezza. L’intera città rimase in mano agli insorti e, nei giorni successivi, la rivolta si estese anche ai comuni limitrofi, tra cui Monreale e Misilmeri; durante gli scontri perirono  ventuno poliziotti e dieci agenti.

Stato d’assedio!

Proclamato lo stato d’assedio, il governo centrale decise d’operare una dura repressione, ridistribuendo l’esercito comandato da Raffaele Cadorna, mentre navi della flotta regia, con l’ammiraglia, bombardavano la città. Dopo lo sbarco dei fanti della Marina, nel corso dei combattimenti ​​casa per casa, molti rivoltosi finirono bruciati vivi, e 2.427 civili furono arrestati.

A questa precipua vicenda palermitana Giuseppe Maggiore ha dedicato, nel 1952, il romanzo storico “Sette e mezzo”. Mentre, più recentemente, Paolo Pintacuda ha ambientato durante gli ultimi due giorni della rivolta il suo “L’eroe di Paternò”(2015).

Emigrazione

In ogni caso, in tutto il meridione, furono diverse migliaia i briganti arrestati e giustiziati, mentre molti altri furono deportati o si videro costretti a fuggire ed emigrare. 

È difficile, tuttavia, poter attribuire a questo particolare movimento di esiliati una delle concause di quella che venne definita come “prima diaspora”, iniziata due decenni dopo l’Unità d’Italia, in quanto, in realtà, la ragione principale dell’emigrazione, intorno al 1880, doveva maggiormente riconoscersi nella povertà determinata dalla mancanza di terreni coltivabili, a causa del sistema della mezzadria e soprattutto per via della consuetudine di suddividere le proprietà rendendole, di generazione in generazione, sempre più piccole. L’altro fattore resta legato alla sovrappopolazione del meridione, paradossalmente a seguito del  miglioramento delle condizioni socioeconomiche intervenuto proprio dopo l’Unificazione.

Carmine Crocco

Fin oltre questa unificazione del Regno di Napoli con il resto d’Italia, nel 1860-1861, ogni rivolta rivoluzionaria aveva visto una recrudescenza del brigantaggio. Durante e dopo l’Unità, il più famoso tra questi fuorilegge fu il lucano Carmine Crocco; dapprima militare borbonico, disertore datosi alla macchia, poi garibaldino, in seguito partigiano della reazione legittimista borbonica, si distinse da altri briganti del periodo per le imprevedibili azioni di guerriglia e una chiara e ordinata tattica bellica riconosciutagli pure dagli avversari.

Cangaçeiros e betyárok

Hobsbawm si riferì a lui, – accostandolo al bracconiere inglese Dick Turpin (reso famoso dal romanzo di William Harrison Ainsworth, “Rookwood” del 1834), al Betyár ungherese Sándor Rózsa, al discusso “ladro di cavalli” australiano Edward “Ned” Kelly, al Cangaçeiro Lampião (Virgulino Ferreira da Silva), al pistolero statunitense Billy the Kid, o ai vari Pancho Villa del mondo,- come a un rappresentante simbolo, e “idea mediata”, di quella forma di “movimento sociale preistorico”, in contrasto con il movimento operaio organizzato.

I manuténgoli

Spesso, però, la maggior fonte di guai erano i sostenitori dei briganti e i loro vari manutentori (manuténgoli) tra funzionari corrotti, partiti politici e pure contadini più o meno terrorizzati.

Durante la loro vacanza in Sicilia e Campania, di ritorno da Paestum, dove William John Charles Möens aveva fotografato i templi, il 15 maggio1865, la comitiva che comprendeva anche sua moglie, il reverendo John Cruger Murray Aynsley e la di lui signora, s’imbatté, nei pressi di Battipaglia, in una banda composta da una trentina di briganti, che sequestrarono i due uomini. Aynsley fu rilasciato la mattina successiva, negoziando un riscatto di £ 8000, mentre Möens rimase prigioniero in montagna per quattro mesi, scoprendo che, tra i contadini, i manuténgoli dei briganti praticavano prezzi esorbitanti per vestiti e cartucce e più a buon mercato per le vettovaglie.

Marco Sciarra

Non mancarono, tra i briganti, figure singolari di personaggi eccentrici dotati di carisma naturale. Per esempio, l’abruzzese Marco Sciarra, che si definiva «flagellum Dei, et commissarius missus a Deo contra usurarios et detinentes pecunias otiosas» (flagello di Dio, e inviato da Dio contro gli usurai e quelli che posseggono denaro improduttivo), da uno storico erudito napoletano del tempo, Tommaso Costo, venne descritto «homo, benché di vil condizione, d’animo e di spirito elevato». È documentato come, nel 1592, avendo  stabilito il suo quartier generale nel castello di Itri per taglieggiare meglio i viaggiatori che percorrevano la Via Appia, abbia fermato una comitiva di viandanti, tra i quali, riconosciuto Torquato Tasso, della cui poesia era un ammiratore, lo fece proseguire senza recargli danno. L’anno dopo venne ucciso nei pressi di Ascoli Piceno da un suo compagno, che in questo modo si guadagnò il perdono e la grazia del papa.

Benedetto Mangone

Il feroce Benedetto Mangone, che terrorizzava le campagne di Eboli, una volta catturato, venne condotto a Napoli, e, messo in catene su un carro, esposto per strada al supplizio del boia che ne strappava le carni con le tenaglie; poi, legato alla ruota, fu finito a martellate e bruciato, il 17 aprile 1587, nella piazza del Mercato.

O Fier destino, ingrata, e crudel sorte,/ Che di cotanto mal fosti cagione;/ Chi fece al mondo mai si horribil morte,/ Come fatt’höæ il sventurato Mangone…”.   

Come lui, tanti suoi simili divennero gli eroi di molti versi popolari, scritti in bella rima, a cominciare dalla tradizionale invocazione epica alla musa.

Pietro Mancino

Un altro bell’esempio è tratto da “L’istoria della vita e della morte di Pietro Mancino capo di banditi”, che inizia: “Io canto li ricatti, e il fiero ardire/ Del gran Pietro Mancino fuoruscito,/ quanti nemici lui fece morire,/ in questo tempo, ch’egli fu bandito./ Perdonatemi Muse in questo dire,/ se non vi chiamo dall’Elicona sito,/ che parlando di quel nelle mie carte/ è Bellona la Musa, Apollo e Marte…”.

Nino Martino

Dopo il 1870, nell’Italia meridionale il brigantaggio sarebbe continuato piuttosto sporadicamente. Tanto che risulta arduo definire “briganti” i vari Salvatore Giuliano e Gaspare Pisciotta, – che negli anni ’40 e ’50 formarono più precisamente delle vere e proprie bande criminali, anche se per alcuni mesi sfruttarono la copertura politica di braccio armato del Movimento Indipendentista Siciliano,- o come, per altri versi, un Giuseppe Musolino, che, a livello locale, semmai acquisì un significativo status di eroe popolare. A cominciare dal momento in cui, proclamatosi innocente, giurò vendetta cantando il motivo della canzone di Nino Martino: «Nd’ebbiru alligrizza chiddu jornu/ quandu i giurati cundannatu m’hannu…/ ma si per casu a lu paisi tornu/ chidd’occhi chi arridiru ciangirannu».

Nel cinquecento, il pecoraro calabrese che restò vittima dei suoi stessi compagni, una volta sepolto nella cantina materna, sotto una botte di vino che si manteneva costantemente piena, venne addirittura associato al protettore dell’abbondanza dallo stesso nome.

Una visione “salvifica”

Pure di Musolino si racconta che avesse sognato il proprio santo onomastico che gli avrebbe indicato il punto della cella in cui poter scavare con facilità per evadere. E, nel mettere in pratica la sua vendetta, si fece simbolo dell’ingiustizia in cui la Calabria allora versava, potendo così usufruire dell’appoggio della gente del posto in cui si nascondeva, fossero essi contadini, pastori (caprari), o gente benestante. Grazie alla stampa nazionale ed estera che si occupò delle sue vicende, in poco tempo la sua notorietà si espanse ovunque, e non solo in tutta Italia, arrivando ad assumere i toni d’un’epopea (Musolineide).

L’Ode incompiuta

Una volta catturato per essere inciampato in un filo spinato, Pascoli gli dedica dei versi: “… Intorno ai lombi le catene avvolte,/ come serpi di ferro: era per quelle/ tratto a mano: le mani erano molte…”. Mentre lui stesso descrive più prosaicamente, con stile “ruspante” e sgrammaticato, l’imprevisto imbattersi in una pattuglia: “Vado a finire in un vigneto ove in mezzo le vite passavano dei fili di ferro che disgraziatamente uni di questi, nel sartarlo, si attaccò alla scarpa e cadde a terra facendomi del male nel petto. Ed ecco che per questo i carabinieri mi giunsero e si buttarono a dosso, però io insistevo a non farmi arrestare mentre uno di questi dice aglialtri metteteci le catene al collo e mi strinsero infortamente fino a quando mi fecero perdere il respiro. Ed ecco che li ho dovuto cedere – mi condussero in caserma, li mi anno interrogato come mi chiamavo. Io diede il nome falso Calafiore Giuseppe”.

Una consapevolezza delirante?

Caparbiamente, si rifiuta di dar di sé un’immagine spiacevole all’opinione pubblica che ne segue le disavventure, e quindi snobba l’uniforme da carcerato: «Sono un uomo storico e non un delinquente qualunque: bisogna perciò usarmi riguardo» (Dario Altobelli, in “Indagini su un bandito. Il caso Musolino”, 2006).

La sua autodifesa faceva riferimento a una pretesa origine altolocata della madre Mariangela Filastò, che si diceva nipote d’un aristocratico riparato nel meridione per sfuggire ai rischi della rivoluzione francese: «Se mi assolveste, il popolo sarà contento della mia libertà. Se mi condannaste, fareste una seconda ingiustizia come pigliare un altro Cristo e metterlo nel tempio. E poi, vedete, io non sono calabrese, ma di sangue nobile di un principe di Francia. Chi condannate? Un cadavere, perché io posso avere cinque o sei mesi di vita al più».

Invece, sopravvive, per ben quarantaquattro anni, in carcere e subito dopo in manicomio criminale, perché riconosciuto “infermo di mente”, con una diagnosi di Cesare Lombroso da “delinquente nato e folle di eccezionale intelligenza”; altri due lustri li trascorre a Reggio Calabria.

In fondo, s’è opposto allo Stato e, non credendo più nella giustizia degli uomini, essendone divenuto vittima, commise omicidi e ferimenti unicamente per desiderio di vendetta nei confronti di coloro che lo accusarono, e non per un “ideale rivoluzionario”.

A seconda delle circostanze, venne però  inquadrato, quando quale caso clinico di paranoia visionaria e irresponsabile, quando come vittima del disadattamento sociale, oppure paladino degli emarginati, o ancora rivoluzionario anarchico pre-socialista…

L’Errol Flynn italiano

L’Errol Flynn italiano aveva avuto il suo maggior momento di popolarità “nazionale” come protagonista di “Luciano Serra, Pilota” (1938) di Goffredo Alessandrini; anche in questa pellicola impersonava il ruolo d’un veterano della prima guerra mondiale che riprende le armi per combattere in Abissinia; un ruolo decisivo per la carriera di Nazzari, che lo affermò come la principale star maschile italiana del suo tempo. Il suo riconoscimento coincise con quell’importantissima spinta data dal governo d’allora alla ricomposizione dell’l’industria cinematografica del paese, in declino dopo quel suo periodo di massimo splendore nell’era del muto. Questa politica prevedeva finanziamenti su larga scala di film e la costruzione dell’imponente complesso degli studi di Cinecittà. Il numero dei film prodotti ogni anno aumentò rapidamente, tanto che un attore particolarmente prolifico, come Nazzari, poté girare in tre anni (dal 1939 al ‘41) una quindicina di pellicole.  

Da Neri Chiaramantesi a Giuseppe Musolino

Scelto quasi sempre come un puro eroe schietto, tranne che ne “La  Cena delle beffe” (1942) di Blasetti, – dove nei panni dell’arrogante Neri Chiaramantesi pronuncia la battuta divenuta icastica: «…e chi non beve con me, peste lo colga!»-, è stato molto attento a proteggere strettamente da vicino il suo personale ruolo di personaggio pubblico, proprio per evitare contaminazioni negative che ne macchiassero reputazione e fama.

Da “Luciano Serra, Pilota” a “Bengasi”

Nello stesso anno della trasposizione cinematografica del dramma di Sem Benelli del 1909, – ispirato a una novella cinquecentesca di Anton Francesco Grazzini, dello il Lasca, – Amedeo Nazzari indossava, in “Bengasi” di Augusto Genina, – un film politico sulla guerra anti-britannica ambientato in Libia, – i panni d’un patriota travestito da collaboratore degli occupanti per spiare i loro piani di battaglia.

Un eroe romantico

Otto anni dopo, in Calabria, non poteva se non accettare d’impersonare un eroe popolare, in conflitto con la mafia rurale che, all’occasione, cerca d’incastrarlo. La storia romanzata di Musolino forniva abbastanza materiale per un soggetto che ben si prestava all’espressione cinematografica d’un non esasperato verismo, accontentando, con moderazione, i gusti prevalenti del grande pubblico e soddisfacendo pure, senza frenare l’azione filmica con troppo sentimentalismo, le esigenze divistiche dei protagonisti (entrambi reduci da “Il lupo della Sila”, diretto da Duilio Coletti, – un dramma rusticano di passioni che non trasbordano lo schema prevedibile d’un odio che muta di segno per interposta persona).

Si Musolino sopra la montagna/ pi sorta qualche volta ‘ncuntraria/ sento sarria più bella la campagna/ e ci vurria donà l’anima mia…”, cantavano le calabreselle dell’epoca.

Perpetrata la sua vendetta, nella sceneggiatura del film di Camerini, Nazzari si nasconde tra i monti grazie all’aiuto della ragazza che ama, la Mangano. Quando, davanti alla chiesa d’un santuario, quest’ultima viene uccisa, lui riesce a completare, con l’ultimo regolamento dei conti, la missione che s’era proposta, ma, ormai distrutto dal dolore, s’arrende alle forze dell’ordine. Un feuilleton bell’e buono!

Un barone “rosso”

Cinquant’anni prima, con Musolino, il Corriere di Napoli fu perentorio sin da subito (1901), contrapponendolo nettamente al barone, detto “il Rosso”, per via del colore della cintura indossata, a “Die Räuber” di Friedrich Schiller, o all’Hernani di Victor Hugo, divenuti entrambi soggetti di opere liriche verdiane (l’omonima Ernani e I masnadieri).

«Musolino non è un brigante come Carlo Moor, come Ernani, come il mio Ettore di Serralta, ribelli alla legge, ai pregiudizi, alle prepotenze; anime assetate di libertà e di giustizia che sorgevano per difendere i deboli contro i forti, gli oppressi contro gli oppressori … Musolino è un volgare omicida, assetato di sangue quanto volete, ma che trova la sua ragione di essere nel terrore dei suoi compaesani, nella inettitudine della Pubblica Sicurezza, nella pigrizia della Benemerita, e nell’insipienza del prefetto di Reggio».

Ma se non proprio brigante, picciotto affiliato all’onorata società forse Musolino lo fu. Infatti, probabilmente, il primo delitto, il tentato omicidio di cui venne accusato, non sappiamo poi quanto “ingiustamente”, sarebbe stato deciso dall’anonima ‘ndrangheta locale, e Musolino, in quell’agguato, si sarebbe limitato ad accompagnare l’esecutore materiale designato e maldestro (questo almeno in base alle informazioni raccolte da Mario Casaburi in “Borghesia mafiosa”, 2010).

A farlo poi evadere dal carcere furono allora membri di alcune cosche del reggino, e non l’istruzione onirica durante la visione mistica di San Giuseppe (secondo le asserzioni di John Dickie in “Mafia brotherhoods”, 2012); inoltre, durante la latitanza, avrebbe ereditato il ruolo prestigioso di capobastone dell’intera picciotteria di Santo Stefano d’Aspromonte, in quanto  fondata da suo padre e suo zio, e quindi considerata affare di casa (loro), o meglio, anzi, di “cosa nostra”. 

 

 

Bibliografia essenziale:

Altobelli D. Indagini su un bandito. Il caso Musolino, Squi-libri, Roma 2006

Casaburi M. Borghesia mafiosa. La ‘ndrangheta dalle origini ai giorni nostri, Dedalo, Bari 2010

Cingari G. Brigantaggio – Proprietari e contadini nel sud (1799/1900), Editori Meridionali Riuniti, Reggio Calabria 1976

Cassia P. S. Banditry, Myth, and Terror in Cyprus and Other Mediterranean Societies, in Comparative Studies in Society and History, 35, no. 4, October 2012

Dickie J. Mafia brotherhoods: Camorra, mafia, ‘ndrangheta: the rise of the honoured societies, Sceptre, London 2012

Douglas N. Old Calabria, Secker, London 1915

Hannay D. “Brigandage“, in Chisholm, Hugh (ed.) Encyclopædia Britannica, (11th ed.) Vol. 4, pp. 563–566, Cambridge University Press, Cambridge 1911

Hobsbawm E. J. E. Primitive Rebels: Studies in Archaic Forms of Social Movement in the 19th and 20th Centuries, Free Press, New York 1959

Hobsbawm E. J. E. Bandits, Weidenfeld & Nicolson, London 1969

Ierace G. M. S. Roberto il Guiscardo, il primo brigante?, https://calabriapost.net/libri/terror-mundi-roberto-il-guiscardo-un-eroe-dimenticato-di-saverio-bianco

Koliopoulos G. &  Koliopoulos J. S. Brigands with a Cause: Brigandage and Irredentism in Modern Greece, 1821-1912, Clarendon Press, Wotton-Under-Edge 1987

Lombroso C. L’ultimo brigante, in “Nuova antologia di lettere, scienze ed arti”, 4, vol. 97, pp. 508-516, Roma 1902

Moens, W. J. C. English travellers and Italian brigands: a narrative of capture and captivity, Hurst and Blackett, London 1866

Morselli E. e De Sanctis S. Biografia di un bandito. Giuseppe Musolino di fronte alla psichiatria ed alla Sociologia, studio medico-legale e considerazioni, Fratelli Treves Editori, Milano 1903

Nitti F. S. Eroi e briganti, Osanna ed., Venosa 2015

Profazio O. Il brigante Musolino (concept-album), Elca Sound, Reggio C. 1973

Zitara N. L’Unità d’Italia: nascita di una colonia, Jaca Book, Milano 1971

Zurzolo R. Lu Briganti Musulinu– poema, Laruffa, Reggio C. 2006

Ricerca Avanzata

Cerca negli archivi per data, categoria e testo.

Torna in alto