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La rabbia e l'orgoglio tredici anni dopo

Pubblicato in CULTURA Giovedì, 11 Settembre 2014 13:19

REGGIO CALABRIA, 11 settembre 2014

Tredici lunghi anni sono già trascorsi dall’11 settembre, una data che da sola, senza l’aggiunta di ulteriori informazioni, ci riporta alla memoria uno degli episodi più tragici della nostra storia contemporanea. Era il 2001 quando due aerei di linea con a bordo un gruppo di terroristi di Al Qaeda sono stati dirottati sulle due torri del World Trade Center, il cuore nevralgico di New York. La vulnerabile ed invincibile America è duramente colpita, gravemente danneggiata. Proprio a New York, nel suo appartamento al centro di Manhattan, si trovava Oriana Fallaci quando alle 9 del mattino il primo aereo si scaglia contro le Twin Towers. In quindici minuti si scatena l’inferno, i grattaceli quasi magicamente si sbriciolano riducendosi ad un cumulo di macerie; in pochi minuti centinaia di corpi umani si polverizzano e delle torri e di tutti gli sfortunati martiri non rimane che una voragine di cenere. Di tutto questo Oriana decide di dare la propria testimonianza scrivendo “La rabbia e l’orgoglio”, pubblicato sul Corriere della Sera il 29 settembre dello stesso anno. Con questo articolo, al quale fa seguito l’omonimo libro, Oriana rompe il decennale silenzio da lei scelto volontariamente per “non mischiarsi alle cicale”, alla massa di politici e di intellettuali italiani che non condividevano le sue idee. Con impeto e concitazione la scrittrice fiorentina fotografa istante per istante, dall’arrivo del primo aereo sino al lungo silenzio che seguì il crollo della seconda torre. La rabbia predomina sulla ragione, lo sdegno prevale sulla cronaca.

Ricordiamo l’11 settembre non per mitizzare la guerra al terrorismo, Osama bin Laden o l’eroismo degli americani, piuttosto per scuotere le coscienze di chi crede ancora nella violenza come sinonimo di potere. Rivalutare Oriana Fallaci significa uscire dallo stato attuale di passività e di tacita rassegnazione in cui viviamo; Oriana dovrebbe servirci da esempio e da monito a non tacere ma a parlare, “un dovere civile, un obbligo morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre”. Non solo la rabbia ordina a parlare, ancor di più l’orgoglio, per il quale la scrittrice aveva deciso di lasciare la sua amata Italia per “autoesiliarsi” in America, di cui loda il patriottismo, la solidarietà, l’idea di libertà sposata all’uguaglianza; ideali che non ritrova in un’Italia che definisce squallida, imbelle e senz’anima. Sull’esempio di Oriana Fallaci ridiamo un’anima alla nostra cara Italia, patria di molti giovani di oggi e di domani. 

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