Giovedì, 29 Ottobre 2020

C Cultura e Società

MONS. GianCarlo Maria Bregantini

MONS. BREGANTINI: VIVIAMO UN MOMENTO DI GRANDE SMARRIMENTO

Il filo con cui l’amicizia è intessuta è tenace, a dispetto di qualsiasi tempo, anche questo che mai avremmo voluto vivere. Trovare padre GianCarlo Maria Bregantini al telefono è insieme una gioia rinnovata e un treno preso al volo. Attorno è ancora silenzio e l’alba da poco ha lasciato posto al mattino.  Ascoltare la voce che si fa vicinissima per la gioia del sentirsi, è come assaporare un gusto dimenticato. Forse quello della speranza. È un contagio di gioia, contaminarsi con chi vive una vita piena, trasmettendo energia necessaria, positiva e buona.

Monsignor Bregantini, come sta, come definisce questo tempo? 

Io sto bene. Ma questo è un momento di grande smarrimento sotto ogni profilo. Anche di smarrimento spirituale. Il dolore pone mille domande.  Riguardano sia il tempo appena vissuto del lockdown, ma anche il presente, che esplode con la movida, quella voglia matta di divertimento.

Padre GianCarlo, perché si rimuove il vissuto, con il rischio di tornare a quello che mai avremmo immaginato di vivere?

Dopo tanti giorni, prevale il senso di liberazione sulla custodia della normativa. Alcuni giovani non hanno consapevolezza, come se la pandemia li avesse sfiorati, per loro è una malattia dei vecchi. Non tutti, ci sono giovani molto sensibili e responsabili. Per alcune persone è stata una parentesi, che si è chiusa. Si fatica a cogliere la dimensione del limite. Dovremmo vedere la pandemia, come una potatura: quali rami ci ha tagliato, quali ci chiede di tagliare ancora?

La scienza vaga nella nebbia, alla ricerca della pietra filosofale di un vaccino che può salvarci. Ma la salvezza può venire solo da un vaccino, ora che ci siamo scoperti fragili ed esposti?

Stiamo cercando in maniera ansiosa questo vaccino. Credo che dovremmo trovarlo altrove il bandolo della matassa. Resistere nella prova, guardare oltre, lontano, al limite in maniera seria e oggettiva. Perché ci sarà sempre un’altra “pandemia”.

Tutto cambierà, o sarà un tempo drammaticamente sprecato?

Il rischio è proprio questo. Ho levato la voce subito quando la sera ho visto che non c’era più la movida, ho detto: Deo gratias! Ora che è tornata sono come il predicatore stolto che ha sperato invano. La pandemia non è finita, ci sono tanti limiti, quali valori diamo, cerchiamo? Affrontiamo questo momento come qualcosa che apre altre domande.

Nel profondo si fa fatica a vivere una vita piena e fiduciosa. Siamo convalescenti di una malattia dell’anima che chiede cura, sostegno, risposte, una fiducia immensa, di cui ci sentiamo sprovvisti.

Per tutti è bene riflettere su ciò che ci sta accadendo, è un cammino coraggioso che va intrapreso, per il credente pone un salto ulteriore, in questa situazione di stallo, verso una fede più matura, adulta. È un dono, ma va preparato. Tu sali sulle scale, le domande che ti poni sono scalini, vai in alto. Poi avviene il lancio. Ma si ha dietro una ricerca consolidata, diventa un affidarsi fiducioso, non nel vuoto, ma nelle braccia di Qualcuno che ti aspetta. Questa riflessione è il frutto di un racconto, Storia di una gabbianella, scritto da Sepùlveda, morto di Covid19, che adesso ha ancora più valore. Un’altra pagina importate che mi ha aiutato, è Mt.13, la seminagione. Rappresenta i diversi modi di affrontare questo tempo, c’è chi è superficiale e vive come la semente sulla strada, dice: ma sì, non è successo nulla. Chi si entusiasma, poi vede che la pandemia non è più violenta e dimentica, pur avendo sogni nel cuore, non ha radici e si secca. Poi c’è il terreno con le spine, chi dice: che bello, se potessimo…, ma dopo le spine, i vincoli prevalgono, soffocando. Infine, c’è il buon terreno che produce 30, 60 e 100. C’è la buona volontà, con un inizio, una maturazione e una pienezza.

Durante la pandemia, si sono stratificate paure, ferite, incertezze che imbrigliano quel salto cui parla, verso un’umanità risolta.

Quando il cuore è pronto, se si è colta l’occasione, e percorsa la strada, non bisogna chiudere le ferite. Ma trasformarle in feritoie, per consentire alla luce di passare.  

Ida Nucera
Author: Ida Nucera

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