Lunedì, 22 Luglio 2024

                                                                                                                                                                             

 

                                                                                                                                                                                                          

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PER UNA INTERPRETAZIONE ANASSAGOREA DI ASPETTANDO GODOT DI SAMUEL BECKETT

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Coi capolavori, in genere, c’è poco da fare e da dire. Pochissimo da aggiungere; e ancora meno da interpetrare. Aspettando Godot (A cura di Carlo Fruttero, Einaudi, Torino, 1964) di Samuel Beckett, appartenendo ovviamente alla categoria in questione, è stato sviscerato, consumato, messo in scena, citato, frantumato, chiosato infinite volte (in tutto il mondo) ma sempre con lo stesso risultato: il «simbolo» può essere «visto» come qualsiasi cosa, se alla ricerca del «simbolo» si pone l’ermeneutica o la semiotica. Ma, evidentemente, un’opera d’arte non va capita; va contemplata, vissuta (sulla propria pelle), va «attesa» nella sua «assenza» e «decostruita» nella sua «presenza» … Ovviamente, con Aspettando Godot siamo (l’ho già detto) dalle parti del «capolavoro»! E’ infatti perfetta l’intuizione iniziale da parte di Samuel Beckett; difetta (ma solo un po’) l’esecuzione formale (specie nell’«ATTO PRIMO») mostrando qualche piccolo segno di pesantezza, ma tant’è: che gli vuoi dire? Si tratta di uno dei capolavori del teatro che, esattamente come il teorema di Pitagora, resteranno tali anche se l’umanità non ci fosse mai stata o se non ci sarà da domani in poi. Insomma… Al massimo, ci si può abbandonare al libero gioco delle interpretazioni ma non per aggiungerne un’altra (e successiva) alle innumerevoli già in corso intorno alla questione dell’«identità» del «misterioso» Godot. No! Godot è un «pezzente»! Al pari di Vladimiro e di Estragone, Godot è uno di quelli che possono dire «Troviamo sempre qualcosa, vero Didi, per darci l’impressione di esistere?». Ovvero: Vladimiro, Estragone e Godot (nel testo della «commedia», il «ragazzo» reca un «messaggio» da parte del «signor Godot» il quale, dunque, esiste!), in quanto alla ricerca di un’«impressione» e non della «realtà»: esistono come «mancanti» di sola esistenza reale: sono («di contro») solo «enti metafisici». Allo stesso modo dell’«assenza» - l’«assenza» di Godot, che, pure, viene «aspettato» -; tale «assenza» non è un pieno e non è un vuoto (nulla di «reale», insomma, alla pari del «concetto di assenza» il quale «conduce» sempre a «qualcosa di reale» - che «manca»); tale «assenza» è, appunto: un altro «ente metafisico». E sono quattro! «RAGAZZO (d’un fiato) Il signor Godot mi ha detto di dirvi che non verrà questa sera ma di sicuro domani». Ora, se l’«ATTO PRIMO» immobilizza lo «spazio» e lo rende «piatto» come una scena nella quale vi è «solo» una «strada di campagna, con albero», l’«ATTO SECONDO» compatta il tempo e lo rende una polpetta. Ci sono due personaggi (Estragone e Pozzo) che, evidentemente, hanno un cattivo rapporto col tempo (che passa) e con la memoria (che non riesce (più) a trattenerlo). «ESTRAGONE Sono fatto così. O dimentico subito, o non dimentico mai»; «POZZO Non ricordo di aver incontrato nessuno, ieri. Ma domani non ricorderò di aver incontrato nessuno oggi». Questo tempo-polpetta simile alla «sfera» parmenidea (nella quale sotto metafora era racchiuso l’«essere») a parte rendere (di concerto al concetto di uno «spazio» veramente «ridotto all’osso») il tutto abbastanza claustrofobico produce anche un'altra conseguenza. Esiste, infatti, qualcosa come un rullo, un rullo che macina la vita. Samuel Beckett fa dire a Pozzo: «Le lacrime del mondo sono immutabili. Non appena qualcuno si mette a piangere, un altro, chi sa dove, smette. E così per il riso». In poche parole, questo «rullo metafisico» macina stati d’animo, emozioni, tempo, spazio, uomini, cose e animali lasciando inalterata (dal punto di vista della «Seconda Legge della Termodinamica») la stessa quantità di sofferenza ma anche di gioia. Ecco, plasticamente, descritto un mondo nel quale, alla fine, il singolo essere umano rimane - dopo l’azione del rullo - un sé stesso «solamente» esistente; qualcuno direbbe: la «nuda vita» … Dunque? Riannodando le fila: ci sono quattro enti metafisici (Vladimiro, Estragone, l’assenza e Godot) e poi c’è una concezione stessa della «realtà» come qualcosa di claustrofobico; ci troviamo, infatti, alle prese con un «testo» nel quale molte volte qualche personaggio dice a un altro personaggio: «Andiamo» e la didascalia di Samuel Beckett recita: «Non si muovono»! Il «colibrì», come si sa: «si muove molto per non muoversi affatto» … Dunque? Sensazione di stasi, di sospensione, di irresolutezza, di incompletezza, di mancanza di determinazione, di freno, di attrito ma non solo. L’«esistenza» (è questo ciò che sta a cuore a Beckett) è composta a più livelli. Se è vero che al livello «di Godot» per uno che smette di piangere un altro ne comincia, è anche vero che a un livello «inferiore»: «Piove sempre sopra quelli che non hanno ombrello». Insomma? Insomma l’esistenza non è una «polpetta» unica e definitiva! Samuel Beckett taglia con l’accetta fin dove vuole e fin dove può … E probabilmente non si accorge che la domanda «definitiva» non è «Che cosa aspetti?» - la domanda «classica» che tutti i commentatori prima di me hanno attribuito al senso/simbolo di questa «commedia». Ben più radicale è, invece, la domanda: «Che cosa t’aspetti?». Ma Beckett non ha, davvero, le forze per far fronte a questo interrogativo che, però, ha il pregio di introdurre un nuovo elemento: l’«attesa». Questa «sostanza concettuale» dà anche il titolo all’opera ed è davvero importante. L’«attesa» è il «Nous» (l’intelligenza) mentre i quattro enti metafisici costituiscono la moltitudine dei «semi» dei quali è costituita la realtà. Siamo, ovviamente, dalle parti della filosofia di Anassàgora di Clazomene. La realtà ha bisogno di un «principio intelligente» per poter dar luogo al nostro mondo, alla nostra vita: dunque Godot, Vladimiro, Estragone e la mancanza hanno bisogno dell’«attesa» per darci il senso dell’opera stessa scritta da Samuel Beckett. Perché l’attesa è intelligente? «ESTRAGONE E adesso che facciamo? VLADIMIRO Non lo so. ESTRAGONE Andiamocene. VLADIMIRO Non si può. ESTRAGONE Perché? VLADIMIRO Aspettiamo Godot. ESTRAGONE: Già, è vero». Dunque, l’«attesa» è un «destino» e in quanto «necessaria» non può essere un «seme di realtà» ma qualcosa che «la muove» … A questo punto è chiaro che il «tempo» - immobilizzato, incapsulato, impolpettato e congelato - nel quale si deve «muovere» il «Nous» dell’«attesa» rende, stavolta allo spettatore della «commedia», non un senso di stupore ma di stupefazione, di sbalordimento. Non si entra e non si esce dal mondo di Aspettando Godot. E Anassàgora di Clazomene ci fa capire che lo «sbigottimento» non è solo davanti alla vicende dei due poveri «mendicanti» Vladimiro ed Estragone, ma anche di fronte a un mondo «che non evolve» nell’attimo stesso «in cui sta evolvendo» verso qualcosa; il mondo del colibrì.

 


 

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