Sabato, 15 Giugno 2024

                                                                            

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SU DI UN “PITHOS” MORGETICO DA “ENCHYTRISMOS”

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“Contra vim mortis non est medicamen in hortis” - Regimen Sanitatis Salernitanum

Forse, un unicum etno-archeologico sarebbe il pithos (πίθος, orcio) funerario, di tipo reticolato, rinvenuto in un agro prospicente l’abitato della cittadina di Polìstena, in contrada Barlette, risalente, per genere e forma, alla media età del Bronzo, in quanto, non solo attesterebbe una specifica tipologia di sepoltura (Enchytrismos, Eγχυτρισμός: da ἐγχυτρίζω, conservare in giara i defunti bambini), ma costituirebbe, attualmente, il più settentrionale ritrovamento riconosciuto della cosiddetta cultura Thapsos/Milazzese, quella pressappoco da addebitare ai mitici Morgeti, che imparenterebbe quindi il territorio alto-reggino alle antiche stazioni protostoriche di transito nomadico cilentane, alla risorgenza del fiume Bussento, quale Morigerati (dialettale: Murgiràti, in Campania) e in particolare alla sua frazione di Sicilì, la cui toponomastica rimanda con estrema, illuminante, facilità agli scavi di Morgantina.

Facies di Thapsos

Tra il 1500 e il 1200 a. C. (la cosiddetta media età del Bronzo), sulla  penisola di Magnisi, tra Augusta e Siracusa (che i Greci chiamarono Thapsos), fiorì una civiltà che ebbe stretti rapporti con quella del Milazzese nell’arcipelago delle isole Eolie. Abitazioni, in piccolo numero, costituite da capanne, per lo più circolari, delimitate da muri in pietra; un’economia fondata su agricoltura, pastorizia, caccia e pesca; frequenti e numerosi scambi commerciali, in particolare di vasi di ceramica e armi in bronzo di produzione micenea; necropoli, in cui il tipo di deposizione dei cadaveri è caratterizzato da ampie tombe “a grotticella”, scavate nella roccia, spesso dalla forma a tholos (ϑόλος, ovverossia tronco-conica), ritenuta direttamente proveniente dalla circolarità della capanna, per alcuni, ma per altri di derivazione micenea.

Cultura di Castelluccio

Le più antiche tracce di frequentazione del sito di Morgantina appartengono, però, alla prima età del bronzo (2100 -1600 a. C.), epoca alla quale risale un villaggio di capanne circolari, e rettangolari, appartenente, invece, alla Cultura di Castelluccio (tra Noto e Siracusa), riconducibile ai Sicani, e caratterizzata da un'elementare organizzazione civile e dal possesso di rudimentali tecniche agricole e di artigianato domestico; ceramica decorata a motivi geometrici, dipinta con linee brune su sfondo giallo-rossastro, talvolta associate al bianco; forma vascolare tipizzata da bacini su alto piede e bicchieri a clessidra. Il seppellimento avveniva sempre all'interno di “grotticelle” scavate nella roccia, munite però di anticelle, sigillate con chiusini in pietra, recanti raffigurazioni a spirale e motivi alludenti alla sessualità, quasi a evidenziare l'eterno ciclo della vita, in contrasto con la fatalità della morte.

Sicani

Se non erano autoctoni, i Sicani (Σικανοί) avevano, molto probabilmente, origine iberica; di sicuro determinarono il mutamento del toponimo dell'isola da Trinacria (Θρινακίη: da τρεῖς «tre» e ἄκρα «promontorio», denominazione attribuita a Omero) a Sikania.

Se, dapprima, stanziati lungo i confini occidentali della Gallia, sarebbero giunti via terra per sfuggire ai Liguri (Dionigi di Alicarnasso, Ῥωμαϊκὴ Ἀρχαιολογία,  Antiquitates Romanae, Antichità romane: I, 22,  2). Anche Pausania il Periegeta esclude l’autoctonia, sostenuta soltanto da Timeo di Tauromenio, nell’asserire che la Sicilia fu occupata principalmente da tre popolazioni: Sicani e Siculi, provenienti dal continente, e Frigi (Elimi?) dalla Troade (Paus. 5, 25, 6). 

Morgeti o Siculi

A risospingere i Sicani ancora di più, sarebbe intervenuta, in ondate successive, a partire dal XIV secolo a. C. e sino all'XI sec. a. C., una popolazione proveniente dall'Italia centrale, quella dei Siculi, che, nel raggiungere la Sicilia, le avrebbe poi conferito l’appellativo definitivo.

Morgantina

Secondo la leggenda locale, fu un suo specifico gruppo, quello guidato dal mitico re eponimo, Morgete, a fondare sul colle della Cittadella, nel X secolo a. C. (Strabone: VI, 257- 270), la vera e propria città di Morgantina (Morg-), e, per oltre trecento anni, furono questi Morgeti a occupare tale postazione, andandosi progressivamente a integrare con le altre popolazioni affini dell'interno, col particolare favore della prosperità derivante dallo sfruttamento agricolo di quella vasta pianura del Gornalunga, affluente del Simeto.

Morges/ mirycae

Quest'antica tribù di discendenza pelasgica (latino: Morgetes, da mirycae, tamerici, ma forse anche ginestre), se non, piuttosto, lucana, e dunque di lingua osca, sarebbe quindi andata, man mano, occupando le regioni meridionali, a partire dal Cilento (dove avrebbe lasciato i toponimi di Mor-i-ge-ra-ti e Sicilì), fino a respingere, e schiacciare, i Sicani nella zona centro-meridionale dell'isola, contro gli Elimi (presumibilmente, di stirpe “ligure”, e non frigia), a ovest, e l’incalzare di altri Siculi da oriente.

Una Dea Madre

Quando era già iniziata la colonizzazione greca della Sicilia da un paio di secoli, risalirono la valle del Simeto, e del suo affluente Gornalunga, dei pionieri d’origine calcidese che infine giunsero a Morgantina, per riuscire a convivere abbastanza pacificamente con gli abitanti del luogo, come sembra comprovare, nei corredi funebri, la mescolanza dei loro elementi culturali.

Assimilando la religiosità indigena (esclusivamente morgetica?), i coloni calcidesi si limitarono a trasformare la precedente “Dea Madre” nelle divinità elleniche di Demetra e Persefone, come testimoniano i famosi acroliti, teste marmoree complete di mani e piedi, con il corpo composto da materiale deperibile, risalenti al periodo degli anni 525 - 510 a. C.

Ducezio

La città, resa celebre dalla perizia petrografica sulla statua restituitale dal Paul Getty Museum - il calcare impiegato proveniva da una cava (pirrera) della riva sinistra del fiume Irminio - sembra venisse conquistata una prima volta per opera del tiranno di Gela, Ippocrate; e, successivamente, nel 459 a. C., durante la rivolta contro il dominio ellenico, distrutta da un “anonimo” condottiero dei Siculi, in quanto Ducezio non sembra affatto un nome proprio, bensì un epiteto, che semplicemente sta per "colui che viene chiamato dux".

«Né ioni né dori, ma sicilioti»

La frequente possibilità dei nativi a farsi assimilare dalla civiltà greca non escludeva completamente che, prima o poi, una reazione uguale e contraria prendesse il sopravvento, con motivazioni di analogo stampo etnocentrico, ma in netta opposizione alla mentalità ellenica di quel periodo. L’affermazione, a distanza di pochi decenni, del siracusano Ermocrate al Consiglio di Gela del 424 a. C.: «né ioni né dori, ma sicilioti» denota un’ulteriore identità già formata in chi, greco per etnia, vivesse nell’isola.

Morgeti o Itali

La vicinanza con il gruppo degli Italoi (dal loro totem raffigurante dei Viteli: V-Itali) verrebbe concretizzata in un legame dinastico con il mitico re Italo, alla cui morte sarebbe subentrato il di lui figlio Morges. Ma questa parentela si trasforma in fratellanza nell’accettazione d’una comune paternità da parte di un Siculo (Σικελὸν), proveniente dal Lazio e forse da considerare quasi equivalente di Giano, fondatore d’una Saturnia Tellus che potrebbe essersi stanziata anche nell’estremo lembo d’Italia. A dire il vero, però, nelle sue Origines, Marco Porcio Catone identifica Giano con Italo/ Enotrio.

Siculi e Liguri

L’autore d’una “Storia della Sicilia” (Sikelikà), Filisto di Siracusa, e pertanto divulgatore “partigiano” d’una propaganda politica di stampo “dionisiano”, nell’accostare i Siculi ai Liguri avrebbe in realtà lanciato un messaggio propagandistico a favore dell'alleanza all'epoca esistente tra il suo tiranno e alcune tribù celtiche.

Nei luoghi di fondazione siracusana in Adriatico, dove effettivamente è stata accertata la presenza dei Liguri, questi sarebbero stati visti come civilizzazione precedente l'elemento celtico. E, facendo dei Siculi un sol popolo con i Liguri, si rimarcava come i Siracusani, originatisi dai Siculi, erano già appunto, indirettamente, collegati ai Celti.

Sul Septimontium

Anche le primissime origini di Roma venivano, a questo punto, sempre più riferite alla storia siracusana, data l’attestazione nella tradizione romana dell’arcaica presenza nel Septimontium di Siculi e Liguri, scacciati solo successivamente dagli Argei, giunti al seguito di Eracle.

In questa narrazione, il ruolo di Siculo sarebbe risultato estremamente significativo, perché l'eroe eponimo e il suo legame con Italo sarebbe infatti servito a legittimare la “presunzione dionisiana” d’un’«αρχή τής Ιταλιας και Σικελιας» (archè tes Italias kai Sikelias, supremazia su Italia e Sicilia).

Aberrigenes

Gli stessi cosiddetti “Aborigeni” sarebbero stati «coloni dei Liguri» (Antiquitates Romanae I: 10, 3) e il significato del loro etnonimo, per Dionigi di Alicarnasso, deriverebbe da “Aberrigenes” (dal latino aberrare, vagare; e non, quindi, da ab origine), in quanto popolazioni inizialmente nomadi (Ant. Rom. I: 10, 2). Licofrone li considerava «uomini del nord», al pari degli Iperborei, a loro volta identificabili con i Celti, almeno quelli “alleati” del tiranno di Siracusa.

Palatino da Palanto

E anche il mito in cui si racconta che Latino nacque dall'unione di Eracle con una donna dell'Iperborea di nome Palanto, dalla quale venne poi derivato il termine Palatino, serviva a contribuire a rafforzare il collegamento tra l'elemento protostorico italico e quello nordico.

Liguri-Siculi e Iperborei-Celti

Letta in chiave siracusana, la quale aveva tutto l’interesse ad allacciare a sé le origini di Roma per darle una connotazione filo-barbarica, che ben s’amalgamava con la sua alleanza celtica, quella dei gruppi Liguri-Siculi e Iperborei-Celti avrebbe costituito un'unica importante realtà primordiale.

Siculi laziali

Anche Antioco di Siracusa sostiene che, in principio, il nucleo che componeva l'etnia laziale era siculo e proprio questo popolo, sospinto verso sud da Opici ed Enotri, fu costretto a compiere la traversata dello Stretto per trovare definitivo rifugio, grazie a un condottiero di nome Stratone.

«Οὕτω δὲ Σικελοὶ καὶ Μόργητες ἐγένοντο καὶ Ἰταλίητες ἐόντες Οἴνωτροι’.» («Ebbero così origine Siculi, Morgeti ed Itali, che sono Enotri.»).

Enotri

Antico popolo italico, che abitava un territorio meridionale da Paestum all’attuale  Calabria, e che finì, intorno al VI secolo a. C., per essere assorbito da altre tribù, quello degli Enotri od Oenotri (greco antico: Οἴνωτρες, romanizzato: Oínōtres, e letteralmente: 'tribù guidata da Oenotrus ' oppure, in base all’etimo: 'popolo della terra della vite', o meglio del vino).

Il vino e la vite

Il termine greco oînos (οἶνος) sta infatti per 'vino', il che significa che gli Enotri abitavano un territorio ricco di vigneti (da cui l’etimo di Enotria od Oenotria, Οἰνωτρία), poi esteso a riferirsi all'intero territorio meridionale. Esichio menziona la parola oínōtron (οἴνωτρον), per indicare una specie di sostegno per la pianta, utile nella cultura dei vitigni.

Per Plinio il Vecchio, il fatto che "...di fronte a Velia sono Pontia e Isacia, entrambe conosciute sotto il nome di Enotridi, prova che l'Italia era anticamente posseduta dagli Enotri" [Naturalis Historia III, 85]. Comunque, il progressivo insediamento dei colonizzatori greci, reso sempre più stabile, come a Metaponto, li avrebbe risospinti verso l'entroterra, costringendoli a continue guerre di logoramento, fin quando non scomparvero del tutto, anche dietro la costante pressione dei Lucani.

Gruppo etnolinguistico italico

Si trattava presumibilmente del ramo meridionale d’un antichissimo gruppo etnolinguistico (strato ligure/sicano), diverso da quello protolatino, occupante l'area tirrenica estesa dalla Liguria sino alla Sicilia, generalmente considerato pelasgico, e che, secondo Antonino Liberale ed Ellanico (citati da Dion. Hal.: Ant. Rom. I, 22), avrebbe innescato, intorno al 1260 a. C.,  la migrazione degli Elimi (anch’essi d’origine ligure).

Origine arcadica e/o pelasgica

Ma, nonostante tarde iscrizioni del VI o V secolo a. C., nell'antico insediamento enotrio di Tortora (che dai Lucani prese il nome di Blanda), confermino la loro appartenenza al gruppo linguistico italico, gli autori classici del I sec. a. C. raccontano invece d’un capostipite eponimo, emigrato dall'Arcadia, nonché il più giovane tra i cinquanta figli di Licaone, a sua volta nato da Pelasgo.

«Gli Arcadi, primi tra gli Elleni, attraversato l'Adriatico si stanziarono in Italia, condotti da Enotro, figlio di Licaone, nato 17 generazioni prima della guerra di Troia..., giunse all'altro mare, quello che bagna le regioni occidentali d'Italia. Questo si chiamava Ausone dagli Ausoni che abitavano le sue rive...» (Dionigi di Alicarnasso I: 11, 2-4; 12,1).

Una mitografia contorta

La mitografia si rende più contorta nel complicarsi, e compiacersi, di parallelismi con altre figure leggendarie come Liparo, discendente di Ulisse, per parte di Ausone, nato da Circe (e quindi forse identificabile con Telegono?), il quale, all’arrivo di Eolo, che ne impalma la figlia Ciane, scambiò il proprio territorio insulare con il continente (Diodoro Siculo, Bibliotheca historica: V 7, 6), oppure Iocasto, nato da Eolo e Ciane, e divenuto sovrano di tutta quella fascia tirrenica, sino all’arrivo di Eracle, reduce dalla decima delle sue fatiche (Άθλοι).

Ausoni

Del mitico eroe Ausone è Festo che fa il fondatore della città di Aurunea. Per cui il nome di Ausoni (greco antico: Αὔσονες) non sarebbe altro che la forma greca del latino "Aurunci", adoperata dagli scrittori ellenici per descrivere vari popoli italici che abitavano le regioni meridionali e centrali della Penisola.

Specificatamente, questo appellativo fu usato per denotare proprio quella particolare tribù che Livio chiamò Aurunci, anche se, in seguito, venne esteso un po’ a tutti gli italici; Ausonia divenne così, quasi, un termine poetico, sia in greco che in latino, ed estensivo per l'intera e più vasta regione.

Ausonhim Mare

Plinio, e forse anche Polibio, applicarono il nome di Ausonhim Mare, a quello che bagna le coste del sud-est dell'Italia, dal Promontorio Iapigio alla Sicilia, attualmente indicato come Jonio. Anche se, soprattutto nei primi tempi, i Greci comunemente intendevano come Ausonio quel Mare Inferum dei Romani, poi riconosciuto come Tirreno.

Rotacismo

L'appellativo Aurunci sarebbe stato, allora, la forma latina di "Ausones", in base a una  derivazione per rotacismo (e corruzione del suono "s" in "r": Ausoni > Auroni > Auronici > Aurunci), un fenomeno linguistico, risalente al IV secolo a. C., riconosciuto da Varrone (De lingua Latina, VII, 26): "In molte parole, in cui gli antichi dicevano s, poi dicono r... foedesum foederum, plusima plurima, meliosem meliorem, asenam arenam.".

Tale ondivaga approssimazione non sembra avere uguali in altri casi di peculiari denominazioni di popolazioni protostoriche. La loro identità è affermata da Servio, ma un po’ meno da Cassio Dione, che chiaramente precisa come il nome di Ausonia sia appropriato solo per la terra degli Aurunci, tra Volsci e Campani, facendo intendere che il nome "Aurunci" non venisse impiegato dai Romani con la medesima estensione con cui dai Greci era usato quello di "Αὔσονες".

Aurunci

Infatti, sembra che, nel periodo successivo al IV secolo a. C., con la corruzione linguistica, i Romani tendessero pure a distinguere le due denominazioni, pur relative a un medesimo ethnos, ma come se si dovessero applicare a due tribù politicamente separate. Due parti disgiunte, quindi, d’un unico popolo, entrambi abitanti ai confini del Lazio e della Campania: gli Ausoni a ovest del Liris, fino ai monti dei Volsci; gli Aurunci confinati sulla sponda sinistra del medesimo fiume, tra i monti vulcanici, dov’era situata la roccaforte di Aurunca, e le colline che di là digradando verso il mare, dove sorgeva Suessa, dominavano le fertili pianure. A oriente e a sud confinavano strettamente con i Sidicini di Teanum e con la gente di Cales, nel Sannio, anch'essi, secondo Tito Livio, di razza ausoniana, eppure  politicamente distaccati dagli Aurunci.

Osci

È pure possibile che fossero indicati come Ausoni gli Osci (od Opici: Opsci o Opĭci; in greco ᾿Οπικοί ), poiché occasionalmente venivano indicati con lo stesso appellativo. Anzi, c’è chi accomuna i due epiteti in un’unica etimologia (Aus-, Os-).

Gli “Opicani” (od Oscani) Aristotele li colloca sulla parte tirrenica del meridione d'Italia, dicendo che, “sia anticamente che ai suoi tempi, venivano chiamati con il nome aggiuntivo di Ausoni” [Pol. VII, 10]. Polibio, al contrario, le due nazioni le considerava differenti e parlava della Campania come abitata dagli Ausoni e dagli Opici, alla stessa stregua di alcuni altri autori (come Strabone) che arrivavano persino a discernere gli Opici dagli Osci.

È molto probabile che gli autori classici, in primis quelli Greci, non prestassero tanta attenzione a certe sottigliezze, o non ci tenessero troppo a determinate sottili precisazioni, in merito agli appellativi da attribuire alle popolazioni, giungendo a includere razze molto diverse sotto una comune denominazione - ma anche viceversa, se per questo. Una possibile spiegazione, allorquando le genti a cui ci si riferiva condividessero molti attributi tipizzanti, risiederebbe nel ricorso a un uso piuttosto generalizzante della definizione impiegata.

Ausoni non Enotri

Di sicuro, la separazione più netta, sembra sia stata, per alcuni (Aristotele), quella nei confronti degli Enotri, considerate nazioni pelasgiche, pur occupando le porzioni  meridionali della penisola, sebbene altri continuassero a mantenere la fluttuante confusione. Ellanico, secondo Dionigi, scrisse degli Ausoni che attraversavano la Sicilia sotto il loro re Siculo, dove intendeva chiaramente i Siculi [Dionysius I, 22]; e così fa Strabone nel parlare della fondazione di Temesa [VI, 255].

Ma, in Calabria, avrebbero occupato anche il territorio di Reghion, secondo Diodoro Siculo, e Taurianum (Cato, Origines III); e come Ausoni, da Licofrone (Alexandra, vv. 910 - 929) vengono rivendicati anche i Pelleni stanziati nell'entroterra crotonese.

Hesperia o Saturnia?

Il nome di Ausonia, valevole per tutta la penisola italiana, era, quanto meno, un po’ fantasioso, e Dionigi [I, 35], infatti, lo associa a Hesperia e Saturnia, entrambi ovviamente appellativi connotati da forti suggestioni mitiche, e spazio temporali, la prima in quanto "terra occidentale" per antonomasia, l’altra quale “Età dell'oro”.

Licofrone s’ostina pure a ricorrere, indistintamente, all'aggettivo "Ausontan", sia per il paese che per la popolazione, quasi con un’apparente equivalenza con l’attuale, moderna, definizione di "italiano", nel comprendere Arpi in Puglia, Agylla in Etruria, i dintorni di Cuma in Campania e le rive del Crathis in Lucania [Alex. 593, 615, 702, 922, 1355.].

La rivendicazione più curiosa e intrigante la offre la leggenda raccontata da Diodoro Siculo, di Ausone, figlio di Ulisse e Circe (o, in maniera intercambiabile, Calipso) che precede il successore Liparo, da cui la denominazione delle Isole dell’arcipelago [V, 7]; e il riferimento va a indicare il periodo tra il 1240 e l'850 a. C., in cui le Isole Eolie furono effettivamente occupate da un gruppo che possiamo considerare genericamente di Ausoni.

Ma a un già leggendario Liparo subentra un ancor più mitico Eolo, che, secondo Omero, ospitò Ulisse, reduce da Troia, a 17 generazioni di distanza da Enotro. In buona sostanza, questa narrazione non ci parla che d’una costante occupazione che potrebbe essere stata violentemente interrotta solo quando, alla fine del IX secolo a. C., il sito di questa civiltà “ausoniana” fu definitivamente combusto e spazzato via, e, almeno apparentemente, non più ricostruito.

Gli scavi di Lipari hanno messo in luce una cultura insulare, denominata Ausonia I (1250/1200 -1150 a. C.) e II (1150 - 850 a.C.), associate alle analoghe fasi di Pantalica I e II (di Cassibile), e un generico assemblaggio che condivide molti tratti con quelli dell'Italia meridionale contemporanea (nelle sue fasi subappenniniche-protovillanoviane).

Morges/ murex

Non è chiaro se, assieme a Siculi, Itali e Choni (o Coni, Caoni o Kanes), i Morgeti abbiano rappresentato un ramo degli Enotri, oppure se non siano stati proprio da questi ultimi bloccati in alcune rare roccaforti (morges dall’etimo latino murex, a sua volta dall’osco, con significato di sasso aguzzo; alla stregua di murgia, al plurale divenuto toponimo), per essere poi, in maggioranza, scacciati anche dall’estremità continentale fin oltre lo Stretto.

Erythrá od Oinotrìa

Nei secoli anteriori alla “seconda” colonizzazione greca (la “prima” era avvenuta intorno al XII secolo a. C., con l’invasione dei Dori), v’era forse stato un agglomerato più ampio, noto come Erythrá (Ερυθρά), e in seguito con il nome di Rhēgíōn (Ρηγίων), in epoche diverse, abitato da popolazioni appartenenti alle stirpi degli Ausoni, degli Enotri e infine degli Itali-Morgeti?

L’Oinotrìa, per Strabone, comprendeva, in fondo, tutto quell’insieme di popolazioni distribuite in un vasto spazio che andava dal fiume Sele e da Poseidonia fino a Metaponto e al golfo di Taranto. Giunte, alle soglie dell'Età del ferro (XI secolo a. C.), forse dal Peloponneso, si sarebbero distinte in diverse articolazioni, da un lato, Ausoni od Opici, dall’altro, Choni.

Choni

Questa specificità dell’ethnos, emergente anche da altre testimonianze su di essi, fonti achee l’attribuivano a un altro famoso reduce dalla spedizione contro Troia, all’acheo-ftiotide Filottete. E dalle tradizioni storico-letterarie l'origine dei Choni veniva riconosciuta nell’orizzonte leggendario dei contatti con il mondo egeo-miceneo arricchito dalle speculazioni mitiche dei Nostoi (Νόστοι, "Ritorni") di eroi, che avrebbero fondato diverse città nelle regioni chonio-enotrie, come Nestore a Metaponto ed Epeo a Lagarìa, o Filottete a Krimisa, Petelia, Makalla, o Chone. Perciò, nella Siritide, si parlava di varie commistioni culturali e tutte, quale più quale meno, fortemente caratterizzanti.

Un ethnos specifico

I Choni giunsero a occupare un’ampia area della Calabria ionica settentrionale, da Metaponto fino a Crotone [Arist., Pol., VII: 10, 1329b; Strab., VI: 1, 14-15], e si distinsero per una cultura funeraria di inumazione dei defunti più simile all’uso degli Iapigi della Puglia (cadaveri non distesi supini con le gambe leggermente flesse, bensì rannicchiati su d’un fianco), oltre che per la presenza, anche nell’area dell’abitato, di quei tipi di sepoltura (Enchytrismoi, Εγχυτρισμοί) consistenti nel deporre, in posizione rannicchiata, il corpicino d’un bambino, un neonato o un feto, all'interno d’un grande vaso di terracotta (pithos). Tipologia che ci riporta pari pari al ritrovamento polistenese.

Eγχυτρισμός

Questo metodo di sepoltura, appartenente al periodo tardo geometrico come a quello arcaico, per fanciullini, da mantenere in recipienti di ceramica, all'interno cioè di oggetti d’una certa importanza per la consueta conservazione domestica, suggerisce che queste misere spoglie non erano trattate da membri trascurati della società, in quanto, anzi, conferisce a questi fragili scheletri di sfortunati giovinetti prematuramente scomparsi, oltre a maggior protezione, un più stretto legame affettivo da parte delle famiglie d’origine.

Per meglio comprendere il significato di questa pratica funeraria va però ricordato come in sistemi sociali nei quali, a decretare il ruolo di ciascuno, sono determinati riti di passaggio basati su classi di età, sesso e merito individuale, la morte sopraggiunta inaspettatamente, rispetto alla naturale scadenza dei ritmi che sanciscono tali posizioni nel gruppo, resta un evento confinato a un ambito strettamente familiare, che non coinvolge l’intera comunità.

Sonderbestattungen

Ci sono dei casi, tuttavia, in cui la presenza di deposizioni all'interno dell'insediamento abitativo comprende anche gli adulti. A volte, alcune di queste sepolture possono essere ricondotte al concetto di anormalità ed eccezionalità d’un trapasso e dunque alla stranezza dell’incomprensibile innaturalità:  Sonderbestattungen (sepolture speciali); si tratta di individui la cui morte è stata percepita come insolita, e non solo perché deceduti prematuramente (oltre ai bambini, puerpere morte di parto, ecc.), ma pure perché spirati per cause impreviste e particolari, la cui sepoltura richiede riti speciali quasi, forse, al fine di garantire la salvaguardia della restante società dei sopravvissuti.


 

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