Domenica, 23 Febbraio 2020

E Editoriali

ANATOMIA E CALABRIA

«La lezione di anatomia del dottor Tulp» è uno dei quadri più famosi della storia della pittura. E’ considerato, per la sua coralità e teatralità, uno dei capolavori di Rembrandt con quel cadavere al centro della scena raggiunto da una luce splendente e spietata come in una sala operatoria del Terzo millennio. Non parliamo di medicina, anche se molto ci sarebbe da dire sulla sanità in Calabria. Né di caste mediche anche se molto si sarebbe da dire sulla geografia del potere sanitario in Calabria organizzato come nella Gilda dei chirurghi olandesi che il quadro effigia. Sarebbe sempre un gioco di luci e ombre, di chiaroscuri e di prospettive come nel quadro.

Questa volta, invece, ci interessa il cadavere, nudo, bianco, smembrato dal bisturi del dottor Nicolaes Pietersz, detto Tulp. Il cadavere di un uomo identificato con un lavoro maniacale dagli studiosi d’arte in Adrian Adrianeszoon, un condannato a morte la cui pena venne eseguita il 31 gennaio 1632. Nell’Olanda del XVII secolo solo i corpi dei condannati a morte meritavano di essere smembrati e sezionati. La domanda è inevitabile: ci si chiede cosa abbia a che vedere con la Calabria di oggi quel corpo esangue, consegnato alla morbosa curiosità dei chirurgi che assistono alla lezione di Tulp. Ovviamente nulla. O forse tutto. Dipende dal punto di vista con cui si guarda alla condizione di questa terra.

Nell’ultimo decennio almeno la Calabria si è, come dire, specializzata nel ruolo di cadavere ufficiale delle lezioni di anatomia sociale e criminale dispensate, a turno, da saccenti giornalisti, compassati osservatori universitari, esaltati cultori del legalismo, scribacchini di varia indole, servili portavoce giudiziari. Intorno al tavolo operatorio su cui è stata messa a giacere la Calabria, come nel quadro di Rembrandt, ci sono quelli che si affannano a prendere appunti, quelli che guardano stupefatti e ammirati l’arte chirurgica di Tulp, quelli disincantati che stanno sullo sfondo assistendo un po’ svogliati all’esibizione del bisturi che taglia le carni e le seziona e non si affannano neppure a cercare di sbirciare.

A guardarli in volto ciascuno di loro rivela le stimmate di un certo prototipo di uomo della Calabria di questo millennio. Si potrebbe a lungo discorrere dell’infinito pendolo che spinge molti calabresi dallo spietato cinismo alla cupa rassegnazione e, qualche volta, li spinge verso i picchi della vibrata indignazione. Un pendolo che, alla fine, si stampa sui volti e, come Orwell amava ricordare, è noto che, a un certo punto, «ognuno ha la faccia che si merita». Resta il mistero su chi sia il dottor Tulp di Calabria, su chi si incarichi con puntigliosa regolarità e minuta precisione di ricordare ai calabresi che non sono altro che quel cadavere immobile e supino, che non si sognino neppure di poter avere veramente un destino diverso almeno sino a quando l’insigne Gilda dei chirurgi non avrà terminato la sua preziosa dissezione e l’ultimo brandello di tendini e carni non abbia reso il suo servizio alla collettività degli spettatori. Solo allora il corpo avrà sepoltura e potrà risorgere, ma saranno gli stessi chirurghi a squillare le trombe della resurrezione. Era il cadavere di un condannato a morte quello squarciato da Tulp, di un uomo imprigionato, giudicato e giustiziato poco importa se a torto a ragione. Resta la consolazione che, da morto, è stato consegnato alla storia dell’arte e rivaleggia oggi in fama con l’eccelso Tulp che, a dire il vero, se non fosse per Rembrandt, nessuno ricorderebbe.

Ma guarda un po’. Un chirurgo olandese che deve la sua gloria a un quadro e che per quattro volte è stato anche sindaco di Amsterdam, città di cui era l’anatomopatologo ufficiale. Qualche altro indizio si aggiunge. La storia un po’ pettegola racconta che il quadro venne commissionato dalla Gilda a Rembrandt e che tutti i personaggi pagarono un prezzo al giovane talento a seconda del posto assegnato nel dipinto. Si dice che Tulp pagò il doppio per giganteggiare nella raffigurazione accanto al misero Adrian Adrianeszoon.

Un anatomopatologo in cerca di fama e di un luminoso avvenire politico. Fine degli indizi e i candidati al premio Tulp di Calabria restano ancora indistinti e misteriosi. Ma, si sa, i cadaveri non parlano ed è stata spazzata via l’arcaica regola del processo - che tanti dubbi generò in Bartolomeo Melchiori, ma solo nel 1776 – secondo cui era prova di colpevolezza l’improvviso sanguinare del cadavere all’accostarsi dell’assassino.

Alberto Cisterna
Author: Alberto Cisterna

 

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