Giovedì, 28 Maggio 2020

L L'Opinione

MAFIOLOGIE E MAFIOSOFIA

Con «mafio-logia», mafia + suffisso –logia, nella lingua greca classica  «complesso organizzato di parole», intendiamo l'insieme di discorsi che gli addetti ai lavori (giornalisti, scrittori, storici, magistrati, forze dell'ordine) dedicano periodicamente, ma con frequenza esponenziale, ad un fenomeno criminale strutturato che, lungi dall'essere specifico di alcune regioni dell'Italia Meridionale e dei luoghi di immigrazione dei suoi abitanti come volgarmente si vuol far credere, è diffuso al livello mondiale.

Quanto sopra risulta dalle isoglosse, linee immaginarie con cui i linguisti delimitano il territorio in cui si può censire un dato vocabolo:

Il connotato di mafia giunto fino a noi diviene successo della parola secondo una linea di prosecuzione topografica dell'isoglossa che si muove dal centro Africa verso Oriente (…) ma che da lì ritorna sul quadrante dell'Equatore allo swahili panafricano. Quest'ultimo linguaggio nel risalire … fino nel Sud Europa si pietrifica , …, in Sicilia (…) in una assolutezza sociolinguistica generazionale incontrastata attraverso i tempi. (Pasquale Natella, La parola 'mafia', Firenze MMII, p. 32).

Né si tratta solo di un fenomeno linguistico, nomina nuda tenemus riproponeva alcuni decenni fa Umberto Eco, perché anche il fenomeno criminale corrispondente ha assunto ormai dimensioni universali.

Un fenomeno molto complesso che non può essere inquadrato con  ricette semplici e condivisibili. Per combattere una stortura così grande e così universalmente diffusa occorre averne conoscenza articolata in ambito economico, sociale, culturale, politico, militare, antropologico; insomma una mafio-sofia al posto delle disparate e disordinate mafio-logie

D'altra parte, a dispetto della damnatio moralistica che il fenomeno si tira dietro (e quanto più è pervasivo più il moralismo si accentua), aumentano le torme di coloro che, sotto ogni latitudine, traggono di che vivere proprio dalla realtà sociale che dichiarano di volere ad ogni costo estirpare: 

Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò produce anche il professore che tiene lezioni sul diritto criminale … Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati … Egli … produce anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedie …. (Karl Marx, Teorie sul plusvalore, vol. I, Roma 1961, 582-583). 

Ognuno dei soggetti elencati da Marx ha una sua opinione su come risolvere la «questione criminale» mafiosa e ne scrive e comunica a seconda del posto che occupa e dell'ascolto che si è conquistato nel mondo della «chiacchiera»; e briga e ribriga perché la sua ricetta sopravanzi ed abbia più ascolto di quella da altri proposta senza, però, riflettere sul legame profondo tra la sua esistenza e l'estirpando fenomeno.

Dopo Marx, et absit injuria verbis, una riflessione  mafiosofica, ironica e profonda ad un tempo, la dobbiamo ad un personaggio che, oltre a saper dare risposte, sa fare anche le domande opportune.

Siamo nella Calabria della fine degli anni Ottanta del secolo scorso ed anche allora in situazione emergenziale per quanto riguarda la criminalità anche mafiosa che, naturalmente, viene accentuata dalla stampa e dalla televisione. Otello Profazio, cantastorie già allora di lungo corso, tiene una rubrichetta in versi sulla «Gazzetta del Sud»  sotto il titolo di Profaziate: ecco quanto scrive in una di esse, TG 3 Calabria:

 

'U telegiornali

È chinu 'i notizzi

Di mafia e sequestri,

di tangenti e pizzi.

Chi si po' inventari

s'i fatti su chisti?

Nd'amu a rassegnari:

i tempi su tristi!

 

Jeu pensu 'na cosa

Signor diretturi …

Ma si vi la dicu

Vi veni 'u terruri!

 

Si in scioperu trasi

a mafia d'abbruttu …

u telegiornali

daveru è distruttu!


 

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