Venerdì, 18 Giugno 2021

L L'Opinione

VIBO CAPITALE DEL LIBRO

VIBO CAPITALE DEL LIBRO, LA CULTURA CALABRESE FUORI DALLA ZONA ROSSA?

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Malgrado tutto qualche motivo di speranza fa capolino all’orizzonte, anche nella Calabria dei quattrocento campanili e dei cento commissari.

Dopo Tropea, dichiarata il più bel borgo d’Italia, Vibo Valentia è la vincitrice del titolo

“Capitale del libro 2021”. Un’affermazione, quest’ultima, ricca di significati e di contraddizioni, che interrogano in profondità le coscienze e le responsabilità di quanti hanno ruoli politici e istituzionali in questa terra dai mille problemi irrisolti e che sembra sempre di più allontanarsi dal resto del paese e dall’Europa. Vibo è stata premiata per il miglior progetto con al centro la cultura del libro, capace di coinvolgere il territorio e indicarne il riscatto morale e lo sviluppo civile. Una vera e propria rivoluzione, se non una provocazione, in un territorio terribilmente segnato dalle stimmate del sottosviluppo in tutti gli indicatori economici e sociali e al centro della più pervasiva enclave politico-mafiosa, che le grandi inchieste della magistratura calabrese stanno appena portando alla luce. Eppure, proprio qui sta emergendo prorompente una irrefrenabile voglia di cambiamento, che ha trovato nell’entusiasmo di un Sindaco capace come Maria Limardo, l’immagine finalmente spendibile anche a livello nazionale. È questo il volto di un’altra Calabria, che non ha nulla a che spartire con quella svenduta dai vari talk show locali e nazionali, sotto il falso emblema del diritto di cronaca e della ricerca della verità.

Purtroppo, però, non bisogna nascondersi che nella quotidianità la Calabria non interessa i grandi media e anche la politica che conta cerca di mantenersi a distanza di salvaguardia da questo territorio, che evoca disgraziatamente e spesso a torto emarginazione, difficoltà di comunicazioni, violenza e malaffare. Ne è la riprova il fatto che la regione è stata lasciata per quasi un anno senza una guida politica democraticamente eletta ed è commissariata dal governo nazionale in tutte le sue strutture istituzionali e sociali, come la sanità, da oltre dieci anni. E proprio in questi giorni in cui i partiti, a livello nazionale, riprendono il confronto sulle candidature per le prossime elezioni di ottobre, che riguarderanno i maggiori comuni italiani, non c’è traccia di un abbozzo di intesa per la scelta dei candidati alla carica di Governatore della Calabria. Né a destra, né a sinistra. Anzi la sensazione è quella del fastidio delle segreterie nazionali dei maggiori partiti di sedersi a un tavolo, anche da remoto, per discutere della Calabria. Nel centrodestra ormai divampa il confronto-scontro, neanche sotterraneo, per la leadership tra Salvini e la Meloni a colpi di sondaggi inquietanti, che prefigurano clamorosi cambi di scenari, ma è evidente che l’ultimo pensiero è quello di litigare per la Presidenza della Calabria. Salvini, al centro del fuoco incrociato di Meloni e all’esterno di Enrico Letta, evidentemente si ritiene soddisfatto della lunga transizione guidata dal multiforme Nino Spirlì. Ma il problema vero è che la Calabria non vale neanche lontanamente il Campidoglio o Palazzo Marino... Ecco perché Salvini si rifiuta sistematicamente di sedersi al tavolo per discutere di Calabria, anche se basterebbero pochi minuti per uscire dall’impasse che, ad oggi, vede Roberto Occhiuto, candidato valido, ma bloccato, mentre sullo sfondo svolazzano al vento di Catanzaro le chiome fulve di Wanda Ferro.

Sull’altro fronte il PD di Letta ha tutt’altro che risolto i suoi problemi di identità, che avevano destrutturato la gestione Zingaretti. E sono in molti a chiedersi se effettivamente Enrico Letta, al suo rientro dall’esperienza parigina, sia l’uomo giusto al posto giusto. A giudicare dalle prime uscite, dall’ossessione anti Salvini, nel tentativo scomposto di buttarlo fuori dalla maggioranza che sostiene Draghi e dai riscontri con i gradimenti dei sondaggi, la risposta è più orientata al negativo. Ma anche l’attenzione del PD per la Calabria è tutta condizionata alle scelte elettorali dei grandi comuni e all’inseguimento disperato di un accordo esistenziale con quel che rimane del M5S in versione Conte. Per cui la stessa candidatura Irto, già debole di suo, potrebbe finire nel tritacarne dei compromessi nazionali. Mentre il PD rischia di sottovalutare la resistibile ascesa di Luigi De Magistris, che sta costruendo, forse anche suo malgrado, un percorso politico, partendo dall’ex capitale borbonica del Regno delle Due Sicilie verso le Calabrie dei bisogni atavici e del ribellismo identitario, attraversando nel profondo l’ansia di giustizia e di uguaglianza, che sgorga potente e libera come l’acqua fresca e cristallina delle fiumare dal Pollino all’Aspromonte. Si spiega così l’adesione convinta all‘ avventura del sindaco napoletano di personaggi popolari come Mimmo Lucano, ma anche di fior di intellettuali, che hanno fatto la storia della sinistra e realizzato i prodromi della nuova questione meridionale, come Piero Bevilacqua. Vicende che meriterebbero diversa attenzione da parte della classe politica rispetto ad una situazione di cui si è a lungo sottovalutata la drammaticità e gli sbocchi di disperazione o di fine della speranza, che è al colmo della bolla calabrese.

Lunedì la Calabria ritorna “zona gialla”. Sembra un avvio di nuova normalità sociale, di cui dovrebbe prendere spunto la classe dirigente politica per cercare di uscire dalla lunga e tormentata quarantena di anni di colpevole non governo.


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