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A Palazzo Corrado Alvaro focus su "Populismo e linguaggio dell'odio"

Pubblicato in POLITICA Venerdì, 11 Gennaio 2019 21:17

di Giusi Mauro - A Palazzo Corrado Alvaro sede della Città Metropolitana, si è trattato di uno degli argomenti che da qualche tempo è tra i più ‘gettonati’. Non vi è trasmissione televisiva, talk, giornali che ciclicamente – da quando con le ultime elezioni si è registrata una netta preferenza da parte degli italiani per partiti e movimenti come quello dei 5 Stelle e della Lega- ripropongano la questione del ‘Populismo’. Un ‘tema, di grande attualità che l’Ufficio del Consigliere delegato alla Cultura per la Città Metropolitana, rappresentato da Filippo Quartuccio, ha voluto affrontare insieme ai cittadini ed a personalità politiche e del mondo della cultura per discutere del rinnovato interesse in queste forme di pensiero che si pensava ormai sbiadite e del linguaggio di odio che viene veicolato attraverso la propaganda politica.

Un incontro, moderato dal giornalista Mario Meliadò, che ha visto intervenire: il consigliere Metropolitano Filippo Quartuccio, il Presidente del Consiglio Comunale di Reggio Calabria Demetrio Delfino, il Sindaco Giuseppe Falcomatà, il Sindaco di CInquefrondi Michele Conia, il Sindaco di Staiti Giovanna Pellicanò, l’Assessore Comunale Anna Nucera e il professore di PHD pensiero Politico dell’Università di Catania Gianfranco Cordì. La storia si sa, è fatta di corsi e ricorsi. È come la moda. Un capo d’abbigliamento, come un pensiero politico, in auge negli anni Venti, può capitare ritorni a fare capolino nel XXI secolo. Ovviamente, queste rivisitazioni subiscono sempre delle piccole ma significative modifiche nel corso del tempo, come è ovvio, se paragoniamo il populismo dei primi della fine del diciannovesimo secolo agli inizi del ventesimo, quando nacque. È tutta un’altra storia. Il populismo, nacque nella Russia della fine del XIX secolo come movimento culturale e politico e si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria (culminata nel 1881 con l’uccisione dello zar Alessandro II), un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini, e la realizzazione di una specie di socialismo rurale basato sulla comunità agricola russa, in antitesi alla società industriale occidentale. È stato poi interpretato come un atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. Ma cosa c’è di tanto ‘pericoloso’ in questo pensiero? Questo ‘movimento ideologico/politico, come spiega il professor Cordì, fa “leva sul malcontento del popolo”. Sfrutta la condizione di precarietà che un paese, una società, e quindi l’individuo percepisce facendo leva sul senso di frustrazione che ne deriva trasformando questo sentimento in rabbia che provoca, senso di protezione del proprio territorio e quindi chiusura. A spiegare meglio, questo ‘timore’ sentito da molti, sono le parole del Santo Padre che proprio pochi giorni fa, in un suo discorso ha ricordato il «periodo tra le due guerre mondiali», quando «le propensioni populistiche e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni». Francesco è preoccupato perché «il riapparire di tali pulsioni sta indebolendo il sistema multilaterale, con l’esito di una generale mancanza di fiducia, di una crisi di credibilità della politica internazionale», e di una «progressiva marginalizzazione dei membri più vulnerabili della famiglia delle nazioni». Il Pontefice è in apprensione per il «riemergere delle tendenze a far prevalere e a perseguire i singoli interessi nazionali senza ricorrere a quegli strumenti che il diritto internazionale prevede per risolvere le controversie e assicurare il rispetto della giustizia». Negli anni tra i due conflitti planetari del secolo scorso le propensioni populistiche e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni e «il riapparire oggi di tali pulsioni sta progressivamente indebolendo il sistema multilaterale, con l’esito di una generale mancanza di fiducia, di una crisi di credibilità della politica internazionale e di una progressiva marginalizzazione dei membri più vulnerabili della famiglia delle nazioni. Compito di quella ‘politica’ avvertita dai cittadini come elitaria e troppo distante dalle esigenze del popolo è quello di mettere in guardia da chi si “traveste da amico”, come ricorda Delfino, “non basta farsi vedere mangiare la pizza o l’arancino e poi dire che non si è salvato la Banca ma i risparmiatori”. Bisogna fare attenzione alle parole, non è detto che perché luccica si stia per forza guardando un diamante. Compito della politica è quello di informare e riacquistare credibilità e contatto con i propri elettori.

Rc 11 gennaio 2019

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