Giovedì, 09 Luglio 2020

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 Vittorio Sgarbi portato fuori dall’Aula di Montecitorio

CAPRA E CAVOLI

È un’immagine evocativa, di un simbolismo raro da cogliere, di una portata emotiva impagabile. L’onorevole Vittorio Sgarbi portato fuori dall’Aula di Montecitorio dai commessi che lo caricano afferrandolo da mani e piedi, unico modo per espellerlo su disposizione della Presidente di turno Mara Carfagna. Il corpo del critico, in resistenza passiva, che viene trascinato, mentre tutto l’emiciclo osserva attonito e indignato l’epilogo di quella bagarre, la più indecente, la più delegittimante potesse verificarsi.

È stata una giornata funesta quella di ieri alla Camera, dove era in atto la votazione del dl Giustizia: alle battute finali, Sgarbi ha preso la parola alludendo alle vicende che hanno coinvolto la magistratura e richiedendo l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle presunte ingerenze di questa nella politica; una Tangentopoli istituzionale ribattezzata “Palamaropoli”; parole provocatorie e quanto mai inaccettabili, dal momento che egli abbia accostato l’Anm e conseguentemente la magistratura a “un’associazione di stampo mafioso”, riprendendo una dichiarazione resa dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel lontano 2008. Non si è quindi fatta attendere la reazione dei parlamentari all’intervento controverso del critico, in primis della deputata Giusi Bartolozzi, magistrato, eletto nelle fila di Forza Italia, proprio come Sgarbi (ora al Gruppo misto).

Questa ha espresso il proprio sgomento per la generalizzazione operata e per il discredito all’organo giudiziario, comparato alla becera criminalità, scatenando le intemperanze del sindaco di Sutri, il quale ha alzato particolarmente i toni, secondo il suo stile.

Egli non ha lesinato improperi e coloriti epiteti nei confronti della collega, rea di aver aborrito le sue affermazioni, scagliandosi successivamente contro la Presidente Carfagna, che l’aveva richiamato all’ordine. Al secondo ammonimento si è proceduto all’espulsione dall’Aula; allontanamento al quale il diretto interessato ha ribattuto con un'altra sequela di insulti irripetibili, rifiutandosi di andarsene e saltando da uno scranno all’altro dell’opposizione. L’assenza di collaborazione ha determinato il ricorso dei commessi, che hanno dovuto letteralmente prenderlo di peso per accompagnarlo alla porta.

Unanime è stato il coro di solidarietà levatosi in favore delle due deputate, investite da un’ondata di sessismo e dileggio indicibile; le fazioni politiche si sono cementate e compattate come non si vedeva da tempo nello stigmatizzare il comportamento del critico.

Come nella Deposizione Borghese di Raffaello, alla quale oggi sui social network l’artefice stesso si è paragonato, il coniatore dell’offesa divenuta mantra, consistente in “capra, capra, capra”, è stato immortalato penzolante, brandente i fogli del suo intervento, urlante in un “delirio” reso ancor più surreale dalla sua mascherina personalizzata calata, mascherina oggetto della precedente invettiva nei confronti del coordinatore del Cts Agostino Miozzo. In quell’occasione, durante un’audizione alla commissione Istruzione e Cultura alla Camera, il rifiuto plateale di indossare il dispositivo di protezione aveva causato la sospensione della seduta, rifiuto perseguito in maniera ostinata anche in Aula, alla presenza, ironia della sorte, dell’onorevole Carfagna a presiedere i lavori.

Una diatriba, quella tra i due, che ieri ha raggiunto l’apice della polemicità, concretatasi con l’espulsione coattiva del provocatore e prevaricatore per antonomasia.

Sgarbi si è sempre contraddistinto, infatti, per interventi al limite dell’ordinario, esacerbando spesso i toni nei talk show più disparati, nei salotti televisivi, venendo quasi alle mani con gli interlocutori (vedasi discussione con Giampiero Mughini del luglio scorso) e scadendo, quando non interpellato su temi che a lui effettivamente competono, quelli artistici, in un turpiloquio che si ripropone in maniera stucchevole e monotona.

Una trivialità funzionale ad alcuni programmi, notoriamente spazzatura, a incrementare gli ascolti, confidando sull’attrazione che lo spettatore medio possa avvertire nei confronti di un uomo che abbassa spesso, se non sempre, il livello del dibattito a un valore risibile, pari allo zero.

È un peccato che quest’uomo, il cui bagaglio culturale non si discute, si presti a questi giochi che hanno del disarmante e che gli hanno permesso di alimentare un’immagine pubblica che evidentemente attizza gli animi dei passionari italiani da divano e non solo, purtroppo, di quelli.

Quest’uomo, nella sua biasimevole pantomima, ha toccato il fondo, dimostrando forse a se stesso che il Parlamento non sia luogo in cui possa esprimere appieno il suo estro; mettiamola così.

La sua grande inclinazione al trasformismo, come attestato dai frequenti cambi di casacca politica, gli permetterà di certo di trovare altri lidi, forse più consoni, in cui dedicarsi al j’accuse incondizionato e dispensare parole concilianti al prossimo ostile.

Il suo astio nei confronti dei più non può consumarsi in Parlamento, il tempio della democrazia, dove occupa, legittimamente, uno scranno che, com’è manifesto, non onora. E la “sgarbata” di ieri, oltre a far sdegnare il Presidente Roberto Fico, che ha sollecitato i questori ad avviare una procedura disciplinare, è servita da monito a tutti noi, da momento profondo di riflessione sull’importanza e la valenza della rappresentanza.

La classe politica soggetta a un decadimento valoriale senza precedenti, la cui pochezza si ravvisa in queste manifestazioni da avanspettacolo che disonorano e ridicolizzano l’Istituzione stessa; la classe politica strumento di mortificazione della competenza, del merito, del rispetto reciproco; Montecitorio come teatro di scontro, verbale e fisico, ridotto a ring sul quale competere.

Dimostrazione di come l’istinto abbia prevalso sulla ragione, la semplificazione sulla complessità, la delegittimazione sull’etica, la capra sull’essere razionale.

Ha vinto la capra, a causa di scelte deliberatamente erronee, a causa di un collettivo scollamento dalla realtà, a causa esclusivamente nostra.

L’esercizio del voto è un diritto, un dovere ma può divenire un’arma, pericolosa e controproducente, che ci si ritorce contro quando si contribuisce a eleggere individui rissosi e bellicosi.

In una società vuota, la politica si configura allora come il suo riflesso fedele.

Non si salverà nessuno, è una constatazione, non una condanna.

Ma possiamo individuare un aspetto rincuorante: non avremo, al contempo, il problema di trasportare sull’altra sponda del fiume né la capra, né il lupo, né i cavoli.

Avendo perduto completamente la logica, li abbiamo sacrificati tutti.


 

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